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Larcheologo e lurbanistica
Alfonso Stiglitz
Il manifesto Sardo - 1 Giugno 2008

Pu un archeologo parlare di urbanistica? E, soprattutto, pu farlo parlando di una citt come Cagliari, pluristratificata in senso archeologico e, quindi storico, ma anche politico (e partitico), sociale ed economico? Pu farlo perch dotato di strumenti di analisi del terreno che gli permettono di valutare, appunto, quelle stratificazioni nel tempo e nello spazio. Pu farlo perch lurbanistica, con i suoi corollari edilizi incide sullarcheologia, spesso ignorandola, quindi facendola scomparire, talvolta alla lettera, vedi la palazzata di Viale SantAvendrace, completata di recente, o nascondendola alla vista, come successo allanfiteatro e alle aree archeologiche sotto i palazzi, trasformate in sottoscala attrezzati, certo salvaguardate, ma al buio.
Pu farlo perch larcheologia incide sullurbanistica quando tenta, spesso senza successo, di far sentire la propria voce, percepita con fastidio, come mero vincolo alla libera espressione piuttosto che come memoria collettiva, identit del luogo e risorsa sociale ed economica.
Pu farlo anche quando larcheologia parte integrante del processo progettuale urbanistico esclusivamente nelle sue componenti istituzionali con lesclusione del restante mondo scientifico.
Il caso di Tuvixeddu-Tuvumannu stato in questo significativo, con la divaricazione tra la componente istituzionale (Soprintendenza) e il resto del mondo archeologico (Universit e ricercatori autonomi), sfociando negli importanti documenti proposti dalle Universit di Cagliari e di Sassari.
Un dialogo mancato perch, in generale, non ricercato da entrambe le parti e perch la programmazione urbanistica si svolge solo ed esclusivamente su canali amministrativi, legati a una visione centralizzata del Bene Culturale e, questo, non solo per la componente statale ma anche per quella regionale e comunale.
Il caso di Tuvixeddu-Tuvumannu pu essere emblematico per le tante sfaccettature del discorso. Della scomparsa di ampie porzioni dellarea archeologia si spesso parlato, vedi le devastanti attivit di cava, la palazzata di viale SantAvendrace, lintensa edificazione dellarea di via Montello via Is Maglias, via Bainsizza, via Vittorio Veneto, gli interventi costruttivi dellUniversit (Ingegneria, Lettere e Casa dello Studente) e via dicendo. Un po meno si parlato della pianificazione urbanistica del colle, proprio partendo dalla sua tutela. Tutelare il colle e il suo paesaggio archeologico nella sua completezza, anche nelle parti gi sconvolte significa fare un discorso di urbanistica sostenibile.
Si parlato poco, ad esempio, del fatto che le centinaia di nuovi appartamenti da realizzare, poco utili al fine della soluzione del problema casa di Cagliari, imporranno dei gravami alla collettivit e, in particolare, al quartiere con il migliaio di nuove macchine che, necessariamente, percorreranno la via Is Maglias e con la strada di scorrimento veloce che crea una separazione urbana, oltre che della necropoli, percettivamente non dissimile dallasse di scorrimento che segna il confine del quartiere di SantElia separandolo psicologicamente dalla citt, pur non essendo una barriera insuperabile. Un quartiere che si conformer, pi di quanto non fosse gi, come dormitorio separato dal resto della citt, privo di identit storica e geografica e come sempre anonimo, anche se progettato da capaci architetti (anche il quartiere di S. Elia ebbe, se non ricordo male, capaci architetti).
