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Agrigento - «Stop alle automobili e ai bus in giro nella Valle dei Templi»
Giorgio Petta
La Sicilia, 2 marzo 2008

«Basta con le auto e i bus tra i monumenti straordinari della Valle dei Templi. Bisogna chiudere al traffico la Passeggiata archeologica. Com'è possibile violare così l'area archeologica più grande e più bella del mondo?». È questo l'appello che Giulia Maria Mozzoni Crespi, la presidente-fondatrice-madrina del Fai, il Fondo per l'ambiente italiano, lancia agli amministratori di Agrigento.
È vero che il Piano del Parco prevede la chiusura ad auto e bus della Passeggiata riservandone l'accesso ai pedoni e ai residenti, ma ogni ritardo aggrava il problema dell'inquinamento e del degrado dell'area archeologica. «Bisogna fare in fretta, non c'è tempo da perdere - aggiunge Giulia Maria Mozzoni Crespi, donna minuta e lieve di naturale eleganza, classe e cordialità ma che Leonardo Sciascia avrebbe definito di «tenace concetto» per sottolinearne la ferrea volontà e determinazione - pur riconoscendo che Rosalia Camerata Scovazzo, la presidente dell'Ente Parco archeologico di Agrigento, ha fatto parecchio per il buon esito dello stesso Piano. Però insisto: la Passeggiata va chiusa al traffico automobilistico. Ne ho parlato con l'assessore comunale al Turismo e allo Sport, Paolo Minacori, sollecitandolo ad intervenire. Mi ha spiegato che prima di chiudere la Passeggiata bisogna sentire la cittadinanza, per valutarne le opinioni e così via. Ho
l'impressione che si voglia prendere tempo su un caso che ha invece urgenza di essere risolto, mentre mi viene detto che c'è un sindaco, Marco Zambuto, giovane e coraggioso al Palazzo di Città. E allora io faccio un appello al sindaco e all'assessore Minacori di avere coraggio e di non temporeggiare. La Valle dei Templi non può più attendere».
L'amore di Giulia Maria Mozzoni Crespi per Agrigento affonda le sue radici nel tempo. «La prima volta - ricorda - ci sono venuta nel 1948. Con una mia amica avevo organizzato il giro della Sicilia in autobus. Un viaggio indimenticabile. I ragazzotti ci venivano dietro. Soprattutto quando facevamo il bagno in costume. Notammo che le siciliane scendevano in acqua indossando il costume e la sottoveste. Ci adeguammo e cominciammo ad immergerci con la sottoveste. Da quel momento non ci disturbò più nessuno. Ritornai in Sicilia nel 1958 e successivamente
numerose volte. In tutti questi anni ho visto e seguito l'evoluzione dei siciliani e dell'Isola, che trovo di una bellezza straordinaria, specialmente la zona di Agrigento. Non solo per la Valle dei Templi che è la più interessante del mondo. Sia per l'ampiezza dell'area archeologica che per il numero e lo splendore dei templi ancora in piedi. La tanto decantata Grecia, per esempio, ne ha solo due e nel resto del bacino del Mediterraneo non c'è nulla, a parer mio, che possa competere con Agrigento». Il recupero della Kolymbetra rientra in questo suo amore per Agrigento?
«Sì. Era il 1998 quando l'area, abbandonata e maleodorante, mi fu segnalata da un agronomo agrigentino, Giuseppe Lo Pilato. La Kolimbetra è un canyon naturale che divide le aree dei templi di Vulcano e dei Dioscuri. Ne aveva scritto Diodoro Siculo, uno dei più grandi storici dell'antichità, descrivendola come un luogo meraviglioso, ricco dell'acqua raccolta negli ipogei realizzati dal tiranno Terone. In duemila e cinquecento anni incuranza e abbandono avevano trasformato quel giardino in un'area impraticabile, in un ammasso di rovi dove confluivano anche maleodoranti fognature. Come Fai chiedemmo ed ottenemmo dalla Regione Siciliana la sua concessione in comodato per 25 anni. Iniziammo un minuzioso lavoro di restauro, guidato dalla sovrintendente ai Beni culturali di Agrigento, Graziella Fiorentini, e dal professore Giuseppe Barbera dell'Università di Palermo. Abbiamo ripulito tutto, incanalato le fogne e ristrutturato gli ipogei che raccolgono, attraverso una rete di gallerie drenanti, l'acqua piovana della collina di tufo su cui è costruita la città moderna. Essendo stati ripuliti, gli ipogei sono tornati a raccogliere l'acqua che ora confluisce come un tempo nella Kolymbetra e irriga gli orti, gli aranci e i limoni che abbiamo piantato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l'area è un Eden visitato da migliaia di turisti».
Parlando di turismo, nel caso di Agrigento si tocca un tasto dolente...
