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Svendere Noto per quattro soldi
Mario Tozzi
La Stampa 31/8/2007

Dalla cattedrale di Noto appena restaurata non si vedrà di certo la piazzola di perforazione per la ricerca di idrocarburi e la bruttura paesaggistica di queste prime fasi di prospezione è senz'altro limitata (per non parlare dell'impatto ambientale praticamente assente). Ma il problema della ricerca di gas e petrolio nella Valle del Barocco siciliano non risiede certo nelle prime fasi della ricerca e le vere domande che ci si deve porre riguardano il futuro energetico e ambientale del nostro Paese. Specialmente tenendo conto che c'è già un esempio di come le cose possano andare quando si svende l'inclinazione turistica e naturalistica per un piatto di lenticchie. Per ora a Noto si cerca solo gas, ma sarebbe molto difficile arrestare le ricerche una volta che si dovesse riscontrare la presenza di idrocarburi liquidi (petrolio) invece che gassosi soltanto (infatti ci sono già altri operatori, autorizzati, al lavoro). E si capisce perché: nessuna attività industriale è remunerativa come l'estrazione e il commercio di idrocarburi, non a caso si parla delle più ricche corporation del mondo, che impiegano una tecnologia seconda solo a quella militare, e compagnie petrolifere lucrano guadagni astronomici sul barile di greggio nigeriano o sudamericano, paesi in cui debbono versare ben oltre il 50 per cento in royalties ai governi nazionali.
Figuriamoci su quello italiano che, seppure di qualità inferiore, impone percentuali irrisorie (meno del 10 per cento). Insomma estrarre petrolio in Italia costa meno che altrove, anche tenendo conto della sua scarsa qualità e dei suoi costi di estrazione mediamente più elevati (6-8 dollari al barile contro 2-3). Del resto l'Italia non veniva considerata terra di petrolio e perciò le royalties imposte erano (e sono rimaste) così convenienti, in modo di attrarre potenzialità industriali. Questo fino a qualche anno fa, prima della scoperta del petrolio lucano.
Le stime sulle riserve di petrolio della Basilicata sono teoricamente eccezionali: si parla del più grande giacimento mai scoperto nell'Europa continentale (eccettuati, cioè, i giacimenti sottomarini del Mare del Nord): circa 154 mila barili di petrolio al giorno, cioè 960 milioni di barili di riserve stimate, cifra che farà passare da quasi il 4 per cento a circa il 9 per cento la produzione domestica. La Regione Basilicata guadagnerà circa un miliardo di euro in vent'anni, cifra che solo in apparenza sembra considerevole: in Venezuela le nuove royalties imposte dal presidente Chavèz (in pratica una nazionalizzazione coatta) hanno fatto infuriare le compagnie petrolifere (tra cui l'Eni) che minacciano di abbandonare il Paese (dimenticando chi sono i veri proprieta-ri di quelle risorse).
Infrastrutture, indotto e occupazione ne hanno risentito positivamente, con la certezza, però, che si tratta comunque di investimenti a termine, perché - come è noto - il petrolio comunque finirà o costerà troppo in pochissimo tempo. E quando il petrolio sarà finito si rischia di rimanere con il territorio devastato e/o controllato dalle corporation, l'occupazione a zero, i frutteti abbandonati e le aree archeologiche o naturalistiche trascurate. Investire grandi potenzialità in quelle attività significa comunque non interessarsi più dei settori tradizionalmente forti del Sud d'Italia: agricoltura di pregio, turismo, beni culturali e parchi devono resistere comunque, se non ci si vuole trovare solo con un pugno di piazzole esauste e con un oleodotto sporco alla fine dell'orgia petrolifera.
A Noto come in Val d'Agri la domanda è la stessa: ha senso trasformare l'economia di una regione a vocazione eminentemente turistica e agricola per sfruttare una fonte energetica destinata a diventare troppo onerosa nell'immediato futuro? Che prezzo sociale e ambientale siamo disposti ancora a pagare per una risorsa effimera? Lo sviluppo legato ai combustibili fossili ha il fiato corto, soprattutto perché è figlio di una logica insensata dell'incremento dei consumi, come se la Terra fosse diventata improvvisamente inesauribile. Gli idrocarburi italiani non sfuggono a questa logica: denari spesi in opere la cui utilità è spesso dubbia e scarsa propensione al raffreddamento dei consumi. Con la possibilità concreta che, una volta terminato lo sfruttamento, quello che resta in mano sia davvero poca cosa. Di queste considerazioni non c'è eco nel dibattito, come se il «progresso» non dovesse mai fermarsi a riflettere, ma solo avanzare. Almeno a sapere verso dove.



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