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ARCHEOLOGIA - Indiana Jones alla riscossa
FLAVIA GAMBERALE
Libero (Roma) 15/06/2008

Lavorano nel paese che custodisce il 60% del patrimonio artistico
mondiale eppure non hanno un contratto collettivo nazionale di riferimento, n un tariffario, n un albo professionale n
tantomeno un sindacato di categoria.
Sono gli archeologi italiani. Indiana Jones alla disperata ricerca
di un riconoscimento contrattuale e sociale. Per questo ieri si
sono riuniti in piazza della Madonna di Loreto, davanti alla colonna Traiana, e hanno dato vita al loro sit in di protesta, chiedendo la regolamentazione delle professione, retribuzioni pi giuste e maggiori investimenti pubblici nella valorizzazione del patrimonio archeologico. Alla manifestazione erano presenti archeologi di tutta Italia, ognuno con le proprie storie di ordinario sfruttamento da raccontare.
"Non avendo un contratto di categoria", spiega Tsao Cevoli, pre -
sidente dell`associazione nazionale archeologi, "non abbiamo
neanche dei minimi sindacali da far rispettare questo ci rende
enormemente ricattabili di fronte ai nostri datori di lavoro. Inoltre, in Italia, nazione paradossalmente cos ricca di opere d`arte, la nostra figura professionale gode ancora di scarsa considerazione". Cos a molti archeologi capita di essere inquadrati contrattualmente come operai, nonostante gli anni passati sui libri e nei siti archeologici, i titoli di studio, la laurea, la specializzazione e spesso anche il dottorato di ricerca. Ma a volte succede di peggio.
Le societ private che effettuano scavi a un archeologo supertitolato e dal curriculum chilometrico preferiscono un geometra. In alcuni casi pure un operaio semplice. E pazienza se non sa distinguere un coccio da un vaso di et imperiale. Del resto, nel Belpaese gli archeologi svolgono un ruolo di subordine, quasi sempre alla dipendenze di societ di lavori pubblici il cui primo obiettivo quello di realizzare grandi infrastrutture come metropolitane o edifici. E per queste imprese i sondaggi archeologici sono solo una fastidiosa incombenza che esula dal core business di riferimento. Le retribuzioni, poi, rimangono
a discrezione delle singole ditte di scavo. "Possiamo essere
pagati 20 euro al giorno o 70, al massimo 130, indipendentemente
dalla nostra esperienza e dai nostri titoli", dice Flavio Castaldi, archeologo, 34 anni, un figlio e un probabile futuro da insegnante dilatino e greco. "Per questo", continua, "gran parte degli archeologi arrivata a 35 anni di et cambia lavoro. E impossibile vivere con simili salari da fame". Va un po` meglio ai pochi fortunati assunti al ministero dei Beni Culturali, ai quali viene applicato il contratto da funzionario pubblico.
Si tratta di 250 persone assunte perlopi prima del 1979.
Un dato solo apparentemente positivo perch a partire dai pri-
mi anni `80 non sono stati pi banditi concorsi pubblici per
rimpiazzare il personale che va in pensione o eventualmente per
aumentare l`organico. "E dire", lamenta Tsao Cevoli, "che il ministero dispone di un archeologo per ogni 1.200 chilometriquadrati, un numero di professionisti assolutamente insufficiente alla tutela del patrimonio archeologico italiano". Altro tasto dolente sono gli scarsi stanziamenti perla tutela
dei beni artistici. In Italia si investe lo 0,24% del Pil a fronte di una media europea di investimenti pubblici del 4%. "Manca
una vera politica di conservazione dei beni culturali", chiosa Castaldi. Un ritornello ormai vecchio che sanno a memoria anche
i giovani studenti di Archeologia. Scoraggiati ancor prima di aver
messo piede in un`area di scavo archeologico. "Mi sto specializzando all`universit di Roma Tre", sospira Valentina, "e forse a 30 anni mi dovr accontentare di un salario di 1000 euro al mese".



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