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Una lezione di grande civiltà
Giuseppe Strappa
Corriere della Sera - cronaca di Roma 10/09/2003

La Roma del Settecento era una città tumultuosa e difficile. La dimensione angusta delle strade, spesso sterrate e ingombre di bestiame, rendeva caotica la circolazione; rifiuti maleodoranti di macelli e concerie ingombravano le aree malariche a ridosso del Tevere; negli spazi pubblici il rumoroso lavoro all'aperto degli artigiani era intralciato dal passaggio di carrozze condotte da cocchieri arroganti e rissosi. Eppure in questo disordine selvaggio e vitale sorgeva l'ordine aurorale di quella città moderna che Le Corbusier, sostenendo l'assenza del Settecento romano dal panorama europeo, non aveva saputo o voluto riconoscere. Terminata la stagione degli interventi spettacolari, un flusso vigoroso di trasformazioni edilizie investiva i nodi edilizi minori, le piazze appartate, le chiese modeste, soprattutto il tessuto in decadenza delle case a schiera, naturalmente predisposto ad una nuova solidarietà urbana. Case che si riunivano e rifondevano progressivamente, mettendo in comune vani scala ed aree di pertinenza, fino a generare un inedito paesaggio costruito formato dalle attuali case pluri-familiari «in linea» presto esportate nel resto d'Europa. Questi vincoli remoti, che ancora legano spazi urbani e unità abitative in una collaborazione corale espressa da facciate condivise, sono l'essenza moderna della Roma
tradizionale, la sua struttura poderosa e profonda da tutelare.
I documenti dimenticati della Roma : nel XVIII secolo sono ora sintetizzati, con rigore scientifico, in due importanti volumi curati da Paolo Micalizzi, editi da Kappa per l’Atlante storico delle città italiane diretto da Enrico Guidotti. Emerge con chiarezza una strategia edilizia civilissima, basata su vecchie bolle pontificie ma, soprattutto, sul rapporto consolidato tra capomastri privati e architetti pubblici i quali, con scrupolosa e concreta intelligenza della storia, stabilivano quello che si poteva cancellare e quello che si doveva conservare ed aggiornare. Un processo che iniziava con la richiesta di autorizzazione edilizia dei proprietari, la supplica, e che terminava col controllo dell'esecuzione da parte dei Maestri delle strade, esteso alle mostre ed ai banchi delle botteghe, ai cantonali dei portoni, perfino ad inferriate e ringhiere.
Il senso di questa grande lezione di architettura civile può far riflettere sulle condizioni attuali di un patrimonio che, come annotava su queste pagine Antonio Benedetti, al termine di ogni estate conta le ferite di un abusivismo corrosivo e strisciante che stravolge tipi edilizi, distrugge ordini antichi. E mentre nella città contemporanea perdura, avendo solo cambiato forma, il caos della Roma settecentesca, l'antica saggezza di badare al solido, al durevole, al trasmissibile è andata invece perduta. Un'intera civiltà urbana, che ha richiesto tempi lunghissimi per crescere e formarsi, sta scomparendo in pochi anni sotto i nostri occhi che in realtà, assuefatti a un mondo di immagini spettacolari, sono ormai capaci di riconoscere i valori della tradizione solo nei musei o in monumenti folgoranti e lontani.



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