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in difesa dei beni culturali e ambientali

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L’antico vizio italico
Salvatore Settis
la Repubblica 15/9/2003









Puntuale e capriccioso come le grandi calamità naturali (uragani, alluvioni, trombe d'aria) incombe sul Bel Paese un nuovo, devastante condono edilizio.
Cifre da capogiro occupano i titoli dei giornali; il Fisco ne ricaverà due miliardi e mezzo di euro, O addirittura quattro miliardi e mezzo?
Si insinua così la tentazione (che diventa in alcuni sbandierata e spensierata certezza) di credere che, in tempi di vacche magre, tanto più s'incassa tanto meglio è per lo Stato e por i cittadini.
Rischiamo così di dimenticare che condono edilizio vuol dire legittimare l'abuso col sigillo della legge, premiare chi ha violato le regole a scapito di chi le ha rispettate.
Vengono in tal modo sanciti e anzi incoraggiati e promossi, innescando una reazione a catena senza fine, gli scempi che deturpano, e (se questa è l' aria che tira) sempre più deturperanno le nostre città, i nostri paesaggi. Interesse primario dei cittadini e dello Stato è, al contrario, la rigorosa difesa della legge e delle regole, la tutela dei valori architettonici, urbanistici, paesaggistici che possono valere anche poco se presi uno per uno, ma hanno valore inestimabile nel loro insieme e nel loro contesto.
Fanno dell'Italia quello che è, il Paese al mondo con la più alta intensità di conservazione del patrimonio (pubblico e privato), con la più ricca tradizione di tutela. Ciò a cui abusi edilizi e norme colpevolmente permissive infliggono sanguinose ferite non è un corpo estraneo, non è la vecchia carcassa impagliata di una bestia esotica: siamo noi stessi, qualcosa che noi italiani abbiamo creato nel tempo e con cui abbiamo convissuto per generazioni, per secoli. E' la nostra memoria, la nostra identità, la nostra anima.


Dai tempi del condono dì Craxi (1985) a quello del primo governo Berlusconi (1994) a questo che ora ci minaccia si ripete invece l'identico teatrino: le regole restano, anzi vengono riaffermate, ma stante la situazione di emergenza, le necessità del Paese eccetera, in deroga (e in barba) a tutto e a tutti,
per una volta e una sola si condonano gli abusi per incrementare il gettito fiscale.
Questa favoletta non convince nemmeno i più ingenui: la vera ratio del condono edilizio non è la sua conclamata eccezionalità, ma al contrario il suo prevedibilissimo ritorno ciclico, che può dare a chiunque la certezza di perpetrare qualsiasi nefandezza, tanto fra uno, due, tre anni verrà immancabilmente condonata. In tal modo le regole non solo vengono violate (da alcuni cittadini), ma spregiate, vilipese e distrutte (dal governo). All'universo della legge e del pubblico interesse si sostituisce la giungla delle prevaricazioni.

L'impellente necessità di far cassa viene invocata come unica e sola ragione del condono: quasi che non fosse, il nostro, il Paese col più alto tasso di evasione fiscale in Europa; un Paese in cui, come ha scritto Il Sole-24 ore, almeno il 18.7% del Pil sfugge completamente al fisco e l'evasione supera i 200 miliardi di euro, una cifra di fronte a cui ciò che si può ricavare dal condono impallidisce in un istante. Eppure, si continua a pianger miseria senza nulla fare per ridurre l'evasione fiscale; si esalta e vagheggia il modello americano in tutto e per tutto, salvo che per il rigore e la funzionalità del sistema fiscale; anzi, si incoraggia il falso in bilancio proprio mentre negli Stati Uniti, in conseguenza del caso Enron, le regole del gioco si fanno, per legge federale, più garantite e severe. Come è chiaro, condono edilizio e condono fiscale rispondono a una sola e unica logica: proteggere l'evasione fiscale sotto l'ombrello delle misure eccezionali per rastrellare nuove entrate, premiare chi viola la legge e non chi la rispetta, chi attenta alla società civile e non chi mostra senso civico. Anziché fare il suo mestiere (far pagare le tasse ai cittadini) il ministro dell'Economia invade il campo degli altri ministeri (Infrastrutture, Beni Culturali, Ambiente), svende il demanio e condona abusi.

