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L’Atlante del brutto. Fra abusivismo e macerie industriali
Marco Romani
La Rinascita

Abusato, sfruttato, abbandonato. Il territorio italiano, «nonostante vincoli e regole, continua a essere sistematicamente manomesso. E non soltanto da imprenditori e organizzazioni criminali in cerca di guadagno rapido e sicuro, ma anche da Comuni e istituzioni che intendono lo "sviluppo" come cementificazione. Strutture alberghiere, porticcioli per barche e intere città delle vacanze fatte di villini a schiera, sembrano essere la sola chiave per attrarre masse di turisti. D'altronde, come denuncia il rapporto Maremostrum 2007 di Legambiente, quando una casa a Capri arriva a costare 25 mila euro al metro quadro, è ovvio che 11 "mattone selvaggio" non smetta di dilagare: il rischio (remoto) di sequestro è ben ripagato.
Per capire come è fatto il nuovo volto della penisola la Dare (Direzione generale per l'architettura e l'arte contemporanea) ha chiamato 15 fotografi proponendo loro di indagare su cinque aspetti del territorio italiano: abusivismo, nuovi insediamenti, turismo, abbandono e luoghi di eccellenza. Ne è nata una mostra, Atlante italiano 2007,che si è aperta al MAXXI di Ro¬ma il 16 ottobre (fino al 18 novembre) che tenta di raccontare, scatto dopo scatto, un Paese che non ha saputo fermare la crescita caotica che lo sta deformando. Un solo dato potrebbe bastare a chiarire il perché di questo fenomeno: in Italia le imprese edili registrate sono 828.488 (migliaia, poi, quelle al nero), in Germania 227.115. Ciò significa che sul mattone - con i suoi 2 milioni di occupati regolari e quasi altrettanti senza contratto - si regge un bel pezzo dell'economia nazionale: non c'è piano regolatore che tenga e le varianti diventano la regola. Con questa mostra, spiega il direttore generale della Dare Pio Baldi, «ci proponiamo di ottenere immagini che aprano finestre significative sul territorio italiano e su ciò che quotidianamente lo trasforma, facendo emergere le aggressioni cui è soggetto, ma anche le eccellenze e i valori che conserva».
Massimo Berruti, vincitore quest'anno di uno dei premi del World Presse Photo, in un bianco e nero dai forti contrasti, ferma nell'immagine gli ecomostri del territorio siciliano di Agrigento, Selinunte e Porto Empedocle. Nelle sue foto dei resti greci non c'è traccia, l'impietoso richiamo è lasciato alla mente dell'osservatore die stavolta non può evitare di dare un giudizio (morale più che estetico) davanti a uno scheletro di calcestruzzo costruito sulla costa o ai piloni di un'autostrada die si incastrano in una vallata.
Meno metafisico è invece lo sguardo di Andrea Abati che, nella Toscana dove inglesi e tedeschi vanno al supermarket dei casali, punta il suo obiettivo sulle ciminiere delle centrali elettriche, sui nuovi insediamenti abitativi e sulle contraddizioni di un merchandising turistico fatto di cartoline con cipressi mentre la realtà intorno è fatta di, colline urbanizzate e megacentri commerciali. Pittoriche, con le loro file di ombrelloni colorati, sono invece le coste adriatiche e tirreniche di Alex Maclean, immagini inquietanti di un consumo balneare vorace che distrugge ciò che tocca. Molto interessante è il lavoro di George Tatge che è andato a scoprire i piccoli orti che sorgono lungo le ferrovie, le autostrade o le aree industriali. Raccontano di una cultura contadina, ormai minoritaria, che resiste all'estinzione strappando al "progresso" pochi metri di terra, magari contaminata, per continuare a coltivare pomodori e melanzane. Pur se con alcune opere di grande valore, la mostra Atlante italiano, nata da un'idea forte e di grande attualità, non fa centro: gran parte dei lavori ha ignorato i temi proposti e le foto, spesso con un compiacimento intimistico esibito, tutto raccontano meno che i mutamenti del paesaggio: se anche gli artisti considerano poco interessante lo sfregio che il nostro territorio continua a subire, vuoi dire che la battaglia è definitivamente perduta.



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