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POLEMICA SU CASTELFALFI - Morisi vs Salzano: Botta e Risposta

Castelfalfi: il garante risponde alle critiche
Data di pubblicazione: 27.12.2007

Autore: Morisi, Massimo

Il Garante regionale per la comunicazione nel governo del territorio della Toscana ha inviato anche a eddyburg la lettera che segue. La pubblichiamo volentieri



Chiarissimo Prof. Salzano, mi piacerebbe poter pubblicare sulla Vostra rivista elettronica un mio intervento che prende spunto da una serie di contributi variamente critici sulla vicenda Castelfalfi e sul ruolo del garante. La ringrazio molto comunque. Con viva cordialità. mm.

Premessa. Fare partecipazione è altra cosa dal solo parlarne. “Farla” e non solo “reclamarla” implica molta onestà intellettuale. Se si è onesti quando si parla di partecipazione, occorre concordare su un fatto: o i cittadini contano e debbono contare per le loro opinioni quando si esprimono mediante un processo partecipativo organizzato per informarli e metterli in condizioni di confrontare argomenti e se del caso di cambiare visioni, giudizi e valutazioni, oppure c’è sempre qualcuno più saggio che deve decidere per loro, insegnare loro il buono e il cattivo, il bello e il brutto. Nella sua banalità, la distinzione sta tutta qui. “Fare” partecipazione. Oppure semplicemente “invocarla” per difendere pregiudizialmente le proprie tesi. Se si è onesti si accettano i risultati della partecipazione. Se non lo si è, si fa finta che essa non ci sia stata anche quando, come a Castelfalfi, essa rappresenta – come ha scritto Luigi Bobbio «un lavoro eccellente e pionieristico». Ciò premesso provo ad affrontare alcuni punti specifici.

1. La partecipazione presuppone che l’opinione dell’ultimo ex mezzadro di Castelfalfi valga quanto 10, 100, 1000 editoriali di Salvatore Settis o di Vittorio Emiliani. Non un grammo di meno. Ovvio che quella dell’ex mezzadro è e sarà un’opinione assai meno influente, anche perché non ha a sua disposizione (come diceva Carmelo Bene) gazzette e gazzettieri compiacenti. Ma chiediamoci: vale la pena attivare un qualunque processo partecipativo e addirittura, come in Toscana, farci una legge sopra (dalla 1 a quella specifica) se non riconosciamo appieno quel pari valore?

2. Ci si può domandare, a questo punto: ma i cittadini hanno sempre ragione? Certo che no. Non a caso ci teniamo ancora le nostre farraginosissime istituzioni rappresentative, nella speranza che sappiano esprimere quella visione più generale o profonda o consapevole che, come singoli cittadini, se non siamo vittime del delirio di onnipotenza tipica dell’intellettuale latino, dobbiamo ammettere di non avere mai in misura sufficiente. E proprio perché i cittadini non hanno sempre ragione la buona partecipazione è quella che integra il circuito istituzionale e che non pretende di rappresentare un’alternativa alle istituzioni democratiche ma un loro necessario complemento. La chiave del modello toscano sta tutta qui. E’ la chiave della democrazia deliberativa. Il resto è protesta, voglia di imporre veti: tutte cose più che legittime e necessarie per la vitalità culturale e civile di una democrazia. Ma non sono partecipazione, possono esserne il presupposto, lo sfondo o anche la conseguenza. Ma non è partecipazione. E’ democrazia tendenzialmente “referendaria”: che finisce a colpi di spada (il voto) non con la costruzione di una scelta collettiva condivisa, nata dal dialogo, dal confronto argomentativo. E i colpi di spada tagliano ma non risolvono.

3. Sto parlando d’altro? No. Parlo proprio di Castelfalfi. Perché il dibattito pubblico di Montaione sul progetto Tui è stato un classico caso di democrazia deliberativa. Come tale, esso ha deluso chi si aspettava una cittadinanza venduta alla multinazionale da un sindaco debole o corrotto o da un garante ciambellano. Invece i cittadini, mediante il lavoro del garante, hanno fatto valere le proprie ragioni, hanno imposto condizioni irrinunciabili, hanno detto: quel progetto lo vogliamo, nonostante l’opinione di Asor Rosae e i suoi accoliti perchè siamo noi, non lui, i padroni del nostro destino ma sappiamo anche che il nostro territorio non è solo roba nostra e che gli interessi da tutelare sono molti e altri, a cominciare dal suo valore per la Toscana: quindi diciamo sì, ma a serie, onerose e precise condizioni, a cominciare da un corposo, molto corposo, ridimensionamento del progetto. Tui accetterà? Vedremo. Ma quel territorio è purtroppo suo, e tuttavia non solo suo. E la partecipazione glielo ha fatto capire. Si leggano le ammissioni di Martin Schluter (amministratore di Castelfalfi S.p.A. in proposito.