«Sì, è così. Ogni volta che vengo ad Agrigento non sento che lamentele. A me piace parlare con la gente, ascoltarla. Tutti si lamentano del turismo "mordi e fuggì" che, in una giornata, esaurisce la visita sia della città che della Valle dei Templi. I miei amici tassisti mi dicono che il loro numero si è ridotto da 23 a 15 e questo è un segnale inequivocabile che le cose vanno male. Mi piange il cuore perché Agrigento è un gioiello bellissimo che però viene infangato dalla mancanza di una efficace strategia turistica. Bisogna cambiare e per questa ragione lancio l'appello per la chiusura alle auto e ai bus della Passeggiata archeologica. Io penso che i turisti debbano essere invogliati ad avere un approccio diverso e più profondo, non solo sul piano conoscitivo, con la Valle dei Templi. Perché non si introducono le carrozze trainate dai cavalli oppure i tram elettrici? E perché non si realizzano delle piste ciclabili o dei circuiti da percorrere a cavallo all'interno dell'area archeologica? I visitatori devono disporre di queste alternative. Occorre rallentare i tempi del turista "mordi e fuggì" che in un'ora visita l'area archeologica, consuma un panino, beve una coca e va via. Per questo motivo sono contraria all'aeroporto di Racalmuto. Il turismo sarebbe ancora più "mordi e fuggì" per Agrigento. Insomma, ci vuole una nuova strategia che blocchi finalmente lo scoramento che si è impossessato della popolazione».
Lei cosa suggerirebbe?
«Se si fanno le cose per bene, si crea sviluppo e lavoro. Altrimenti vanno male e non è un caso che l'Italia sia scesa al settimo posto nel mondo per quanto riguarda il turismo. Si accusa l'euro, ma io non sono d'accordo. Perché ad Agrigento la vita costa la metà rispetto a Milano. Eppure i turisti non vengono. Perché? Perché non c'è organizzazione. Sono andata negli uffici turistici del Comune. Ho chiesto una guida. Mi hanno detto di non averne e di rivolgermi all'Apt della Provincia. L'ho fatto. Stessa domanda. L'impiegato mi ha risposto che non aveva nulla. Ho insistito. Finalmente ha tirato fuori tre pieghevoli. Ho detto che agendo in questo modo non si favoriva il turismo. Mi ha risposto: "Si campa lo stesso!". Gli ho chiesto quanti erano gli impiegati che lavoravano in quell'ufficio. "Non glielo dico. E poi a lei perché le interessa?", è stata la sua risposta. Ecco, questa vicenda nella sua semplicità è la prova che così non si va avanti, che si ostacola il turismo. Ci vogliono i pieghevoli, le brochure che parlino di Agrigento e della sua provincia, della Torre Salsa e delle "maccalubbe" di Aragona, della capra girgentana e degli archi votivi che si realizzano a San Biagio Platani in occasione della Settimana Santa. Bisogna creare dei circuiti turistici che facciano scoprire al visitatore luoghi e monumenti ma anche cucina, artigianato e tradizioni. Tutto è collegato. Compreso il paesaggio, purtroppo violentato dall'abusivismo edilizio. Per questo suggerisco ai sindaci di elaborare i piani paesistici, mentre invito il prossimo presidente della Regione a guardare a quanto ha fatto Soro per salvaguardare la Sardegna. I Comuni non devono più permettersi, per aumentare le proprie entrate con le opere di urbanizzazione e l'Ici, a trasformare i terreni agricoli in aree edificabili. Bisogna fermare questo processo di degrado ambientale e fare in modo che i Comuni dispongano di maggiori mezzi finanziari. Non posso accettare quanto mi dice l'assessore Minacori - "Stiamo restaurando Agrigento" - quando camminando per la città vedo palazzi che si sgretolano mentre al pianterreno ci sono vetrine modernissi-me e scintillanti. È un problema di valori, che vanno ristabiliti». Una situazione senza ritorno? «No, non sono d'accordo. Non tutte le persone, per fortuna, sono uguali. Ho incontrato ragazzi meravigliosi, come Alessandro Ciulla, che si occupano del restauro di chiese. Ricevono cifre modeste e fanno un lavoro sostanzialmente di volontariato. Per il restauro della chiesa di San Lorenzo ci vogliono 400 mila euro, ma molti dicono che è meglio realizzare il ponte di Messina. Perché? È davvero utile? Sostengo questo da una posizione di sinistra, anche se confesso, nonostante mi abbiano accusato di essere comunista, di non avere mai votato per i "rossi". Io sostengo, invece, che in Sicilia ci sono altre cose da realizzare prima del ponte e dell'ennesima fabbrica inutile che di lì a poco sarà abbandonata al suo destino. Bisogna favorire le energie di questi ragazzi straordinari esaltandone i valori e la volontà perché altrimenti nessuno aiuterà Agrigento e la Sicilia ad avviarsi ad un futuro di lavoro e sviluppo. Bisogna avere fiducia nei giovani. È mai possibile che in città non ci sia un ostello della gioventù? Trent'anni fa c'era. Rifacciamolo. Anche nella prospettiva che Agrigento
possa diventare un centro universitario specialistico e mondiale per lo studio dell'archeologia. E poi, perché non giocare la carta dell'agricoltura? Ai tempi dei Greci la Sicilia era considerata la terra più fertile e ricca del Mediterraneo. Oggi potrebbe tornare a recitare un ruolo da protagonista. Anche nel settore delle energie rinnovabili. Dai parchi eolici, a cui dò il mio incondizionato sì, ai centri fotovoltaici perché il vento e il sole possono e devono dare lavoro e sviluppo. Bisogna voltare pagina e introdurre il nuovo senza copiare il vecchio. In attesa che tutto ciò diventi finalmente realtà, ai miei amici agrigentini raccomando di essere fieri di ciò che hanno ma soprattutto di farlo sapere al resto del mondo».



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