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TOSCANA - territorio rurale, un massacro in Val di Cornia e in Toscana
Massimo Zucconi*
02 APRILE 2008, IL TIRRENO


Mi chiedo come sia possibile, in Toscana, il massacro del territorio rurale, Val di Cornia compresa. Me lo chiedo, prima di tutto, alla luce delle leggi che questa Regione ha prodotto, sin dagli anni ’70,. che hanno sempre individuato nel territorio rurale, e nelle attività agricole, una fondamentale risorsa economica e un tratto distintivo del paesaggio e dell’identità regionale.
E attraversando la Toscana, si percepisce nettamente che cosa hanno rappresentato questi capisaldi. La Maremma, la Val d’Orcia, le colline senesi, le colline di Bolgheri e altre realtà rurali sono oggi straordinari bacini di qualificata produzione agricola e risorse paesaggistiche che contribuiscono a promuovere l’immagine della Toscana nel mondo. Sono patrimoni che devono essere protetti.
La più recente legge regionale sul territorio (la nº 1 del 2005) sembra averne coscienza, arrivando ad affermare che «nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti», che le zone agricole sono assunte «come risorsa essenziale del territorio limitata e non riproducibile, che nelle zone con esclusiva funzione agricola sono di norma consentiti impegni di suolo esclusivamente per finalità collegate con la conservazione e lo sviluppo dell’agricoltura».
Se le leggi non sono propositi, ma norme da osservare, viene davvero da chiedersi cosa stia accadendo nel concreto governare di questa Regione e dei suoi Comuni.
Basta guardarsi intorno, anche qui, per capire che qualcosa non va nella politica e nell’amministrazione. Il fenomeno è diffuso, ma raggiunge limiti intollerabili in realtà come San Vincenzo dove vaste aree agricole sono massacrate da villette che spuntano dal nulla, da casolari rurali che si ampliano a dismisura e si moltiplicano fino a divenire agglomerati abitativi, da vere e proprie lottizzazioni che si materializzano tra relitti di campi.
Basta percorrere la vecchia Aurelia o quelle che un tempo erano le strade panoramiche di S. Carlo e S. Bartolo per capire che cosa stia accadendo: uno scempio paesaggistico e la distruzione progressiva del patrimonio produttivo agricolo.
Com’è possibile, in presenza di leggi regionali a cui devono uniformarsi piani e regolamenti locali, disattendere clamorosamente i principi guida del governo del territorio? Com’è possibile, in un’area come la Val di Cornia che ha tradizioni di pianificazione coordinata, assistere ad una così profonda divaricazione delle politiche di governo del territorio tra comuni limitrofi? Com’è possibile, senza che la politica si ponga serie domande, assistere al prevalere di evidenti interessi speculativi su quelli della produzione agricola e della conservazione di beni vitali per l’immagine della Toscana, determinati per la qualificazione dello sviluppo locale, compreso quello turistico?
E’ sin troppo evidente, ormai, che è più facile per una società immobiliare ottenere permessi per una lottizzazione nelle zone agricole che per un imprenditore agricolo il permesso di ampliare una cantina o per una cooperativa le autorizzazioni a costruire un frantoio sociale.
Il problema dunque, anche in Toscana, non è dunque il “dire” ma il “fare”. Nella pubblica amministrazione, poi, il dire una cosa e farne un’altra dovrebbe configurare un illecito amministrativo, pena la perdita di credibilità della politica e l’inevitabile scivolamento nel dominio dell’arbitrio dove a contare non sono le leggi ma i poteri.
* (arch. ex presidente Parchi)



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