4. Se si ha la pazienza di leggersi tutto il rapporto del garante, questo ne emerge. Poi c’è la sintesi: che comincia con quel «nella misura in cui si può, s’ha da fare» su cui si sono appuntate le critiche di chi sperava che i cittadini dicessero “...non passa lo straniero” (ancorché legittimo proprietario dell’area) ma che prosegue anche con le precise e gravose condizioni che stanno dentro a quella “misura in cui”. Eppure è scritto a chiare lettere: il rapporto va letto tutto, non solo nei titoli delle raccomandazioni! Tanto più che nessuno, ma proprio nessuno tra coloro che alzano oggi di più la voce sui media si è tolto la briga di venirci alle sei assemblee di Montaione per capire da dentro quali erano l’aria, le opinioni, gli argomenti, i giudizi. Perché Castelfalfi è il modello di riferimento della partecipazione toscana nel governo del territorio (l’opinione non è del sottoscritto, ma di Claudio Martini).

5. Infine, sempre se si legge quel rapporto nella sua interezza si comprende - come non si può non fare sempre che lo si voglia - che le raccomandazioni del garante non sono il risultato della sua opinione (vivaddio: la legge è chiara, il garante non dà pareri!) ma l’esito delle opinioni dei cittadini, si vede bene che quel rapporto è stato costruito in modo tale che un così imediato legame non può non risultare di tutta evidenza - e sfido chiunque a dimostrare il contrario carte alla mano. Perciò parlare di manipolazioni (come taluni hanno fatto) significa offendere semplicemente l’intelligenza di chi quel rapporto abbia letto. Altro che valutazione “ex ante” o “carenza di conoscenza” in cui si sarebbero mossi i cittadini. Proprio perché le informazioni ottenute dalla Tui su profili essenziali come le risorse idriche sono rimaste insoddisfatte è stata chiesta e ovviamente ottenuta una serie di perizie di parte pubblica. Per la stessa ragione Tui dovrà provvedere a una riprogettazione integrale dell’intervento sotto il profilo architettonico. E, a monte, dovrà adeguarsi a quelle che saranno le indicazioni che il Comune, forte del giudizio dei suoi cittadini, imporrà a Tui circa le dimensioni complessive e specifiche dell’intervento. Ma qualcuno tra i detrattori, prima di parlare, il rapporto lo ha letto davvero? Ha visto cosa dicono i cittadini? Ha avuto l’umiltà di rispettarne l’opinione?

6. Naturalmente, trovandoci anche noi, nell’infausta Toscana, entro quella “incresciosa” situazione di un regime capitalista fondato sulla proprietà privata dei suoli, Tui potrebbe anche mandare tutti al diavolo, frammentare la vendita dell’area e affidarla a un incerto destino di villette a schiera (...anche perché sia i sindaci sia le opinioni sia gli strumenti urbanistici possono sempre cambiare). Ciò non toglie che i cittadini di Montaione non si siano piegati al ricatto potenziale e si siano rifiutati di comprare a scatola chiusa. Ma resta il fatto che, per loro, è meglio andare avanti con quel progetto, purché lo si riveda e lo si ripensi in profondità, piuttosto che lasciare le cose come stanno. In tutto questo il garante non c’entra nulla. Registra e basta: nell’assoluta convinzione di aver fatto del suo meglio per mettere i cittadini nelle condizione di costruirsela quell’opinione, fornendo, in quanto disponibili, informazioni e potenziali alternative. Quando non c’è riuscito, per carenze o riluttanze delle fonti, lo ha puntualmente denunziato (il sito www.dp-castlfalfi.it è lì a dimostralo).

