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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Patrimonio addio
Chiara Valentini
L'Espresso 19 /12/2002

Sembra proprio che questo governo abbia deciso di movimentare la vita degli italiani. Accanto ai ricorrenti girotondi per la giustizia e per la Rai e non troppo lontano dai cortei delle vecchie tute blu ecco, in questo piovoso dicembre, una nuova categoria pronta a manifestare da una parte all'altra del Belpaese: gli ambientalisti. A muovere la preoccupazione non solo di Legambiente e delle altre associazioni ma anche di importanti giuristi, di politici della maggioranza come Domenico Fisichella o di imprenditori come Cesare Romiti, l'entrata in funzione di quella bizzarra creatura inventata dal ministro Giulio Tremonti con lo scopo dichiarato di fare cassa, la Patrimonio spa. Gi familiarmente ribattezzata Pspa, la nuova societ, che ha come braccio operativo la Infrastrutture spa, incaricata di una gigantesca operazione di messa a frutto e vendita del patrimonio pubblico, con un'ampiezza che non ha precedenti in nessun altro Paese. Assieme alle cartolarizza zioni, cio ai prestiti garantiti sui beni pubblici, messi a punto da una legge precedente di questo governo, la Pspa parte con il compito impegnativo di reperire, per la sola Finanziaria del 2003, ben 4 miliardi di euro. Una cifra enorme, che oltretutto, sostiene l'ex sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi, non che una prima tranche, visto che Tremonti si riprometterebbe di attingere ogni sei mesi a questo forziere senza fondo.
Quel che pi inquieta, come vanno ripetendo ormai da mesi le associazioni ambientaliste, che nel definire l'oggetto di queste macro operazioni, la legge Tremonti ha messo nello stesso calderone i beni commerciali che appartengono allo Stato (per esempio vecchi appartamenti, caselli ferroviari o caserme in disuso, da cui giustissimo voler ricavare un reddito), con l'inestimabile patrimonio dei nostri beni culturali e con lo stesso ambiente naturale. A decidere di volta in volta il destino di palazzi storici, di musei, di promontori sar poi il ministro dell'Economia, cio appunto Tremonti. vero che per i beni "di particolare valore storico e artistico" dovr agire "d'intesa" con il ministro dei Beni culturali, cio con Giuliano Urbani. Ma il meccanismo, denuncia un superesperto come il direttore della Normale di Pisa, lo storico dell'arte Salvatore Settis nel suo libro "Italia Spa" (Einaudi), pieno di contraddizioni e di spiragli. E dietro ogni spiraglio si apre un abisso. Con quali criteri, per esempio, si decider se un bene o no di particolare valore? Chi sar chiamato a farlo? E perch i tantissimi beni culturali disseminati per l'Italia, che non hanno la notoriet del Colosseo o degli scavi di Pompei, saranno abbandonati al loro destino? Un'inquietante anticipazione di quel che potrebbe succedere si gi avuta con un grosso volume fatto uscire nel cuore dell'estate dall'Agenzia del Demanio, e che solo il primo di altri cinque tomi in via di pubblicazione. Si tratta di un gigantesco elenco dove appunto i beni pubblici di tipo commerciale sono mescolati apparentemente senza alcuna logica con ville romane e reperti archeologici. E anche se l'inserimento in quel listone non significa automaticamente la messa in vendita o in concessione, pi che verosimile che da l la Patrimonio spa potr scegliere fior da fiore. significativo che proprio la responsabile di quel listone, cio il capo dell'Agenzia del demanio Elisabetta Spitz, sia la figura pi autorevole del consiglio di amministrazione della Patrimonio spa, dopo il presidente Luigi Fausti e l'amministratore delegato Massimo Ponzellini. Vogliamo mettere in circolo nel Paese pi anticorpi possibile contro questo pericolo di svendita, spiegare agli italiani cosa sta succedendo e far nascere una resistenza capillare, sostiene Ermete Realacci, il presidente di Legambiente, che con piglio garibaldino ha organizzato una catena di sit in e di girotondi dal Piemonte alla Sicilia. "L'Italia non in vendita" lo slogan che sta mobilitando ecologisti e cittadini spaventati. Si sentono sulla testa una spada di Damocle gli abitanti di Arezzo, dopo aver trovato nel famoso elenco il loro palazzo delle Statue, che fra l'altro la sede della Sovrintendenza. E’ un edificio che per noi come il Colosseo per i romani. L'idea che possa essere venduto ha farro saltare la gente sulle sedie, dice l'architetto Luigi Castigli, che tira le fila della protesta aretina. Un'aria di rivolta popolare spira anche in Abruzzo, dove addirittura entrato in lista un intero insediamento preromano, Alba Fucens. Vittorio Parlati, il sindaco di Massa d'Albe, la cittadina dove sorge il sito, ha scritto un appello a Ciampi e a Berlusconi perch Alba Fucens sia cancellata dall'elenco. Altrimenti la comprer con i miei soldi e la restituir alla comunit, promette. Anche a Gallipoli c' in prima fila nella protesta il sindaco, che gi l'anno scorso aveva bloccato la vendita, fatta dal Demanio, di met dell'isola di Sant'Andrea, dove cresce il giunco e si rifugiano i falchi. La gente la considera l'immagine stessa dell'identit locale ed rimasta sbalordita quando ha visto che un altro pezzo di Sant'Andrea, dove fra l'altro c' un edificio storico, finito nella lista. Le piccole isole d'altra parte sono fra i siti pi ad alto rischio. Da vari pezzi dell'incantevole isolotto di Spargi e della vicina Maddalena, che pure fanno parte di un protettissimo parco naturale, all'isola veneziana di Sant'Andrea, con tanto di Forte della Serenissima, fino a Pianosa opportunamente liberata dal vecchio carcere, non c' che l'imbarazzo della scelta.
Per questi pezzi di paesaggio, spiagge, boschi e promontori, che potrebbero diventare oggetto di mega speculazioni immobiliari, c' poi un pericolo in pi. Come sottolinea Gaetano Benedetto, il vicepresidente del Wwf, qui, al contrario che per i beni culturali, tutto nelle mani del solo ministro dell'Economia, senza distinzioni n riserve.
Nella legge il ministro dell'Ambiente non nemmeno nominato e quindi, al momento, non si vede chi potrebbe esercitare una pur debole opposizione: anche perch toccher proprio a Tremonti chiarire con norme interne come dovranno poi svolgersi in concreto le varie operazioni. Tanto per fare un esempio, nella lista entrato, con i suoi incantevoli dintorni, il vecchio carcere di Is Arenas, che sorge nel bel mezzo delle dune di Piscinas, in provincia di Arbus. uno dei luoghi pi intatti del Mediterraneo, il sogno di qualunque costruttore. Ed evidente che, ragionando in termini solo economici, sarebbe uno dei pezzi pi pregiati da mettere in vendita. Ma Altero Matteoli tace, nonostante le proteste che crescono. Parla invece molto spesso il ministro Giuliano Urbani, che sta cercando in tutti i modi di calmare gli animi almeno per la parte che lo riguarda. Per risultare pi convincente ha anche pubblicato un libro, "II tesoro degli italiani" (Mondado-ri). Non venderemo il Colosseo e nemmeno gli scavi di Pompei, continua a ripetere il ministro, che intanto ha messo al lavoro una commissione di giuristi, presieduta dal consigliere di Stato Gaetano Trotta, con l'incarico di armonizzare in un testo unico le varie leggi sui beni culturali, dalla legge Bottai del 1939 fino alle norme pi recenti. Certo non sar solo un collage, ed anche su questo che gli ambientalisti sono sul piede di guerra. C' per esempio il timore che venga cambiato il regime dei vincoli con cui proprio in queste settimane molti sovrintendenti, prima che la Patrimonio Spa entri in funzione, stanno cercando disperatamente di tutelare il nostro patrimonio. C' anche preoccupazione per le sorti di un famoso regolamento Melandri, dal nome del ministro che l’aveva fatto approvare. un testo che assicura una buona protezione sia ai beni culturali venduti che a quelli dati in concessione. Infatti il privato deve impegnarsi a certe regole di conservazione e utilizzo da parte del pubblico. Se non lo fa, il bene ritorna allo Stato. Ma guarda caso, osservano gli ambientalisti, proprio su questo regolamento si cerca sempre di glissare.





