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Al MAXXI di Roma l'Atlante dell'Italia che cambia.Il paesaggio senza paese
Stefano Baldolini
EUROPA 17/10/2007

L’asfalto di Ostia lesionato dal solleone come un creto di Burri. Anonime case bifamiliari nelle colline senesi. Una serie di orti metropolitani abusivi. Una coppia di bagnanti che osserva una enorme nave da crociera dal lungomare petroso di Punta Sabbioni a Venezia. Il golfo di Sorrento battuto dal sole.
Solo alcune tra le fotografie esposte al MAXXI di Roma, il campus in costruzione di Zaha Hadid, per testimoniare l'Italia che cambia. L'occasione è la presentazione dell’Atlante italiano 2007, seconda edizione della mostra fotografica promossa dalla Dare, d'intesa con il ministero per i beni e le attività culturali. In programma al MAXXI di Roma da oggi al 18 novembre, l’Atlante 2007 presenta 150 immagini di
quindici fotografi: dal giovane fotoreporter Massimo Berruti, premiato al World Press Photo 2007, ad Andrea Botto, dall'irlandese "post cattolico" (la definizione è sua) David Farrell. Da John Davies a Carlo Garzia, Alex S. Madean, Walter Niedermayr, Fabio Ponzio, Marialba Russo, Paul Seawright, George E. Tatge, Fulvio Ventura, Massimo Vitali. Secondo i curatori dell’Atlante 2007, l'Italia che cambia è fatta di cinque tipi di paesaggi e di un denominatore comune. I cinque tipi sono i paesaggi dell'abbandono e del mercato immobiliare, quelli illegali e del consumo turistico, i paesaggi eccellenti. Il denominatore comune è il rischio. Rischio statico strutturale, ma anche ambientale e culturale. «Rischio - scrive Margherita Guccione, direttore del MAXXI architettura- che investe il consumo diretto dei luoghi fisici (l'erosione delle coste, la perdita dei boschi o gli effetti dell'abusivismo) ma anche lo spazio della percezione del paesaggio come bene collettivo».
È proprio il ministro Francesco Rutelli, intervenuto all'inaugurazione della mostra, a lanciare l'allarme. «Le trasformazioni non sono sempre gradite - dichiara -. Noi abbiamo il dovere di far incontrare la qualità dell'architettura con la trasformazione del paesaggio. E finora tale dinamica ha avuto esiti molto deludenti».
Ecco dunque il ruolo politico dei fotografi, in questo caso dieci italiani e cinque stranieri, chiamati a rendere conto delle mutazioni e a esprimersi sul tema del rischio, degli effetti cioè che si produrranno nel tempo per l'uso e il consumo del paesaggio stesso. L'obiettivo è evitare errori come quelli fatti negli ultimi anni. Secondo il ministro Rutelli, «di limitarsi a considerare il paesaggio come un compromesso tra le trasformazioni indispensabili e l'eredità del passato. Mentre invece l'Italia stava cambiando in peggio».
Insomma, è come se tutti noi fossimo preda di una forma macroscopica di quella che in psicologia si definisce dissonanza cognitiva: di uno iato tra dichiarazioni d'intenti e comportamenti reali. In astratto siamo tutti per la difesa dell'integrità del Bel paese, consapevoli del valore economico e identitario del paesaggio italiano. In concreto, conduciamo stili di vita poco attenti alla salvaguardia degli equilibri e dei valori che ci circondano. Con l'aggravante che dall'interno, tutto questo viene percepito a malapena.
Prendiamo il tema del mercato immobiliare. Quanti di noi sono al corrente, o si sono accorti, che stiamo vivendo il più straordinario boom del settore edilizio nella storia del nostro paese? In questo senso i dati diffusi dal Centro ricerche economiche sociali di mercato per l'edilizia e il territorio (Cresme) nel 2006 sono eloquenti. Solo nell'ultimo anno sono stati realizzati immobili per più di 300 milioni di metri cubi. Si tratta del settimo anno consecutivo in cui tale soglia viene superata e fino al 2008 le cose non dovrebbero cambiare. Negli ultimi dieci anni sono è stato compravenduto il trenta per cento del patrimonio esistente. Otto milioni di abitazioni sono state acquistate o cedute. Nel 2006 si registrano circa 830 mila imprese di costruzione contro le circa 230 mila della Germania, dove pure dalla caduta del Muro in poi, in quanto a boom di costruzioni non si è scherzato.
È evidente che tutto ciò oltre a essere un dato positivo di crescita economica, implica delle ricadute profonde sul paesaggio italiano, specialmente se tale crescita non è accompagnata dalla qualità del costruito Uno scenario in grande evoluzione a fronte del quale rischiamo di pervenire, per dirla con Mosè Ricci, professore a Urbanistica a Genova e componente del comitato scientifico del progetto Atlante italiano, a un «paesaggio senza paese».



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