7. L’esperienza del dibattito pubblico in Toscana proseguirà. E costituirà uno dei segni salienti di questa legislatura regionale: sia nelle modalità della legge 1, sia con le integrazioni della nuova legge sulla partecipazione. Il garante regionale collaborerà in ogni modo con la nascitura autorità per la partecipazione perché una simile esperienza divenga una nuova e solida pratica democratica applicata all’area tematica di maggior conflitto culturale, economico e sociale: il governo del territorio. So bene che critiche (e qualche insulto calunnioso) non cesseranno perché la partecipazione fa paura a chi fino ad oggi l’ha solo propugnata a tutela delle proprie religiose convinzioni. E soprattutto perché la partecipazione è anche fatica. Bisogna scriverci sui webforum e alle assemblee bisogna venirci (Castelfalfi ha avuto centinaia di partecipanti tra i cittadini: ma ha visto non più di un esponente per Italia Nostra, 1 per wwf e 3, massimo 4 per Legambiente. Mentre c’è stato qualche giornalista che ha preferito lavorare sui comunicati stampa piuttosto che venirci: e sapete perchè? Perché Castelfalfi è lontana, ci è stato detto!). Ma occorre insistere: perché l’intelligenza della democrazia, come insegnava Charles Lindblom, sta proprio nel dar torto a chi pensa che il governo del territorio si riassuma in un comunicato stampa o nell’editto di una cattedra. Il territorio è in primo luogo i suoi cittadini, nell’intreccio dei loro diritti, dei loro interessi e delle loro responsabilità verso il futuro e verso chi sta al di là dei loro confini . Se a qualche professore o a qualche politico o a qualche movimento questi cittadini non piacciono: vuol dire che ciascuno di loro ha semplicemente perso il senso del reale. O, se preferite, della sua misura. (21 dicembre 2007)

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Morisi: Autodifesa o autodenuncia?
Data di pubblicazione: 27.12.2007

Autore: Salzano, Edoardo

La lettera di Massimo Morisi sollecita nuove critiche, su alcuni aspetti decisivi del dibattito attuale, a proposito di Castelfallfi e oltre



Se si vuol discutere con qualcuno la prima cosa è ammettere la sua buona fede. Dò per scontata la buona fede e l’onestà intellettuale di Massimo Morisi, e perciò non dirò che è un “accolito” di Riccardo Conti (e mi piacerebbe che lui non parlasse di “Alberto Asor Rosa e dei suoi accoliti”). Dò per scontata anche l’intelligenza di Morisi e credo volentieri che egli abbia applicato correttamente, come non dice solo Luigi Bobbio, la tecnica della partecipazione locale.

Ciò detto, mi sembra che Morisi, nella sua autodifesa dalle critiche all’intervento di Castelfalfi presti il fianco ad alcuni ulteriori motivi di critica. Mi sembra utile proporli anche perché il tema della partecipazione è tornato oggi all’attenzione dell’opinione pubblica, soprattutto in relazione alla Toscana e alla legge in proposito, recentemente approvata dal Consiglio regionale.

Vorrei partire da un concetto, che è stato chiaramente espresso da Alberto Magnaghi (un appassionato apostolo della partecipazione locale): quello che egli definisce “interscalarità”. “Se si vuole attribuire ai processi partecipativi il ruolo di strumento di intervento della cittadinanza attiva sulla costruzione del proprio futuro – ha scritto su eddyburg Magnaghi - è chiaro che tematiche come la qualità dell’ambiente di vita, la produzione, il consumo, la qualità dell’alimentazione, la mobilità, il paesaggio, le strategie di sviluppo, ecc. richiedono una forte interscalarità degli attori interessati e delle istituzioni coinvolte, dai comuni ai circondari, alle province alla regione”. In altri termini, la partecipazione “richiede la realizzazione integrale del principio di sussidiarietà per affrontare i problemi alla loro giusta scala di risoluzione”.

Declinare il principio di sussidiarietà nel contesto italiano richiede di interrogarsi (se si vuole adoperare il termine “sussidiarietà” secondo il modello europeo di Jacques Delors e non secondo quello dialettale di Umberto Bossi) su quali siano i livelli di governo e di appartenenza, le “comunità”, cui sono affidati patrimoni materiali e morali del Paese. In particolare – visto che di questo si è soprattutto discusso a proposito di Castelfalfi – quel bene comune che è il paesaggio. La Costituzione del 1948, nei suoi immoodificati principi, è molto chiara in proposito: la tutela del paesaggio è compito solidale della Repubblica, cioè dello Stato, della Regione, della Provincia, del Comune, i quattro livelli nei quali la Repubblica italiana si articola.

