Restauro alla milanese: Primo, non falsare Pierluigi Panza Corriere della Sera - Cronaca di Milano 18/07/2003
Le polemiche sulla pulitura del David di Michelangelo a Firenze che seguono di un paio di settimane quelle sul rifacimento della chiesa d San Giorgio al Velabro di Roma, hanno riportato d'attualità una domanda: monumenti rovinati dal tempo sono da conservare come preziose testimonianze storiche o da rifare come, presumibilmente, erano all'inizio. Se ne discute da metà Ottocento, con il critico inglese John Ruskin a sostenere la prima tesi e il restauratore francese Viollet Le Due la seconda. La nostra cultura, Ministero per i Beni culturali compreso, ha da tempo fatta propria la prima posizione, maturata con Boito, Giovannoni numerose «Carte del restauro» e sostenuta a spada tratta dalla scuola di «restauro» di Milano. Ma sull'ultimo numero del «Bollettino d'arte» alcuni restauratori legati alla scuola romana, primo tra tutti Paolo Marconi, esaltando l'intervento ricostruttivo di San Giorgio al Velabro hanno sostenuto che è ora di abbandonare la strada della conservazione e rivalutare il ripristino dei monumenti. E così, la sotterranea rivalità di pensiero tra Milano e Roma è riesplosa.
GUERRA ALLE COPIE - «Non sono credibili: non possiamo consentire di teorizzare che la copia sia come un documento autentico» ha tuonato Marco Dezzi Bardeschi, figura storica, come James Beck, del movimento antirestaurativo e padre» (fiorentino) della scuola di Milano. Scuola che si ispira a questo principio: conservare tutte le tracce storiche che il tempo ha lasciato su un monumento, fissandole attraverso sostanze chimiche, ed eventualmente aggiungere nuovi elementi architettonici per rendere il manufatto adatto a un uso contemporaneo. A Dezzi Bardeschi si deve l'intervento simbolo di questa scuola di pensiero: la conservazione del Palazzo della Ragione di Milano. All'inizio degli anni Ottanta Dezzi Bardeschi creò presso il Politecnico di Milano il primo dipartimento di «Storia e Conservazione dell'architettura», che però, proprio in questi giorni, l'ateneo di piazza Leonardo di Vinci ha deliberato di chiudere per numero non sufficiente di docenti, causa defezioni dovute anche a una politica di scarsa apertura perseguita negli ultimi anni. Da allora, a Milano, è stato attivato un dottorato di ricerca in «Conservazione», una Scuola di specializzazione in restauro e il centro Gino Bozza del Cnr ha sviluppato studi avanzati sulle patologie dei materiali edilizi.
RIVISTA MILITANTE - Nel 1992 Dezzi Bardeschi, con l'allora preside di architettura, Cesare Stevan, ha fondato una rivista militante dal nome greco (tratto da un passo di Victor Hugo) «Ananke» (fatalità) contro i rifacimenti di monumenti, sulla quale hanno scritto dal filosofo Massimo Cacciari all'attuale soprintendente, Alberto Artioli. Moltissimi gli interventi di restauro criticati: dagli storici rifacimenti di monumenti come il Campanile di San Marco a Venezia o la chiesa di San Paolo Fuori le Mura a Roma, a quelli degli ultimi anni, come il Battistero di Parma, il Palazzo Bucale di Genova, i rifacimenti nei centri storici di Bologna, Roma, Como... La rivista, che esce tuttora, è stata affiancata anche da una collana di libri sempre dal nome greco (questo preso dal filosofo Martin Heidegger) «Aletheia» (disvelamento) dove, anche con il contributo dell'architetto Filippo Tartaglia, sono stati presentati conservazione e riuso di architetture milanesi e lombarde dimenticate: si va dal Tiro a Segno di piazzale Accursio (si vadano a vedere le condizioni odierne), alla Fabbrica del Vapore (in attesa di intervento), dalla Cerretti e Tanfani della Bovisa a Villa Cusani a Besio, dalla Colonia elioterapica di Legnano al Linificio di Lodi, alla Filanda di Melegnano, al Macello di Monza, a Villa Borromeo ad Arcore... I contributi, infine, sono spaziati anche su un piano teorico come dimostra l'ultimo libro dei «Quaderni di restauro dei monumenti» intitolato «Per una riflessione filosofica sul problema del restauro» di Laura Gioeni. una critica serrata alle posizioni idealistiche e crociane. Che sono, poi, quelle che portano al ripristino dei monumenti. DISINTERESSE - E se Dezzi Bardeschi rivendica con orgoglio questa posizione milanese come «l'unica eticamente accettabile, perché rispetta il passato e consente che la contemporaneità metta i suoi segni affiancando alla conservazione dell'antico il progetto del nuovo», il direttore uscente del Dipartimento di Conservazione del Politecnico nel suo congedo ha lamentato la chiusura dell'istituto inquadrandola in un «rischioso» generale disinteresse del Paese per i Beni architettonici. «Secondo il Politecnico il dipartimento mancava di visibilità - ha affermato Giuliana Ricci -. In realtà il nostro destino segue quello dei Beni culturali; l'Italia ha 34 milioni di oggetti d'arte nei musei e investe per la conservazione lo 0,39% del suo patrimonio». Ed ora rischia anche una pericolosa giravolta tornando a parlare di ripristino e di rifacimento.
Promossi. Tra gli interventi che si ispirano alla cultura della conservazione ci sono la Sala della Cariatidi di Palazzo Reale di Alberico Belgioioso come si trova ora, cioè testimonianza allo stato di rovina; la fortificazione medievale del Corridore di Prato progettato da Riccardo Dalla Negra e Pietro Ruschi; le Mura di Tarragona in Spagna conservate da Andrea Bruno, la Biblioteca Classense di Ravenna conservata da Marco Dezzi Bardeschi; il Castello di Holding in Danimarca, con intervento di Inger e Johannes Exner (1972-1991).
Bocciati. Nella rivista «Ananke», strumento di «battaglia» della scuola di restauro di Milano, si sono criticati in questi anni molti interventi, tra i quali: Palazzo Te a Mantova, Palazzo dei Diamanti a Ferrara, le ricoloriture dei centri storici di Roma e Bologna, la pulitura del Battistero di Parma dell'Antelami curata da Bruno Zanardi, la pulitura-rifacimento del Palazzo Ducale di Genova, il rifacimento del Broletto di Brescia di Paolo Marconi, la ricostruzione della chiesa di San Giorgio al Velabro di Roma e le ipotesi di ricostruzione della Torre di Pavia.
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