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Beni culturali Per il 90% degli aspiranti aspettative deluse. La difficile arte del lavoro
Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2007

Il settore dei beni culturali non è, contrariamente alle aspettative e al fiorire di corsi di laurea, una miniera di posti di lavoro. Nel prossimo futuro, solo 16 laureati su 100 potranno sperare di lavorare nell'ambito della tutela e della valorizzazione del nostro patrimonio artistico. Ancora più bassa la proporzione di quelli che conquisteranno un impiego nelle amministrazioni pubbliche: ci riusciranno solo 5 su 100 laureati.
Sono le conclusioni del Rapporto che Civita — Associazione che da anni opera nel campo dei beni culturali, promuovendone la conoscenza e gestendo i servizi museali — ha predisposto e che verrà presentato a Roma il 22 maggio presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Quest'anno è stato scelto di concentrarsi sul problema della formazione, per verificare il rapporto tra domanda e offerta di lavoro. E i risultati sconfessano tanti luoghi comuni, a cominciare da quello che i beni culturali rappresentino oggi un giacimento anche dal punto di vista occupazionale. Ci si trova, invece, di fronte — come lo definisce Pietro Valentino, curatore del Rapporto — a un «gigante/nano», in cui «lo scarto tra aspettative e realtà è molto ampio».
Intanto, ciò che contraddistingue il settore è l'assenza di dati ufficiali. Si deve procedere per stime. Così ha fatto Civita, che è arrivata a considerare la domanda di lavoro attivata dalle pubbliche amministrazioni e dalle Fondazioni di origine bancaria in circa 56mila unità. Ancora più difficile inquadrare gli occupati nel settore privato. Se ci si limita ai cosiddetti servizi aggiuntivi di musei, siti archeologici, archivi e biblioteche — che, in virtù della legge Ronchey, negli ultimi dieci anni sono stati appaltati all'esterno—si può, secondo Civita, stimare in 1,5-2mila unità l'occupazione indotta. Se si allarga il tiro, si può, sempre procedendo per stime, arrivare a valutare tra 10mila e 14mila le persone reclutate dall'imprenditoria privata. Insomma, l'occupazione complessiva del settore, sia quella indotta dal pubblico sia quella attivata dal privato, oscilla tra 70mila e 75mila unità, che però possono crescere, se si prendono in considerazione altri parametri, fino a 8omila unità. Dati che dimostrano, una volta di più, come sia difficile fotografare il settore.
Si tratta di attività in cui è rilevante la presenza di rapporti di lavoro atipici — i Cococo (ora Cocopro) rappresentano il 12,9% nelprivato e il 7,7% nel pubblico —, dato che spiega anche le basse retribuzioni percepite da chi lavora per salvaguardare il patrimonio italiano: in media, un laureato in medicina guadagna al mese il 71% in più di un collega con il titolo in beni culturali.
Anche inquadrare l'offerta di lavoro non è agevole. Si può, tuttavia, valutare che il numero di laureati, tra triennali e di secondo livello, oscilla ogni anno tra 2.800 e 3.200, contro una domanda che varia tra 185 e 459 posti. Insomma, un indubbio eccesso di offerta.
Perché? Secondo il Rapporto il mercato del lavoro nei beni culturali dipende «strutturalmente» dai soggetti pubblici, che non hanno fatto adeguati interventi regolatori per riportare il sistema domanda-offerta in equilibrio. La mancanza di un monitoraggio sistematico ha, inoltre, alimentato la confusione tra speranze e realtà: «L'imperfetta conoscenza — spiega Valentino — ha contribuito ad attribuire al settore funzioni e impatti economici che questo non è e non poteva essere in grado di sostenere».
C'è, poi, l'assenza di una precisa definizione dei profili professionali chiamati ad operare nei beni culturali. Accade così che ogni anno nascano corsi di laurea senza che né gli atenei, né tanto meno gli studenti e le loro famiglie, siano in grado di dire se l'offerta formativa è coerente con il mercato.



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