Ogni livello di governo, ogni comunità (quella locale e comunale, e via via fino a quella nazionale) esprimono interessi meritevoli di rappresentazione e di considerazione: quelli più vicini e diretti, come quelli più lontani e generali. La domanda è: è giusto che a decidere sul destino di un tassello del meraviglioso mosaico del paesaggio italiano sia la sola comunità di Castelfalfi? Ed è giusto che l’unico interesse sovralocale rappresentato con energia nel processo partecipativo di Montaione sia quello espresso dai rappresentanti di una istituzione che hanno predicato e praticato il più smaccato mix tra centralismo regionale (in materia di infrastrutture e altri grandi opere) e delega piena ai comuni (in materia di gestione del territorio e del paesaggio)? I cittadini della Toscana, dell’Italia (e dell’Europa) avrebbero anch’essi il diritto di essere coinvolti con pienezza di rappresentanza in un processo partecipativo compiuto.

Chi, nel concreto, ha rappresentato gli altri cittadini, le comunità più ampie di quella locale, i livelli di governo sovraordinato nelle assemblee di Montaione? Avrebbe potuto e dovuto svolgere questo ruolo il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini. Egli infatti è stato presente ed è intervenuto nel dibattito. Ma basta leggere alcuni passi del suo intervento (nel rendiconto del Garante della partecipazione, che riportiamo qui sotto) per rendersi conto di come egli abbia saputo interpretare le ragioni degli altri.

“Il presidente ha sottolineato la valenza regionale della vicenda-Castelfalfi, perché ha a che vedere con lo sviluppo turistico della Toscana e perché può aiutare a decongestionare le città d’arte, creando alternative di qualità e puntando ad un turismo non mordi e fuggi”. Ciò che interessa, insomma, è “lo sviluppo del turismo”. Il prezzo che si paga in termini di snaturamento del paesaggio non conta.

“Martini – prosegue la sintesi ufficiale dell’intervento - ha polemizzato sia con l’isteria di tanti dibattiti politici, sia con chi vuole che si tolga l’urbanistica ai Comuni, centralizzando le decisioni. Si tratterebbe – ha precisato – di un drammatico passo indietro, anche perché nessuna Sovrintendenza o nessun ufficio ministeriale sarebbero in grado di organizzare e gestire un processo partecipativo come questo. E’ dunque bizzarra la posizione di chi chiede di abolire tutto ciò che sta tra i comitati locali e il livello statale”. Non risulta che nessuno abbia chiesto ciò. Ma attribuire all’avversario richieste palesemente assurde serve a screditarlo. Un artificio polemico adoperato nella “isteria di tanti dibattiti politici”, assolutamente impropria nell’intervento di chi dovrebbe esporre le ragioni dei “livelli sovraordinati”.

Allora una prima domanda a Massimo Morisi. È politicamente e culturalmente, corretto un processo di partecipazione in cui l’unico contrappeso all’espressione degli interessi locali, l’unica traccia di “interscalarità”, sia quello costituita dalle parole espresse dall’attuale presidente della Regione, il quale per di più ha affermato che gli unici oppositori all’intervento della multinazionale TUI sono “gli intellettuali proprietari di ville in Toscana”?

Una seconda domanda nasce da un’affermazione che Morisi esprime nella sua lettera di risposta alle critiche. Egli afferma: “Naturalmente, trovandoci anche noi, nell’infausta Toscana, entro quella ‘incresciosa’ situazione di un regime capitalista fondato sulla proprietà privata dei suoli, Tui potrebbe anche mandare tutti al diavolo, frammentare la vendita dell’area e affidarla a un incerto destino di villette a schiera (...anche perché sia i sindaci sia le opinioni sia gli strumenti urbanistici possono sempre cambiare)”.

Insomma, per il garante della partecipazione o a Castelfalfi avviene lo stravolgimento fisico e sociale che il progetto annuncia, oppure il suo futuro è di diventare come Monticchiello: “un incerto destino di villette a schiera”. E perché mai? Non è possibile immaginare un assetto urbanistico nel quale non diventi dominante ed esclusiva la monocultura turistica, non domini la privatizzazione d’ogni elemento del territorio, e in cui invece l’equilibrato rapporto tra le utilizzazioni del territorio e la sua forma diventi l’obiettivo primario? E in cui gli interventi edilizi privilegino il recupero, non lo stravolgimento, delle strutture storiche? E se oggi questo non fosse possibile, se le uniche convenienze economiche sono quelle delle multinazionali del turismo globale e non il tessuto delle economie locali, non sarebbe più saggio conservare quello che c’è in attesi di tempi migliori, praticando una intelligente politica di conservazione?

