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La bella Italia che si mette in vendita
Salvatore Settis
La Repubblica 13/06/2002

Una deregulation senza precedenti sta per abbattersi sul nostro Paese. Il decreto "taglia-deficit", in questi giorni in discussione al Parlamento per la conversione in legge, prevede infatti (articoli 7 e 8) la possibilit di cedere la totalit del patrimonio dello Stato a due societ per azioni create per l'occasione, la Patrimonio dello Stato SpA e la Infrastrutture SpA. Il patrimonio cedibile include tutti i parchi nazionali, tutte le nostre coste, tutti gli edifici storici di propriet statale (compresi Palazzo Chigi o Montecitorio), tutti i monumenti, musei, archivi, biblioteche dello Stato, tutte le propriet demaniali; per un valore complessivo calcolato, secondo una dichiarazione del ministro Tremonti, in 2000 miliardi di euro. Ora, passare il patrimonio dello stato a una SpA che si chiama Patrimonio dello Stato pu sembrare un innocuo gioco di parole, o una partita di giro che di fatto lascia le cose come sono. Un'attenta lettura della legge desta subito ben altri allarmi.
Tanto per cominciare, la Patrimonio dello Stato SpA istituita per la valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimonio dello Stato. Ad essa possono essere trasferiti tutti i beni immobili facenti parte del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato, nonch tutti i beni del Demanio. Ma tutto ci pu essere ulteriormente trasferito in propriet, con decreto del ministro dell'Economia, all'altra societ per azioni, la Infrastrutture SpA, aperta anche al capitale privato. L'interazione fra le due SpA pensata come un gigantesco fondo immobiliare, che potr essere controllato mediante pacchetti azionari, ma anche venduto o dato in affitto. E i beni culturali? Sono anch'essi soggetti all'identico regime, con la sola differenza che il trasferimento della propriet in questo caso avverrebbe d'intesa con il Ministro per i beni e le attivit culturali. Insomma, per vendere il Colosseo occorreranno (magra consolazione) due firme invece di una; ma sempre per decreto e senza alcun altro controllo.
Non dubito che nel patrimonio dello Stato vi siano beni alienabili perch senza particolare valore storico o artistico, n fonte di introito. E infatti vendite di immobili di propriet pubblica avvengono di continuo, n era necessario costituire le due nuove societ per renderle possibili. L'operazione Tremonti si presenta come mirata a diminuire il cronico deficit del bilancio pubblico mediante l'emissione di titoli garantiti dal patrimonio dello Stato e scontabili presso il sistema bancario; un'operazione, si lascia intendere, del tutto indolore. Che lo sia davvero (e che sia corretta ed efficace) dal punto di vista contabile, non sta a me giudicare. Ma dal punto di vista del patrimonio culturale sarebbe difficile immaginare una norma pi devastante.
In primo luogo, il gioco delle parti fra le due nuove SpA sembra costruito proprio per rendere possibile la vendita di ci che, secondo la normativa attuale, inalienabile. In secondo luogo, agli occhi dello storico l'ipotesi di alienabilit totale del patrimonio sembra coinvolgere (o stravolgere) la natura stessa dello Stato; l'esito finale potrebbe essere uno Stato senza territorio, o meglio con un territorio solo di diritto internazionale, e non di diritto interno. Ipotesi remote, si dir: ma intanto si aperta, anzi spalancata, una porta che prima non c'era; diventato possibile immaginare ci che fino a ieri era impensabile. Un precedente storico forse la confisca dei beni ecclesiastici, sperimentata varie volte (anche in Italia). Ma stavolta la situazione ben diversa : stavolta lo Stato sembra voler confiscare se stesso.
La norma della Finanziaria 2002 che offriva ai privati la gestione, in tutto o in parte, dei nostri musei, ha destato molto allarme. Nessuno prevedeva allora la minacciosa escalation del nuovo decreto-legge, che mette in forse l'esistenza stessa di un patrimonio dello Stato sul quale le Soprintendenze possano avere giurisdizione. Un'ulteriore, mortificante ferita viene inflitta al personale del Ministero dei Beni Culturali, gi fin troppo sbeffeggiato per la sua conclamata incapacit di gestire Musei e monumenti "come un'impresa", e sbeffeggiato proprio da quei ministri e governi (non certo solo questo, ma anche quelli che lo hanno preceduto) che hanno di fatto bloccato le assunzioni di nuovo personale, imposto riforme e marchingegni burocratici di rara inefficacia, costretto a incepparsi l'intera macchina amministrativa. Si pretende funzionalit "aziendale" da un'amministrazione che intanto viene paralizzata; come rimedio, si propone di passarne di fatto la gestione ai privati; infine si destabilizza il sistema di tutela mettendo in forse la propriet dello Stato sul proprio patrimonio.
"Patrimonio" non solo ci che appartiene allo Stato a qualsiasi titolo, ma ha anche un significato, storico e giuridico, pi specificamente culturale (in questo senso si parla di "patrimonio artistico dell'umanit"). La tradizione italiana, fissata dalla legge 1089 del 1939 (mai richiamata nel nuovo decreto) la pi organica e avanzata del mondo e si basa da secoli su due principi ispiratori: che il patrimonio culturale propriet pubblica e va promosso dallo Stato mediante la ricerca e la tutela; e che esso va inteso come un insieme inscindibile distribuito nel territorio nazionale. Ma sul nostro patrimonio grava da tempo una strana maledizione. Da quando venuto di moda dire che l'arte "il petrolio d'Italia", da quando le "belle arti" sono diventate "beni (o "giacimenti") culturali", si innescato un perverso meccanismo di immediata monetizzazione di musei, scavi, monumenti. Ci si chiede "quanto possono rendere gli scavi di Pompei, il Colosseo, gli Uffizi, Brera?" Questa impostazione intrinsecamente sbagliata, per ragioni non solo storiche e culturali, ma anche squisitamente economiche. Molto pi importante per l'economia nazionale infatti l' "indotto" del nostro patrimonio artistico (difficile ma non impossibile da calcolare): quanti convegni si svolgono a Roma o a Firenze per la loro fama di citt d'arte? Quanti visitatori vengono in Italia attratti dal nostro patrimonio artistico? Quanto spendono non in biglietti di museo, ma in alberghi, ristoranti, scarpe, libri, vestiti? La vera unicit italiana la conservazione del territorio, del paesaggio, delle citt, degli edifici, delle opere d'arte, intesa come un'unica rete che ci avvolge, che ci identifica: essa va coltivata perch riguarda l'identit nazionale come bene prezioso da non perdere, ma anche perch essa stessa un fattore di attrazione e di competitivit, e dunque ha una rilevanza economica che sarebbe colpevole ignorare.
Incrinando alla base il principio della propriet pubblica del patrimonio culturale, il decreto Tremonti desta un allarme giustificato. Una svolta epocale di tale portata, che rischia di espropriare i cittadini di secolari diritti, non pu essere decisa per decreto. Rivolgiamo un accorato appello alla responsabilit delle forze di governo perch gli articoli 7 e 8 siano stralciati dal decreto Tremonti; e perch si studi al pi presto un rilancio dell'amministrazione pubblica del patrimonio dello Stato, in primissimo luogo del patrimonio culturale e artistico.



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