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in difesa dei beni culturali e ambientali

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L`Azienda cultura chiede meno Stato e pi concorrenza
Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore 25/02/2008

Aprire ala trasparenza, alla concorrenza, superare il pregiudizio ideologico che vuole lo Stato "padrone" assoluto dei luoghi
di cultura; capire che musei, siti archeologici, monumenti, biblioteche, archivi rappresentano per davvero un importante settore economico con grandi potenzialit.
Andare, insomma, oltre la legge Ronchey - che pure ha avuto il merito di svecchiare la gestione dei beni culturali - per prevedere alleanze pubblico-privato allargate, non limitate soltanto alle concessioni dei servizi aggiuntivi, ma estese all'organizzazione vera e propria dei siti, con possibilit di intervento nei restauri, nella manutenzione, nel reclutamento del personale, nei parametri di offerta al pubblico.
Lo Stato deve, dunque, fare un passo indietro dalla gestione diretta del patrimonio e occuparsi dell'indirizzo e controllo della qualit dei servizi privati. Si tratta di aprirsi al mercato , con tutte le cautele indotte dal particolare tipo di ambito in cui si va a operare. Il passo indietro deve essere compiuto in nome della valorizzazione dei luoghi di cultura, che, messi in rete, producono ricchezze per interi territori. Finora dal legislatore sono, invece, arrivate soprattutto dichiarazioni di intenti, rintuzzate dalla rigidit con cui spesso (non sempre),si muovono ministero e soprintendenze. E' l`atto d`accusa contenuto nel libro bianco "La valorizzazione della cultura fra Stato e mercato" predisposto da Confindustria (l`associazione che raggruppa buona parte dei gestori privati dei servizi aggiuntivi dei luoghi di cultura) e che verr presentato mercoled 27 alle ore 14,30 presso la Sala delle colonne della Luiss di Roma. A quindici anni dalla "Ronchey", ci si trova in una fase di stallo.
Il pubblico continua a ritagliarsi un ruolo preponderante e spesso l`apertura al mercato pi fittizia che reale, perch diversi raggruppamenti di privati finiscono con l`avere le spalle coperte dalle amministrazioni pubbliche. Gli stessi operatori privati non sono, tuttavia, indenni da colpe, perch talvolta contribuiscono a creare situazioni di oligopolio mediante - si legge nel libro bianco - l`utilizzo immotivato di associazioni e raggruppamenti temporanei partecipanti alle gare o l`incrocio di partecipazioni societarie e di amministrazioni. Un quadro di inefficienze, di scarsa trasparenza, di mancanza di concorrenzialit alimentato dall`assenza di regole per mandare a gara le concessioni scadute o in proroga.
Il Ministero ne ha predisposte di nuove, ma i privati non sono soddisfatti. Nonostante questo il settore dei beni culturali mostra segni di vitalit: negli ultimi anni sono cresciuti i visitatori dei numerosi luoghi d`arte (solo quelli statali nel
2006 erano 400, visitati da 34,5 milioni di persone, con un introito dalle biglietterie di 104 milioni) con una crescita degli occupati (dato riferito al periodo 1990-2000) del 18,3%, mentre l`avanzamento medio stato del 2,3 per cento.
Eppure, se si guarda al confronto tra valore aggiunto della
cultura (differenza tra costi e ricavi) e fatturato ci si rende conto che il rapporto italiano (36,4%) quasi met del francese (68,3%), sopravanzato da quello tedesco (42,9%) e superiore, invece, a quello della Spagna (29,3.per cento). Francia e Germania, insomma, "sfruttano" meglio il loro patrimonio.
Situazione che trova riscontro nel paragone internazionale dei servizi informativi dei musei. La media di gradimento italiana non arriva a sei punti, mentre per altri grandi strutture come il British museum di Londra, il Metropolitan di New York e il Louvre di Parigi, si superano i sette punti.
Risultati coerenti con l`assetto strutturale e organizzativo dei nostri musei, che tende a parcellizzare o diversificare le responsabilit gestionali non solo tra pubblico e privato, ma anche tra gli stessi privati. E' dunque necessario un "nuovo paradigma" per lo sviluppo economico delle attivit culturali.



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