Certo, per farlo occorrerebbe che ogni istituzione svolgesse appieno il suo ruolo. Bisognerebbe che la Regione fosse consapevole di dover svolgere, in stretta intesa con lo Stato, un ruolo decisivo ai fini della tutela del paesaggio.

Bisognerebbe che le scelte della Regione Toscana fossero fedeli alla lettera e allo spirito del Codice del paesaggio. Bisognerebbe perciò che il Piano d’inquadramento territoriale (malamente camuffato in Toscana da piano paesaggistico) stabilisse precise invarianti territoriali: precise regole da rispettare da parte di tutti, anche da parte dei potenti, anche in una regione che si trova, per adoperare le parole di Morisi, “entro quella ‘incresciosa’ situazione di un regime capitalista fondato sulla proprietà privata dei suoli”. (Ma la privatizzazione dei beni pubblici, lo sfruttamento economico immediato, lo stravolgimento dei fattori naturali e antropici che caratterizzano il paesaggio, non sono stati e non sono praticati da tutti i capitalismi: sono un ‘privilegio’ del nostro, nel quale la rendita continua a essere la componente prevalente del reddito, e quella della quale gli interessi economici prevalenti si impadroniscono più volentieri).

Bisognerebbe, infine, che in Toscana (e magari in tutte le regioni d’Italia) si comprendesse, da parte dei governanti e dei loro consiglieri, che “valorizzare” non significa sfruttare nell’immediato i patrimoni costruiti da una società che, nei secoli, ha applicato lavoro e cultura al territorio, ma restituire e mettere in evidenza il loro valore originario. Questo per la verità è difficile immaginarlo nel breve periodo, dato che si deve a Claudio Martini, attuale presidente della Regione, la proposta dell’infausta separazione tra “tutela” e “valorizzazione” introdotta nelle nefaste modifiche costituzionali del 2001.

Mi rendo conto che parlare di valorizzazione in termini diversi da quelli della riduzione d’ogni bene a merce e d’ogni valore a valore di scambio, alludere a un concetto di sviluppo che non coincide con l’accrescimento del PIL, parlare di autonomia della politica sull’economia, sostenere che può essere opportuno conservare per domani quello che oggi corre il rischio d’essere solo distrutto e degradato, significa parlare di un mondo che è diverso da quello attuale: un mondo che in gran parte deve essere costruito.

E il problema, se si va al fondo della questione, è proprio questo. L’attuale establishment toscano (e italiano) è convinto che tempi radicalmente diversi da quelli attuali non siano possibili. L’economia della globalizzazione è quella che comanda, ora e sempre e così sia. È l’economia che comanda sulla politica: quest’ultima può temperarla, ammortizzarne gli effetti più rischiosi, ammorbidirne gli impatti: non guidarla o trasformarla . E la politica costruisce il consenso, la sopravvivenza dei propri apparati, sollecitando gli interessi economici immediati: sono essi che devono prevalere su quelli più generali e strategici, di lungo periodo.

Non meraviglia troppo che anche in Toscana, anche nell’antica “regione rossa”, sia questa l’ideologia che si è affermata. So bene che una parte molto consistente degli abitanti della parte “avanzata” del pianeta è pervasivamente formate da un tendenziale “pensiero unico” che privilegia l’individuo sulla comunità, il privato sul pubblico, l’immediato sul remoto, il vicino sul lontano, l’eguale sul diverso. Che i dogmi di questo “pensiero unico”, di questa ideologia, prevalgano anche a Montaione non ci meraviglierebbe, e neppure ci meraviglierebbe troppo che essi fossero condivisi da Morisi. Ma in quest’ultimo caso dobbiamo dire che ci sarebbe piaciuto un “garante” più equilibrato – oppure, per adoperare il linguaggio corretto, “diversamente equilibrato”.

P.S. – Nella rassegna della stampa che correda la documentazione esibita dal Garante nel sito dedicato al processo partecipativo è assente, tra l’altro, un articolo nel quale, sulla rivista Carta, ho espresso le ragioni per cui sono contrario all’intervento di Castelfalfi.

http://www.eddyburg.it/


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