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LOMBARDIA - Lecco ex-città del ferro in cerca di una nuova identità.
Federico Raveglia
29 FEBBRAIO 2008, LA PROVINCIA

Ferruccio Favaron, presidente degli architetti, al secondo incontro di Futuro Italia: «Occasioni perse» «Al posto delle fabbriche banali palazzoni»

Ferruccio Favaron, presidente dell'Ordine Architetti, è stato l'ospite della seconda serata organizzata dall'associazione Futuro Italia sul tema «La mano dell'uomo sul paesaggio e sull'ambiente». Fabio Dadati, presidente di Futuro Italia, ha posto l'accento sul «cambiamento di vocazione della nostra città». E l'architetto Favaron ha impostato una riflessione densa di critica, ma soprattutto di proposta d'innovazione, riguardo all'evoluzione di una città «in cui le fabbriche scompaiono per lasciare spazio a banalissimi palazzoni». «La storia degli ultimi interventi urbanistici a Lecco è fatta di occasioni perse ? ha spiegato ? che cominciano dalla sciagurata rivisitazione di viale Turati e finiscono con i residence dell'orrore appena sorti sull'ex-area Sae: di questo passo come speriamo di diventare una città appetibile per il turismo mondiale?». A detta di Favaron infatti, le risorse paesaggistiche del nostro territorio, unite alla vicinanza con Milano, sono presupposti essenziali per rendere Lecco un centro turistico e culturale, che tuttavia non vengono giustamente supportati dalla politica urbanistica. «Il problema va individuato innanzitutto nella speculazione esagerata ? ha attaccato ? non è possibile pensare di costruire una città turistica fatta solo di residenze: un'urbanistica intelligente parte dalla risposta a una serie di bisogni, che a Lecco non vengono nemmeno presi in considerazioni». L'allusione dell'architetto è riferita alla scarsità di opportunità che la nostra città offre in confronto ad altri centri turistici, a partire dall'intrattenimento. «Lecco non ha identità perché in questi anni tutti hanno pensato al proprio interesse, e nessuno a quello della città, che ora sta sprecando tutto il potenziale di cui gode: dove sono le iniziative culturali, dove sono gli spazi per la comunità, dove sono i cinema, dov'è il verde urbano che dovrebbe essere garantito?» Inoltre, secondo l'architetto il pericolo più grosso è rappresentato dalla questa politica è la scarsa attenzione per alcune aree della città, che rischiano di divenire dei veri e propri ghetti. «Consideriamo un centro residenziale come quello dell'ex-area Sae: decine di appartamenti a costi bassissimi, per di più nemmeno supportati dalle strutture assistenziali e ricreative che erano state pensate nel progetto originario. Non ci sarà da meravigliarsi, se tra qualche anno quella sarà un focolaio di degrado sociale». Tuttavia, Favaron ha voluto andare al di là della semplice critica, dando la sua opinione sul cambiamento di rotta che va effettuato. «Con i miei studenti del Politecnico e con alcuni collaboratori ho aperto un forum che promuove una riflessione chiedendo ai lecchesi che tipo di città si immagino e desiderano per l'immediato futuro». Una riflessione che parte dal basso dunque, e che si concretizza anche nella sensibilizzazione della categoria degli architetti, a cui Favaron riserva alcune bacchettate sulle dita: «Sono troppi i colleghi che prestano la loro firma a progetti di infima qualità, finalizzati a rendite piratesche e alla monetizzazione dello standard urbanistico: se vogliamo riaffermarci come categoria, dobbiamo innanzitutto rivalutare il nostro ruolo dal punto di vista culturale».



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