Fermate quell'opera!

Che fare se in una citt d'arte come Assisi gli abitanti diminuiscono e il centro storico si svuota? La soluzione del sindaco polista Giorgio Bartolini era stata drastica. Per invogliare i vecchi residenti a tornare aveva deciso di creare per loro una serie di parcheggi, piazzandoli dentro le mura, addirittura nei bellissimi orti storici. Inorriditi da una prospettiva simile, gli ambientalisti di Italia Nostra erano ricorsi al Tar dell'Umbria, contestando l'idea che quello scempio potesse essere considerato un'opera di pubblica utilit. Ma si erano visti dare torto. Secondo il Tar, infatti, un ricorso era accettabile solo se si riferiva a un progetto gi autorizzato, a lavori che stavano ormai per partire. Ma in quella fase ancora iniziale nessun interesse era stato leso. Bisognava rassegnarsi ed aspettare.
Per niente convinta, Italia Nostra si era appellata al Consiglio di Stato. Che invece, con una sentenza uscita da poco, le ha dato pienamente ragione, affermando per la prima volta alcuni principi generali che saranno preziosi per la difesa del territorio. Secondo la sentenza ogni comunit ha tutto l'interesse a valutare l'utilit o i danni di un'opera proprio quando viene messa in programma. E ha diritto a conoscere gli studi preliminari che dimostrino la compatibilit con l'ambiente e il rispetto dei vincoli storico-artistici. Se le condizioni non ci sono, meglio far bloccare l'opera prima che si spenda inutilmente denaro pubblico.
Secondo Italia Nostra una grossa vittoria. Nel clima di deregulation che avanza, sempre pi spesso i Comuni tendono a progettare opere pubbliche ignorando vincoli e divieti. Mentre fermare i lavori gi partiti risultava quasi impossibile.









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