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Blitz nel maxiemendamento: ai privati la gestione dei musei
Fabio Isman
Il Messaggero 17/12/2002

Otto righe dell’"emendamentone" alla Finanziaria presentato, per il Governo, dal senatore di An Lamberto Grillotti, mettono a rumore il mondo dei beni culturali. Una delle infinite proposte vorrebbe sopprimere pochissime parole, in due diversi passi del regolamento ministeriale approvato a settembre 2000. La loro cancellazione, per, renderebbe lecito dare in gestione ai privati un intero museo. Non pi una concessione che si limiti ai servizi finalizzati al miglioramento della fruizione pubblica e della valorizzazione di musei o aree archeologiche, come oggi accade, bens l’intera gestione dei beni culturali d’interesse nazionale. Cio, i pi importanti. E senza nemmeno indicare alcuna limitazione nella concessione in favore dei privati. Uno acquisisce la gestione d’un museo, e poi decide quando e se restaurarlo; quali opere concedere in prestito, e per quali esposizioni; al suo interno, che mostre organizzare. E’ un’evidente bestemmia, afferma il senatore "verde" Sauro Turroni, il primo ad accorgersi di che cosa si nasconde dietro quelle poche che rivoluzionano quanto, da sempre, era un punto fermo.
E’ evidente che la gestione di un bene comprende anche la sua tutela. Che la conservazione parte integrante della gestione. Che senza conservazione non c’ tutela, spiega Nicola Spinosa, storico dell’arte, soprintendente ai musei napoletani; finora, mi pare che si fosse parlato, sempre e soltanto, della concessione, dell’affidamento in gestione ai privati dei servizi; mai di interi complessi museali. La tutela e la conservazione di un bene culturale, fosse esso un museo, un dipinto, un’area archeologica, si era sempre detto che sarebbero rimaste un’esclusiva prerogativa dello Stato; alle Regioni, al pi, la valorizzazione; ai privati, la gestione dei servizi; ma allo Stato la conservazione. Se un privato otterr la totale "gestione" di un bene, dovr forzatamente occuparsi anche di faccende che riguardano, appunto, la tutela e la conservazione.
Quando si accorto di cosa nascondeva l’emendamento del Governo, il senatore Turroni racconta che ha interpellato il Capo di Gabinetto del ministro per i Beni e le attivit culturali, Giuliano Urbani: Mi ha risposto che tutto nasce soltanto per l’esigenza di superare l’opposizione delle Regioni; le Regioni contestano al Ministero il diritto di occuparsi ancora della valorizzazione, che, dicono, spetta a loro; per questo stato inventato un termine inedito: appunto la gestione. Ma senza rendersi conto dei rischi e gravi pericoli che la nuova dizione certamente comporta.
Da sempre, le competenze erano limpide; poi, sono state introdotte nuove categorie: la tutela, la valorizzazione, ora anche la gestione. Si tratta di verbalismi, che ognuno interpreta come vuole; e che determinano una confusione di ruoli, competenze ed aspirazioni. Secondo me, la tutela valorizzazione; e non esiste valorizzazione che prescinda dalla tutela. Perch tutto questo accade? Per far contenti tutti: Stato, Regioni, ora anche i privati. Davvero non so come usciremo da questa situazione terribilmente confusa, dice Adriano La Regina, soprintendente archeologo di Roma.
Sauro Turroni, vicepresidente della Commissione Ambiente al Senato, conclude: L’emendamento viola la Costituzione, che stabilisce la tutela come un dovere della Repubblica. Quindi, la tutela non pu essere oggetto di convenzioni tra Stato e privati. Gestione, valorizzazione e tutela sono inscindibili; come ad aprile intitolavo un editoriale sul nostro bollettino, questo l’annientamento dei beni culturali: il suicidio dello Stato, protesta Desideria Pasolini dall’Onda, che presiede Italia nostra. E Vittorio Sgarbi chiosa: E’ la stessa logica della Patrimonio Spa; il Governo crede superfluo porre dei limiti, che invece sono indispensabili. Alcuni beni culturali sarebbe immorale e controproducente affidarli ai privati. Tutto ci avviene per profonda mancanza di cultura. E altre polemiche sono sicuramente in arrivo.



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