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in difesa dei beni culturali e ambientali

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In difesa del nostro paesaggio
Attilio Mazza
Brescia Oggi, 11 giugno 2007

Caro Marco, ben sai quanto affermava Orazio. E cioè che non è concesso sapere tutto: «Nec scire fas est omnia».
Ed è per questo che bisogna apprendere costantemente.
Ho scoperto un libro appena uscito, pubblicato da Electa: «Beni culturali e comunità locali». Sarai intrigato, penso, già dal titolo.
L’autrice Ma riella Zoppi è docente di urbanistica alla facoltà di Architettura di Firenze e da più di trent'anni unisce la passione politica all'impegno professionale. Il volume traccia lo stato della cultura in Italia e indica quali azioni potrebbero essere utilmente intraprese per salvare e valorizzare un patrimonio immenso.
Sono stato interessato soprattutto dall'ampio paragrafo «La bellezza del paesaggio». L'autrice osserva che mai, come in questi ultimi tempi, si è parlato tanto di paesaggio.
Tutti invocano maggior rigore nella protezione dei «bei paesaggi»: intellettuali, artisti, protettori delle arti, associazioni ambientaliste, circoli e salotti. Ed è, ovviamente, un fatto positivo. E si chiede perché tutto questo stia avvenendo.
La risposta della studiosa è interessante: «Certamente, oltre le mode, è maturata una più ampia coscienza collettiva grazie alla Carta o Convenzione Europea del Paesaggio firmata a Firenze nell'ottobre 2000 e ratificata dal governo italiano nel gennaio 2006. La carta di Firenze ha avuto il merito di affiancare al tema della protezione, quello della pianificazione e gestione del paesaggio, rivolgendosi non solo a gruppi ristretti e sensibili, ma direttamente alle amministrazioni pubbliche e, quindi, alle collettività. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio ha in parte fatto proprio questo indirizzo e, per la prima volta in Italia, si è passati da un sistema di protezione affidato esclusivamente ai "competenti organi"(soprintendenze e ministero) a una richiesta di assunzione di responsabilità collettiva, che dovrebbe passare per le commissioni provinciali ex art 137, che purtroppo stentano a decollare».
La conseguenza è che in questo intervallo di poteri, purtroppo, i risultati non sono sempre positivi: «Molte denunce di cattiva gestione del territorio stanno emergendo, così come si stanno evidenziando le lacune di alcune delle legislazioni regionali in materia di governo del territorio, ma resta un principio fondamentale che, dietro la richiesta di assunzione di responsabilità gestionale pubblica decentrata emersa dai contenuti della carta europea, si è posto il problema di un'etica comportamentale collettiva nei confronti del territorio, e quindi del paesaggio e dell'ambiente, che impone ai cittadini e ai loro rappresentanti di averne attenzione e cura».
Riferendosi al caso emblematico di Monticchiello, in Toscana, la studiosa scrive che quanto accaduto è potuto legalmente avvenire grazie alla concorrenza di tre fattori fra loro collegati: «quello urbanistico, quello paesaggistico e quello architettonico. Tutti e tre complici della stessa malefatta. La legge urbanistica (o meglio di governo del territorio) è stata varata nel 1995, rivista nel 2005 con la L.R. n. 1, e si fonda sul principio della sussidiarietà dal basso verso l'alto, su una forte autonomia comunale e sulla funzione di indirizzo e orientamento della Regione e delle province». I comuni, dunque, sono al tempo stesso controllati e controllori della loro stessa attività urbanistica ed edilizia e stanno tirando la corda, come sta avvenendo nel Bresciano e nella zona del Garda in particolare. «Manca una dialettica di poteri - scrive la Zoppi - e le stesse controversie sul territorio, anche quelle fra enti pubblici, si possono risolvere solo al Tar, non esistendo nessun organo delegato a dirimere tali controversie, omissioni o anche semplici divergenze d'interpretazione per via amministrativa».
La confusione è totale. «Con il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio è stato introdotto un livello intermedio che può essere di grande aiuto in questo momento ed è rappresentato dalle Commissioni provinciali, con la capacità di apporre i nuovi vincoli, ma senza poteri di controllo». Confusione, dunque, in un certo senso favorevole a tutti giochi speculativi.
Preziosa, in questa fase, è quindi l'azione delle associazioni ambientaliste locali, come quelle benacensi che recentemente hanno predisposto il dossier «Garda da salvare», in cui sono documentate le devastazioni compiute nel territorio, dossier inviato al ministro per l'Ambiente Pecoraro Scanio, a quello per i Beni e le attività culturali Francesco Rutelli nonché ad altre autorità e a enti ai quali compete la tutela. Nella speranza che tale documento non muoia nel buio del cassetto di qualche scrivania ministeriale. Per attuare al vertice il perfido progetto, come sostiene il detto gattopardesco, che tutto deve cambiare, a parole, perché nulla cambi, nei fatti, nelle leggi.



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