La dimenticanza (interessata) del problema di questa gigantesca evasione fiscale non è, ahimè, monopolio del centrodestra: i voti degli evasori fiscali, a quel che pare, premono anche al centrosinistra. Ma dimenticare l'evasione e puntare sui condoni edilizi ha un'altra conseguenza deleteria: finisce per accreditare la menzogna che le ragioni dell'economia siano opposte a quelle della cultura. Che da un lato ci siano i polverosi laudatores temporis acti affezionati ai valori architettonici e ambientali, dall'altro i dinamici sacerdoti dell'economia che sanno quel che vogliono (qualche miliardo val bene qualche scempio). E’ vero il contrario: il nostro bene più prezioso non sono i singoli monumenti (nemmeno il Colosseo, nemmeno San Pietro), ma il contesto urbano e paesaggistico, il tessuto connettivo che lega monumenti e case, strade e città in un inestimabile continuum non solo sul fronte dell'immagine, ma su quello della valorizzazione del Paese. Preservare questa eredità delicata e preziosa non è solo cultura, ha anche per l'economia del Paese uno straordinario significato e valore che è colpevole ignorare.

L'imminente condono sarà tanto più grave in quanto verrà a incidere su un tessuto già compromesso dal passaggio di molte competenze a Regioni e Comuni, con la prevedibile conseguenza di una visione dei vincoli marcatamente localistica e strutturalmente incapace di resistere a pressioni interessate, incline dunque a un drammatico allentarsi dei controlli. Basti ricordare quello che M.C. Giambruno (sulla rivista di architettura Ananke) ha chiamato «il proliferare dei sottotetti in Lombardia», sopraelevazioni e aumenti di volumetrie perpetrati sulla base di leggi regionali degli ultimi anni: la skyline di Milano e delle altre città ne esce già ora (e più ancora nei prossimi anni) falsificata e offesa. Alle sopraelevazioni approvate dalla Regione si aggiungeranno ora, a valanga, quelle «da condono»: perché dopo ogni condono la certezza del successivo genera nuovo abusivismo.

A questi e simili scempi intendeva porre riparo, avviando finalmente un processo virtuoso, la proposta di legge Urbani sulla qualità architettonica. Può di per sé essere una buona legge, a meno che non faccia la fine ingloriosa del disegno di legge sulle città storiche (ddl 4015/1997), proposto dal ministro Veltroni per poi metterlo a dormire sino alla fine della legislatura. Ma che senso ha legiferare sulla qualità architettonica, e pochi mesi dopo legittimare e incoraggiare gli abusi edilizi mediante il perverso meccanismo del condono? Quale è la politica del governo, promuovere la Qualità architettonica o danneggiarla con abusi irrimediabili? Domanda che merita di essere estesa al futuro destino del nuovo Codice per i Beni Culturali, ormai in dirittura d'arrivo. Le correzioni e gli sviluppi degli ultimi mesi (in genere migliorativi) ne stanno facendo un testo in buona misura accettabile. Ma a che cosa mai servirà, se scaltre leggi (tutte, si capisce, sotto la pressione di pretese necessità di cassa, di urgenze incontrollabili) dovessero, in deroga anzi in spregio alle regole fissate dallo stesso Codice, insistere nella dissennata politica di dismissioni del patrimonio culturale, nell'attacco alla qualità urbana, nella continua mortificazione dell'amministrazione dei Beni Culturali per mancanza di risorse e di progetto? Verrà mai il giorno in cui anche un ministro dell'Economia e un presidente del Consiglio riusciranno a capire che il rispetto del patrimonio culturale e della qualità urbana (e anzi l'investimento produttivo su questi fronti) può e deve essere una carta vincente per questo Paese?



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