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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Un Malpaese fondato sul condono
Vittorio Emiliani
l'Unità 30/9/2003

Dunque non sarà un mini-condono. Sarà invece un maxi-condono, con l'intento (tutto teorico) di incassare 3 miliardi di euro e di rattoppare alla meglio una Finanziaria piena di buchi. Intanto però l'effetto-annuncio sta facendo sorgere dovunque cantieri fuorilegge, specie laddove siamo da tempo in presenza di una vera e propria industria dell'abusivismo mossa da racket malavitosi. Tanto più che la sanatoria verrà estesa pure alle porzioni di area demaniale occupate da costruzioni private illegali. Il «Sole 24 Ore» ne anticipava ieri due possibili soluzioni: o l'abusivo avrà in proprietà quella porzione oggi pubblica di terreno che viene così privatizzata, oppure gli verrà estesa la concessione edilizia anche per essa. Basterà comunque che paghi 15 euro a metro quadro e sarà sanato, per la prima volta nella storia, il reato, fino ad oggi insanabile, di occupazione di suolo demaniale.

Per somma ipocrisia il provvedimento governativo prevede fondi alle Regioni per «incentivare la lotta all'abusivismo e per riqualificare urbanisticamente le aree degradate. Degradate da che cosa? Essenzialmente da quello stesso abusivismo che il secondo e il terzo condono berlusconiano in nove anni (1994 e 2003) - il primo lo varò Craxi nel 1985 - hanno esaltato o stanno esaltando. Sono infine escluse dalla sanatoria gli abusi commessi nelle aree protette, soggette a vincoli di vario tipo (siti archeologici, parchi, ecc.). Ma è soltanto una pezza. Tanto più che a livello regionale (vedi Lazio) le giunte di centrodestra stanno riducendo le aree a parco, mentre a livello costituzionale il Polo ha voluto a tutti i costi avviare il processo di modifica (ci vorranno quattro votazioni) dell'articolo 9 della nostra carta fondamentale inserendovi la tutela del solo ambiente naturale. Un evidente rattrappimento. Un altro capitolo del Libro Nero della destra nell'ambito dei beni culturali e ambientali.

E accaduto al Senato dove il centrodestra, pur diviso, ha voluto questa nuova dizione: «La Repubblica tutela l'ambiente naturale, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Nel 1947 di ambiente ancora non si parlava e i padri costituenti, dopo un appassionato dibattito, avevano deciso di salvaguardare «il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Un concetto ampio che già consentiva una salvaguardia integrata paesaggio-patrimonio storico e artistico e che avrebbe, negli anni 80, permesso tante sentenze della Consulta e della Cassazione, ed una legge molto avanzata come la Galasso sui piani paesistici. Per essa, votata quasi alla unanimità nel 1986 e poi disattesa come poche altre normative, Giulio Carlo Argan tenne nell'aula di Palazzo Madama uno dei suoi più alti discorsi parlamentari parlando del paesaggio come di un millenario palinsesto nel quale leggere la storia d'Italia e al quale riferire costantemente l'ordito della tutela integrata. Del resto, dieci anni prima Giovanni Spadolini aveva dato vita ad un ministero che era insieme dei Beni Culturali e dei Beni Ambientali. Dizione esattissima che purtroppo è stata in seguito snaturata separando sostanzialmente i beni culturali e ambientali, e lacerando il «palinsesto» evocato da Argan. L'articolo 9 della Costituzione faceva fare un passo avanti anche ai principi-cardine delle due leggi del 1939 che Giuseppe Bottai aveva dedicato (avendo quali consiglieri i giovani Argan e Brandi) rispettivamente ai beni storici e artistici, la legge n. 1089, e alle bellezze naturali, la legge n, 1497. Il ministro fascista aveva in realtà abilmente ripreso e riverniciato in senso più centralista due ottime leggi di matrice giolittiana: la legge Rosadi del 1909 sul patrimonio storico-artistico (della quale addirittura si tenne il regolamento risalente al 1913) e la legge sulle «bellezze naturali» voluta e firmata da Benedetto Croce il 25 settembre 1922, avendo quale sottosegretario al Ministero della Pubblica Istruzione lo stesso onorevole Giovanni Rosadi. Leggi molto solide, soprattutto la prima che, di fatto, ha «tenuto» bene fino ad oggi, dopo la riverniciatura bottaiana, e i cui rimaneggiamenti specialmente quelli annunciati, rettificati e confusamente riannunciati dal ministro Urbani suscitano continui allarmi.

Con questa nuova dizione dell'art. 9 si compie un vistoso passo indietro. Qual è l'ambiente definibile come «naturale»? Le alte vette alpine è quanto vi sta intorno, qualche brandello di costa nelle isole (ma già ho molti dubbi), insomma una percentuale modestia ma se non minima in un Paese profondamente modificato nei millenni dall'opera dell'uomo. Si pensi soltanto all'incidenza strategica dei terrazzamenti che, a forza di braccia in antico, sono stati costruiti rifacendo a mano ambiente e paesaggio della collina e della stessa prima montagna, dalla Valtellina a Noto e a Pantelleria passando per Liguria e Toscana. In un utile seminario di studi organizzato in luglio dal gruppo Ds Ulivo al Senato, Giovannelli, Mattioli, Bassanini, Ronchi, Benedetto ed altri hanno dato conto di quanto sta avvenendo in giro per l'Europa: della decisione assunta nel '93 in Belgio di inserire nella carta costituzionale l'ambiente quale diritto dei cittadini, o della «ecocittadinanza» e della «carta dell'ambiente» proposte in Francia con l'idea di un referendum confermativo popolare. E ancora della nozione di sviluppo sostenibile sottolineato con forza in Germania oppure di quella di «ambiente sano» richiamata da altri Paesi. Del resto, la dizione ormai storica dell'articolo 9 ha consentito alla Corte Costituzionale di lavorare proficuamente ad approfondire idee fondamentali: «L'integrità ambientale è un bene unitario che va salvaguardato nella sua interezza». E la stessa Cassazione, rifacendosi all’articolo 9, ha parlato di protezione integrata e complessiva di valori naturali «insieme con quelli consolidati delle testimonianze di civiltà». Un valore «trasversale» costituzionalmente protetto, un diritto fondamentale di ogni essere umano e dell'intera collettività. Certo, tutto ciò cozza con la visione berlusconiana del «ciascuno è padrone a casa sua» (abusivi compresi), è 1’opposto della sopraffazione dell’interesse generale ad opera dei mille e mille interessi egoistici individuali (abusivi inclusi). Ma questa era, è ancora, la nostra civiltà giuridica. Che questo restringimento dell’ambiente, insieme ad altri atti negativi dei due ministri, Matteoli e Urbani, minaccia in modo diretto e demolitorio. Oggi, per «fare cassa», si vara un nuovo maxi-condono edilizio che ricomprende, per la prima volta, lo stesso demanio. In una Italia dolorosamente, scandalosamente sconciata e imbruttita dalla illegalità. Matteoli aveva parlato di condono soltanto se compatibile con l'ambiente (ma quale abuso lo è mai stato?) e Urbani che ha sempre taciuto su tutto, a partire dalle «leggi-obiettivo» di Lunardi e dalla Patrimonio SpA di Tremonti ha annunciato che alla repressione degli abusi ci avrebbe «pensato lui». Difatti piove sul Bel Paese (o Mal Paese) la devastazione di un nuovo ampio condono che peserà, come gli altri due, essenzialmente sui Comuni.



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