Gli interventi spettacolo sono un rito di massa Antonio Pinelli la Repubblica, 04-10-2007
Una moratoria per i restauri? Sottoscrivo volentieri l'allarme lanciato da Carlo Ginzburg e Salvatore Settis, anche perché da tempo denuncio gli eccessi e i rischi connessi a quel fenomeno (inevitabile e per tantissimi aspetti benemerito), che ha reso l'arte una sorta di nuova religione di massa, con le sue cattedrali (i grandi musei), i suoi devoti e affollatissimi pellegrinaggi (le grandi mostre) e i suoi frequenti, osannati miracoli (i restauri). Un tempo del restauro si parlava come di un'arte; oggi, più opportunamente, come di una scienza. Ma indipendentemente dall'abito che indossa — ieri la palandrana del pittore, oggi il camice sterilizzato dello scienziato da laboratorio —il restauratore continua a rimanere avvolto in un alone di magia che sembra metterlo al riparo dagli strali della critica. E' giusto invece ricordare, come fanno Ginzburg e Settis, che ogni epoca ha le sue abitudini visive e queste, bene o male, hanno influenzato e influenzano i criteri di restauro. La riprova è che, se ci si rivolge indietro, si scopre che si può agevolmente tracciare una storia del restauro che corre parallela a quella del gusto e delle tendenze artistiche dominanti. La visualità della nostra epoca è inevitabilmente influenzata dall'arte contemporanea, dal trionfo della luce artificiale, dallo splendore patinato delle quadricromie e, ora, anche dalla molecolare fosforescenza dell'immagine elettronica. Ma è giusto soprattutto ricordare quanto scrisse e propugnò Giovanni Urbani, indimenticato direttore dell'Istituto Centrale del Restauro negli anni '80, e cioè che il restauro è come un drastico intervento chirurgico: può sanare, ma va effettuato solo quando non c'è altra via per salvare la vita del paziente. Ricordo ancora come fosse ieri il numero speciale del Bollettino d'Arte dedicato alla Cappella Scrovegni di Giotto, in cui Urbani dimostrò come la prevenzione e la manutenzione siano i veri pilastri su cui deve fondarsi una moderna teoria della tutela. Gli era stato chiesto di effettuare, con l'Istituto Centrale, l'ennesimo restauro degli affreschi di Giotto,e lui invece di procedere con i lavori aveva fatto compiere una quantità di analisi chimiche, fisiche e perfino metereologiche, che avevano richiesto anni di pazienti rilevamenti, da cui era scaturita una terapia che rimandava a tempo indeterminato l'eventuale intervento sugli affreschi, anteponendo ad esso una serie di misure preventive, che aggredivano a monte le cause del degrado (tra queste, la più stupefacente era il consiglio «ecologico» di piantare degli alberi su un lato esterno della cappella, per attenuare i violenti sbalzi di temperatura cui erano sottoposti gli affreschi all'interno). Grande e attualissima lezione quella di Urbani, che andrebbe rimeditata e rilanciata.
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