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Beni culturali, businness da 20 miliardi di euro
M. Cav.
Il Sole 24 Ore, 23/7/2003

Un turista su quattro, quota che sale quasi al 50% per gli stranieri, e un business da 20 miliardi di euro all'anno, secondo il Touring, stima pi o meno condivisa da altri osservatori. questa la gigantesca "torta" dei beni artistici e culturali italiani, che ogni anno va a rimpinguare i bilanci di musei e siti archeologici, anche se poi gli effetti com' ovvio si allargano agli alberghi e ai ristoranti, fino a business ancora diversi, come l'organizzazione di congressi e gli "incentivi" aziendali. Per non parlare degli eventi legati a singole mostre, altro elemento di richiamo di grande importanza (in Italia ce ne sono circa 3mila all'anno e le prime 50 raccolgono oltre 5 milioni di visitatori).

In Italia, insomma, arte e cultura sono elementi turistici per antonomasia. Anche se, come sottolinea Emilio Becheri, professore universitario e oggi assessore al Turismo del Comune di Firenze, il nostro Paese non ha la met (o addirittura due terzi) del patrimonio mondiale. Un "falso storico" che risale agli inizi degli anni Novanta spiega Becheri e che non giova al nostro Paese.
D'altronde British Museum e National Gallery hanno oltre 5 milioni di visitatori all'anno ciascuno (come del resto il Louvre). E gli stessi italiani pensano che i due quadri pi famosi del mondo siano la Gioconda di Leonardo e i Girasoli di Van Gogh, nessuno dei quali, purtroppo, viene custodito in musei italiani.

Al di l queste curiosit, resta un fatto concreto: se il turismo culturale un business, bisogna gestirlo come tale. Un'ovviet che l'Italia ha scoperto da meno di dieci anni, da quando cio la legge Ronchey ha promosso l'iniziativa privata nelle attivit "collaterali": servizi di ristoro, accoglienza, gestione delle biglietterie, merchandising. Un parto tutt'altro che facile, visto che la legge del 1993, ma diventata operativa solo nel '97.

I primi servizi a partire sono stati quelli editoriali: quattro anni dopo l'entrata in vigore della legge, l'84% degli istituti interessati secondo l'ultimo rapporto di Federculture aveva un punto vendita di libri e oggettistica. Molto pi lenta invece la diffusione della ristorazione. Civita, Firenze Musei, Gebart, Novamusa, Ticketteria e Venezia Musei: sono questi alcuni tra i concessionari pi importanti. Ma la legge Ronchey ha disciplinato solo i musei statali (molto importanti in citt come Firenze), dove spesso questi concessionari si lamentano delle rigidit di una convivenza tra pubblico e privato, mentre nelle strutture comunali (che pesano invece in citt come Venezia) questi vincoli non esistono ed possibile ragionare in un'ottica di "global service" che si estende anche all'amministrazione, alla pulizia, alla custodia e ad altri servizi ancora.

Vincoli forti, nei musei statali, anche in materia tariffaria, con il risultato tra l'altro che ai gestori privati non restano risorse finanziarie sufficienti per attivit collaterali come il marketing territoriale. Perch la gestione (privata o pubblica che sia) dei musei solo un aspetto del business dei beni culturali, che trova espressione anche per citare un paio di attivit nel marketing territoriale e nella predisposizione di pacchetti turistici.

L'attuale ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, sembrava deciso ad andare oltre alla Ronchey. E con la Finanziaria 2002 il Parlamento (in teoria) spianava la strada ai privati addirittura nella propriet e nella gestione dei beni. Un'iniziativa che ha scatenato una ridda di polemiche e che
a tutt'oggi non stata attuata perch, proprio quando il regolamento si trovava quasi al termine del suo lungo iter amministrativo, il ministero dei Beni culturali ha deciso di ritirarlo (si veda II Sole-24 Ore del 19 giugno scorso) per una riflessione pi approfondita.



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