Rutelli, il «principe» del Consiglio superiore dei beni culturali Stefano Sansonetti Italia Oggi 18/11/2006
Lo hanno chiamato il consiglio del principe. Di più: cassa di risonanza dei voleri del ministro o di qualche consigliere. Sta di fatto che nel tentativo di riformare il Consiglio superiore per i beni culturali, organo tecnico-consultivo del suo ministero, Francesco Rutelli sta puntando a farsi una squadra tutta sua. In barba all'indipendenza che l'organismo dovrebbe avere, considerando che mette bocca su tutta la gestione della politica dei beni culturali. Indipendenza che adesso viene rivendicata a gran voce dal servizio studi della camera dei deputati e dal Consiglio di stato. Il servizio studi della camera, in un rapporto depositato proprio ieri, ha messo nel mirino uno schema di regolamento con cui il ministro vorrebbe modificare la composizione e i meccanismi di nomina non soltanto del Consiglio superiore per i beni culturali, a capo del quale di recente è stato nominato il rettore della Scuola normale di Pisa, Salvatore Settis, ma anche dei sei comitati tecnico-scientifici del dicastero. Lo schema del provvedimento, che ha l'ambizione di correggere quanto stabilito dal regolamento attualmente in vigore (dpr 173/2004), innanzitutto riduce da 17 a 16 il numero dei componenti dell'organo. In un governo che ha fatto del rigore e dei risparmi una delle sue bandiere, non fa una piega. Quello che cambia, però, è il peso delle nomine fatte dal ministro, cioè da Rutelli, all'interno dell'organo medesimo. La normativa attuale, infatti, prevede che il titolare del dicastero nomini 8 personalità del mondo della cultura. A queste si aggiungono 3 rappresentanti del personale del ministero, che integrano la composizione del Consiglio in caso di parere su programmi nazionali e piani di spesa, e i 6 presidenti dei comitati tecnico-scientifici. Con il regolamento che Rutelli vorrebbe portare a casa, però, anche i 6 presidenti dei comitati, che vengono eletti dai loro stessi componenti e che fanno automaticamente parte del Consiglio, sono nominati dal ministro. Conclusione: con le norme attuali, su 17 componenti 8 sono individuati dal titolare del dicastero; se passa il regolamento sui 16 membri ben 14 saranno scelti dal vicepremier. Si tratta di uno sbilanciamento a dir poco vistoso rispetto alla configurazione precedente. E il servizio studi, in attesa che lo schema di regolamento perfezioni il suo iter, lo mette chiaramente in evidenza. A tal fine si citano anche tutte le censure che, sullo stesso punto, sono piovute sul provvedimento dal Consiglio di stato, che ha già preso in esame le carte, e dai sindacati. I giudici di palazzo Spada, nel parere che il servizio studi ha allegato al suo rapporto, dicono che l'abolizione della procedura di elezione del presidente e del vicepresidente dei comitati, così come è prevista adesso, non appare più coerente con l'indipendenza che un organo come il Consiglio superiore dovrebbe avere. Sulla stessa lunghezza d'onda si pongono i commenti dei sindacati. Per Cgil e Cisl, le novità inseguite da Rutelli in tema di meccanismi di nomina non fanno altro che trasformare l'organo in un «Consiglio del principe». O, se si preferisce, proseguono le sigle in un altro allegato al rapporto del servizio studi della camera, in «una cassa di risonanza dei voleri del ministro e/o di qualche consigliere». Non meno dura, e allo stesso tempo ironica, la Uil pubblica amministrazione. L'organizzazione fa notare che con le nuove norme il ministro verrebbe a controllare il 95% del Consiglio superiore. Se ciò verrà confermato, manda a dire la Uil a Rutelli, «Lei passerà alla storia come il ministro che ha trasformato organismi di alta consulenza tecnico-scientifica, in una sorta di riserva e questo va a danno dell'azione del ministero». E dello stesso ministro.
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