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SICILIA - Belice, una ricostruzione fallita
TERESA CANNAROZZO
MARTED, 15 GENNAIO 2008 LA REPUBBLICA - Palermo


La storia infinita della ricostruzione del Belice emblematica del fallimento delle politiche attuate dallo Stato a favore del Sud e di quelle non meno fallimentari messe in atto dalla Regione. Ma segna anche il fallimento delle proposte di urbanisti e architetti che con maggiore o minore buona fede si sono cimentati nella ricostruzione disegnando piani territoriali, ideando nuove citt, progettando architetture.
Riteniamo di avere individuato alcune circostanze e responsabilit che hanno condizionato negativamente la vicenda della ricostruzione. Esse riguardano la demolizione sistematica subito dopo il terremoto di un gran numero di edifici di interesse storico ed artistico, portata a compimento con troppa fretta per motivi di presunta pericolosit; la miopia dello Stato nellimpostare la politica di sviluppo del Belice con scelte verticistiche e modelli astratti; la voracit della Regione Siciliana nellampliare a dismisura le aree terremotate con la conseguente dispersione dei finanziamenti statali; il ricorso esagerato al trasferimento degli insediamenti in aree spesso molto lontane dalle citt distrutte o danneggiate; lutilizzazione di modelli urbanistici sovradimensionati ed estranei alla cultura insediativa locale per il disegno dei nuovi centri urbani; la megalomania e lautoreferenzialit diffusa in molti degli architetti coinvolti, convinti che la qualit delle loro opere avrebbe creato magicamente spazi e ambienti attraenti e vitali; il meccanismo perverso di finanziamento e di esecuzione dei lavori pubblici, causa di tempi biblici di attuazione degli interventi; la leggerezza di alcuni sindaci, soddisfatti comunque di aprire qualsiasi cantiere per qualsiasi progetto.
Dopo il terremoto, le proposte di assetto territoriale della Sicilia occidentale furono orientate dallanalisi dei processi di spopolamento verificatisi nei centri pi piccoli a favore dei centri medi come Sciacca e Castelvetrano. Si propose pertanto di aggregare gli insediamenti in conurbazioni di media dimensione, disposte lungo direttrici di sviluppo, ritenendo in tal modo di razionalizzare la dotazione di infrastrutture e attrezzature in funzione di bacini di utenza di ampiezza maggiore.
Lo sviluppo economico doveva essere assicurato da previsioni di insediamenti industriali, terziari, residenziali e turistici e da una grandiosa infrastrutturazione viaria. La risorsa dellagricoltura, una delle poche presenti e radicate che poteva essere concretamente potenziata, fu del tutto trascurata: la soluzione dei problemi dellirrigazione e la costruzione delle dighe sul Belice, di cui si era cominciato a parlare nel 1929, ripetutamente dibattuti e tenacemente rivendicati dalle forze popolari, non furono minimamente presi in considerazione. Tra le previsioni pi cervellotiche anche quella di trasformare in porto industriale il porto peschereccio di Mazara del Vallo.
Lauspicato sviluppo industriale e turistico non si realizzato, ma i criteri posti a base della pianificazione del territorio e della progettazione urbanistica delle nuove citt hanno indotto un gigantesco spreco di suolo, foriero di sontuosi indennizzi per espropri sconfinati, hanno ipotizzato ciclopiche reti infrastrutturali e proposto attrezzature generalmente sovradimensionate e spesso destinate ad attivit improbabili.
La ricostruzione stata anche una straordinaria e tragica occasione che ha generato una mole sterminata di commesse pubbliche per urbanisti, architetti, ingegneri, in un arco temporale molto ampio e ha prodotto alcuni risultati dovuti alle prestazioni dei pi noti progettisti italiani nel campo dellurbanistica e dellarchitettura (Giuseppe e Alberto Samon, Ludovico Quaroni, Vittorio Gregotti, Franco Purini e tanti altri) che meriterebbero ulteriori analisi.
Ci sembra che lerrore pi diffuso e praticato dalla committenza politica e dai progettisti, in tutte le fasi della ricostruzione, sia stato quello di proporre soluzioni urbanistiche e progetti architettonici senza porsi minimamente il problema della conoscenza della realt sociale, economica e perfino fisica del territorio, e senza avvertire la bench minima necessit di formulare risposte che tenessero nella dovuta considerazione i problemi e le aspettative delle comunit locali. Anche se con motivazioni diverse si tratt di un atteggiamento comune, in momenti successivi, sia agli urbanisti che agli architetti, ai quali per altro la committenza pubblica non indicava percorsi e metodi pi impegnativi.
Tra le infrastrutture viarie previste sono state realizzate solamente lautostrada Palermo-Trapani (compreso il tratto tra Palermo e laeroporto), lautostrada Palermo-Mazara del Vallo e la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca. Questultima, completata alla fine degli anni 90, impiegando per la sorveglianza nei cantieri i soldati delloperazione Vespri Siciliani, sembra lopera pi utile di tutta la ricostruzione perch ha consentito al territorio del Belice di uscire da una condizione di oggettivo isolamento.
Oggi, nonostante gli scempi del terremoto e quelli provocati dallopera delluomo, nonostante la perdurante presenza di ruderi e rovine, la valle sembra essere risorta come territorio agricolo produttivo intensamente coltivato a vigneti e oliveti, attento alle colture biologiche e costellato da insediamenti agrituristici.
Altri segnali positivi vengono dalla nuova generazione di amministratori locali, che affrontano con coraggio e consapevolezza la gestione di uneredit difficile rappresentata dai nuovi insediamenti con migliaia di case vuote, da centri storici ridotti a siti archeologici, da opere darte arrugginite, da ettari di suoli cementificati che costituivano le basi delle baraccopoli.
Comincia finalmente a emergere un progetto complessivo di sviluppo locale che cerca di riannodare i fili con le radici culturali delle comunit; lapertura di un museo nel castello Grifeo, a Partanna, avvenuta nel dicembre 2007, una significativa testimonianza di questo processo.



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