Restauri. La polemica sulle opere finanziate dai privati Rosamaria Bitetti L'Opinione, 05-10-2007
Dalla prima pagina di Repubblica Carlo Ginzburg e Salvatore Settis lanciano strali avvelenati contro una pericolosa pratica, di cui i cittadini, dagli esimi professori rappresentati, chiedon conto: i restauri delle opere d'arte finanziati da privati. Troppo commerciali, intervengono solo su opere banalmente famose. Non necessari, anzi dannosi, secondo l'autorevole ma impreciso (quali, esattamente, sono stati dannosi?) parere. Ci si chiede immediatamente chi siano questi cittadini rappresentati: quelli che possono fruire di un'opera salvata dai danni del tempo senza sborsare un centesimo? Quelli che di questa bellezza non fruiranno, ma a cui, giustamente, non verrà imposto di finanziare un restauro a spese dello stato? Non credo. L'articolo di Settis/Ginsburg rappresenta soltanto la reazione di una delle molte caste della nostra società. Una società che ha pacificamente accettato il controllo dello stato sull'arte: sul suo finanziamento, sulla sua gestione, ma anche sulla definizione di ciò che è o non è arte, di cosa meriti di essere tramandato ai posteri e cosa no. Queste decisioni rimangono nelle mani di bramini che, forti della loro integrazione nel sistema più che delle loro conoscenze, le difendono con le unghie e con i denti. Da chi? Dallo zotico che si permette di pagare il biglietto per vedere gli affreschi della Cappella Sistina piuttosto che un'opera meno "commerciale". Dal finanziatore, che sceglie di pagare il restauro di qualcosa che la gente vorrà vedere. Le preferenze personali, che riaffiorano nel mercato, offendono gli artisti, i critici e gli artivendoli ministeriali: uno scrutinio a cui non sono abituati, e che rifuggono. Perdendo il lume della ragione, financo. Ed attaccando, come gli illustri critici di Repubblica, indiscriminatamente, l'impegno di tutte le persone che lavorano in imprese di restauro, il cui amore per l'arte, le hanno condotte ad un livello tale potersi permettere di toccare un affresco di Giotto o una tela di Caravaggio. Quelle opere eclatanti per cui uno sponsor è disposto a spender denaro, in cambio di un ritorno d'immagine. Ed allora? Se un privato rincorre l'immagine, sarà molto più attento a scegliere il miglior restauratore sulla piazza di qualsiasi sovrintendente. Sceglierà un professionista le cui qualità sono emerse in un ambiente concorrenziale: queste possono tutelare il valore del nostro patrimonio meglio di direttive e linee guida. It's the market, stupid. Ed è più efficiente dello stato, anche quando non opera per il profitto: è per questo che chi teme la concorrenza lo odia.
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