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Mostra del Mantegna: Riscoperte e restauri ma quante novità
Lea Mattarella
LA STAMPA, 03 settembre 2006

CHI avesse seguito con passione le vicende del Cristo morto, prima negato, poi concesso e infine rifiutato, si tranquillizzi. Vittorio Sgarbi temeva che l'attenzione suscitata dalla polemiche degli ultimi giorni intorno al dipinto di Brera potesse provocare le reazioni di qualche esaltato pronto a danneggiarlo per il suo quarto d'ora di celebrità. Sono però stati garantiti tutti gli accorgimenti necessari a proteggerlo. «Così il quadro sarà in mostra. Ne sarà il simbolo». Parola di Sgarbi.
Partirà anche la Sant'Eufemia. La verrano a prendere domani e dalla cattedrale di Irsina, un piccolo paese in provincia di Matera, arriverà a Mantova, a Castel San Giorgio, protagonista dell'esposizione, curata da Sgarbi, La scultura al tempo di Mantegna. Due anni fa, questa statua in pietra dipinta era stata attribuita a Mantenga da Clara Gelao che ne aveva ricostruito le vicende in un volume edito dalla Bautta di Matera e aveva raccontato la sua scoperta in un'intervista alla Stampa.
La storia del ritrovamento è avvincente, perché la scultura era lì, nella cappella dedicata alla patrona di Irsina, dal 1454 ma nessuno prima della Gelao aveva notato il fascino e la qualità della posa e della fattura. Né i parroci né i fedeli potevano immaginare che l'oggetto della loro devozione fosse uscito dalle mani di un genio del Rinascimento. Eppure, a quanto pare, è proprio così. «L'attribuzione a Mantegna è la più probabile», afferma Sgarbi che l'ha voluta per la sua mostra. «Comunque sarà un'occasione per farla vedere, per discuterne», prosegue la sua scopritrice, visibilmente soddisfatta.
Tutto nasce da un poemetto del 1592 di Pasquale Verrone, arcidiacono di Montepeloso (era così che si chiamava Irsina). Vi si racconta di un certo de Mabilia, nato nel borgo lucano, che dopo un viaggio riporta a casa vari oggetti e reliquie, tra cui due sculture e un dipinto. Quest'ultimo la Gelao lo riconosce nella Sant'Eufemia, di sicura mano mantegnesca, ora a Napoli al Museo di Capodimonte. Le sue ricerche proseguono a Padova, luogo di formazione del pittore, dove scova i documenti che provano la presenza in città del misterioso donatore. Gli indizi si moltiplicano e alla fine sembra proprio che il cerchio si chiuda con un confronto stilistico con la giovanile Santa Giusti-na e con l'Assunta della Cappella Ovetari. Mantegna, com'è ovvio, non è mai stato a Montepeloso. È la scultura che ha fatto un lungo viaggio. Che oggi compie a ritroso.
Le fonti parlano di Mantegna scultore, lo paragonano a Lisippo, Fidia, Policleto, ma di opere certe non se ne conoscono. Quella che fino adesso ha ricevuto più consensi è l’Autoritratto in bronzo che orna la sua tomba. Il 16 settembre, data di apertura delle celebrazioni mantegnesche e, guarda caso, giorno di sant'Eufemia, la scultura cercherà di convincere anche i più scettici. Che potranno poi confrontarla, a Padova, proprio con l'Assunto affrescata sulle pareti della Cappella Ovetari. Questo capolavoro giovanile di Mantegna, infatti, è appena stata restaurato. I risultati dell'intervento, complicatissi-mo perché i danni riportati nell'ultima guerra davano i dipinti per spacciati, saranno mostrati proprio in questa occasione. Ci sarà anche una ricostruzione virtuale che permetterà di immaginare la cappella come doveva essere quando Mantegna la terminò, intorno al 1457.
Gli appassionati di attribuzioni, oltre alla Sant'Eufemia, potranno poi esercitare l'occhio su un altro inedito appena assegnato a Mantegna, una pergamena su cui è dipinta una Vergine con bambino, subito battezzata Madonna della tenerezza. Anche lei in attesa di superare l'esame.



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