Il tema urbanistico stato, salvo qualche eccezione, vistosamente assente dal dibattito sul progetto di Tuvixeddu-Tuvumannu e ci sarebbe da chiedersi perch. Lesempio sotto gli occhi di tutti proprio quello di Viale SantAvendrace, un settore della necropoli caratterizzato dalle tombe romane realizzate su pi livelli del costone roccioso, ma sempre in connessione con una strada. Le tombe, infatti, sono tutte dotate di una facciata, oggi spesso danneggiata o nascosta dalle costruzioni moderne, che riproduceva elementi tipici dello spazio urbano (templi, come la Grotta delle Vipere o abitazioni civili, come quella di Rubellio); questo dava alla necropoli laspetto di una citt, la citt dei morti. Alcune delle tombe (Rubellio e Grotta delle Vipere) fanno uno specifico riferimento alla loro posizione rispetto a una strada, interpellando direttamente il viandante (il viator) e invitandolo a guardare attentamente le tombe e a riflettere sul loro significato.
Ci significa che lo spazio antistante le tombe e la loro visibilit dalla strada sono parte integrante e indispensabile della qualit dellarea archeologica. Pertanto, la realizzazione di palazzi davanti a quelle strutture funerarie, tali da precludere la visibilit dal Viale SantAvendrace, incide direttamente sullarea archeologica creando un danno, non solo visivo e paesaggistico, ma alla natura stessa dellinsediamento archeologico. La prepotenza della rendita fondiaria, la banalit progettuale dei costruttori, linsipienza urbanistica dellEnte pubblico, la debolezza degli organismi di tutela, tutto questo ha prodotto quellautentico mostro culturale rappresentato dalla palazzata di viale SantAvendrace. E questo esempio mostra, anche visivamente, tutta lassenza di un dialogo tra archeologia e urbanistica e la povert progettuale di questultima. E prefigura lavvenire dellaltro versante, quello di via Is Maglias.
Il richiamo al viator ci porta a un altro esempio, relativo alla recente approvazione dellaccordo di programma sulla metropolitana di Cagliari che apre ampi scenari a questo discorso. In primo luogo sul dibattito se debba essere di superficie o sotterranea; e qui, va detto, non si sentita alcuna voce archeologica, eppure, il caso della metropolitana romana, presente sulla stampa da mesi, avrebbe potuto stimolare qualche osservazione. Una metropolitana sotterranea in ambito urbano avrebbe un immediato impatto devastante in una citt pluristratificata come Cagliari; i percorsi da Piazza Repubblica a Bonaria, da via Roma a viale SantAvendrace, per fare alcuni esempi, inciderebbero sul cuore abitativo della citt. E, difficilmente, potr essere mitigato con lipotesi di scendere al di sotto del livello archeologico, come si fatto a Roma, per la difficolt dellopera (pensiamo a livello marino di Bonaria e via Roma) alla potente falda dacqua della zona di SantAvendrace e, soprattutto, ai relativi costi.
Ma lintervento archeologico sulla metropolitana, anche quella di superficie non si limita alla riduzione del danno e alla mitigazione del rischio (vedi il problema delle stazioni o dei nuovi tracciati, soprattutto extraurbani), pu invece farsi promotore di una valorizzazione dei percorsi del treno lungo larcheologia e la storia di questa citt e del suo hinterland. A partire dallo snodo intermodale presso la stazione ferroviaria di Settimo San Pietro che sorge presso la straordinaria area archeologica di Cuccuru Nuraxi, incentrata sul pozzo sacro nuragico e sullArca del Tempo, una struttura multimediale per un viaggio virtuale nei paesaggi cagliaritani: una stazione che pu diventare porta per lingresso allarea archeologia. Ma lintero percorso della metropolitana verso la citt costeggia aree archeologiche e, soprattutto, uno straordinario paesaggio rurale. In citt questo pu trovare conferma nella possibilit di proporre fermate presso i pi interessanti punti di vista storici, in sostanza allutilizzo della metropolitana come accesso privilegiato ai beni archeologici e storico-artistici.
Allora parlare di urbanistica con larcheologo pu significare trasformare un vincolo in una risorsa. Linvocazione al viator, espulso dalla progettazione urbana cagliaritana, pu tornare a essere la nostra guida nel discorso sullurbanistica e sui progetti di mobilit urbana. Il viator come linea guida per un confronto tra archeologia e urbanistica che non resti confinato nelle chiuse stanze istituzionali.



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