Quali restauri, sull'intervento di Ginzburg e Settis Andrea Bonavoglia www.foglidarte.com
Un articolo a firma di Carlo Ginzburg e Salvatore Settis, pubblicato su la Repubblica del 3 ottobre scorso, ha subito avuto un'eco ampia e profonda nel mondo artistico, tanto che, sin dal giorno dopo, sono apparse repliche di noti studiosi, improntate alcune a un'approvazione incondizionata, altre a un richiamo alla prudenza [per approfondimenti, si legga la rassegna stampa a fondo pagina, ndr]. Cosa hanno scritto di preciso Settis e Ginzburg? Che i grandi restaturi eseguiti in Italia negli ultimi decenni hanno finito per sovrapporre un valore eccessivamente commerciale e mediatico su operazioni strettamente culturali, e che, di conseguenza, in Italia oggi si finisce per finanziare e sponsorizzare soltanto "grandi" restauri, dimenticandosi di mille altri problemi di conservazione, manutenzione, amministrazione; la proposta è di fermare i restauri, una moratoria quindi.
Su questo nodo si sono concentrate le repliche, che naturalmente vanno dal «verissimo, fermiamo i pochi grandi cantieri e dedichiamoci piuttosto a quelli piccoli», fino al «non è vero, senza gli sponsor sarebbe un disastro, almeno andiamo avanti così!» In realtà tutto l'argomento è privo di senso, perchè chiunque in Italia sa che negli anni dopo la guerra, in quelli democristiani, in quelli del centrosinistra, in quelli di Craxi, in quelli di Berlusconi e in quelli di Prodi, nessun governo ha mai stanziato più di mille lire, o mezzo euro, per la cultura e che se continuano a esistere musei e gallerie, e anzi se ne costruiscono di nuovi, è perchè si è creato un enorme giro di affari che ha nelle esposizioni, nel mercato, nel prezzo altissimo dei biglietti, nei gadget e nei bookshop interni il suo fulcro economico. Andare a chiedere come mai si fanno solo grandi restauri e non si fanno le manutenzioni ordinarie fa un po' sorridere: è come chiedersi perchè tanta gente fa la fila davanti a una mostra di Matisse ma non sa neppure chi fossero i Fauves.
Nell'articolo allarmato di Ginzburg e Settis tuttavia si nasconde anche altro; leggiamo allora: «Togliere una velatura da una tavola, un ritocco a secco da un affresco. un elemento che fa parte della stratificazione storica dell'opera, equivale a bruciare la pagina di un testo che ci è arrivato in un unico manoscritto. Quella tavola, quell'affresco non torneranno mai più quello che erano: e d'altra parte la restituzione dell'opera al suo stato originario, quando uscì dalle mani dell'artista, è per definizione inattingibile». E' questa allora la soluzione: visto che non potremo mai ritornare indietro nel tempo, è meglio lasciare le cose come stanno? Una soluzione non-soluzione del tutto equivalente a quella di chi non vuole che in Italia patria del classicismo si costruiscano architetture moderne. E siamo anche, di nuovo, davanti a ciò che accadde ai tempi del primo restauro della Sistina, quando il mondo dell'arte osservò quasi con raccapriccio la lucentezza e la brillantezza di colori del Michelangelo pittore e accusò i restauratori di aver tolto le velature (che non c'erano) e i ritocchi a secco (che c'erano ancora) insieme allo sporco (che era tale da oscurare il dipinto). Oggi quest'altro grido di dolore va letto così: «Ridate l'arte agli intenditori e toglietela dai fenomeni del turismo di massa».
Apocalittici contro integrati ancora una volta, quando basterebbero due minuti di riflessione e un briciolo di buon senso per evitare dibattiti fumosi e salottieri, e darsi da fare concretamente ed economicamente, invece, per ridare slancio e vitalità agli organismi già esistenti che non funzionano, alle scuole d'arte che non producono artisti, e alla nostra stessa cultura artistica, così manchevole e così distratta.
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