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Ginzburg e Settis, gli ambientalisti del restauro
Alberto Mingardi
Libero, 05-10-2007





Anche l'arte ha i suoi verdi. Su Repubblica Carlo Ginzburg e Salvatore Settis, l'uno e l'altro pesi da novanta del nostro establishment culturale, hanno scagliato un duro attacco al restauro come prassi e modo di rapportarsi al patrimonio artistico - ma, soprattutto, come cavallo di troia del privato nell'arte. La polemica è vecchia. Per Ginzburg e Settis, ogni restauro «costi­tuisce un'interpretazione storica», inconfutabile ba­nalità. È come dire che nel restauro c'è la mano del re­stauratore. La quale inevitabilmente si sovrappone a quella dell'artista. I restauri di oggi sono in generale meno invasivi, più rispettosi, filologicamente più ac­curati di alcuni che hanno segnato, in male, il nostro passato. Sono perfetti? Per carità, siamo esseri umani. Il restauro è una pratica controversa. Ma è proprio nei solco di queste controversie che si può imparare a restaurare meglio. Ginzburg e Settis sembrano sostene­re che non bisogna restaurare, punto. La loro posizione è curiosa, perché di fatto trasla in un'altra dimensione,quella del mondo dell'arte, l'atteggiamento più tipico dei movimenti ambientalisti. Scrivono: “Come l'ambiente naturale, anche l'ambiente artistico è di­ventato estremamente fragile», ed è un inciso rivela­tore. Poche righe sopra biasimavano la concentrazio­ne di risorse nei restauro di opere famose. Conse­guenza diretta dell'intervento, a vantaggio di opera­zioni-spettacolo, di grandi gruppi imprenditoriali. Il mecenatismo è naturalmente interessato. In un testo nel quale il piatto pubblico piange, e se piange per il servizio sanitario nazionale logica vorrebbe fosse una fontana di lacrime per monumenti e tele, il privato andrebbe accolto con un grande, liberatorio sospiro di sollievo. Invece Ginzburg e Settis pa­ (...) ano che «opere notissime vengano sottoposte a restauri non urgenti che le rendono ancora più fragili» Ci sarebbe insomma la possibilità concreta che il privato produca dell' «inquinamento artistico». Poche, note opere verrebbero palleggiate da colossi bancari e assicurativi, ciascuno ansioso di essere quello che candeggia con più decisione i colori della cappela degli Scrovegai. I due normalisti non immaginano che, verosimilmente, il ritorno in reputazione sceme­rebbe col tempo. Il primo sponsor ne trae lustro e giovamento. Il secondo un po' meno, perché è ancora vi­vo il ricordo dell'intervento precedente, il terzo meno ancora e così via. Non è storia dell'arte: sono basse questioni di marketing. Del testo, Ginzburg e Settis sembrano assumere, da una parte, che un'impresa non possa gloriarsi con successe» dell'aver scoperto una "chicca" e di averla valorizzata. Ma, dall'altra, il loro ragionamento presuppone sia una certa disone­stà intellettuale dei restauratori tutti, sia dell'ampia casta dei loro controllori. Che fare allora, se tanto corrompe Mammona? La soluzione di Ginzburg e Settis è quella degli ambientalisti radicali: far niente. «Un continuo, capillare, diffuso monitoraggio delle opere d'arte teso a impedirne o rallentarne il degrado». Co­me dire, liberiamo i lupi in maremma. Il principio di precauzione nell'arte diventa principio di inazione. Che paradosso. Tutto si può dire, ma quando qualcu­no sostiene che bisogna salvare la civiltà dalla civiltà, il legittimo sospetto è che abbia sbagliato il verbo.



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