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15/6/2003 - Chirurgia archeologica per salvare la via Collatina
Andrea Giardina
Il Messaggero 15/6/2003

L'antica via Collatina che intersecava Tiburtina, Prenestina e Casilina, puntando verso levante, stata scoperta e spostata per far posto ai treni dellAlta velocit. Grazie ad una tecnica innovativa, anzich deviare la nuova linea veloce, si deciso di smontare pezzo a pezzo la strada. Ma poco dopo spuntata sul percorso della Tav una nuova sorpresa! Unantica villa romana. E ora la Soprintendenza deve di nuovo decidere cosa fare. Cos, ripercorrere mentalmente la via Collatina significa addentrarsi nella storia arcaica di Roma e del Lazio. Collazia, la citt che diede il nome alla strada, una di quelle oscure comunit latine che hanno la duplice caratteristica di essere tanto evanescenti per gli archeologi e per gli storici moderni quanto importanti per gli autori antichi. Se ci attenessimo alla leggenda che un tempo s'imparava a scuola, potremmo persino dire che la repubblica romana nacque a Collazia. Essa era infatti la citt di Lucrezia, moglie del nobile Tarquinio Collatino e massimo esempio di virt. Lucrezia fu stuprata dal figlio del re Tarquinio il Superbo, e si suicid al cospetto del marito, come dice Livio, non per la colpa che non aveva, ma per essere di esempio a tutte le donne romane. L'indignazione nei confronti della famiglia reale port alla caduta della monarchia e alla nascita della repubblica. Per la tradizione romana, la libert era dunque nata dal martirio e dall'eroismo di una donna di Collazia.
Il basolato della Collatina venuto alla luce, oggetto di tante attenzioni e di qualche polemica, ovviamente molto pi tardo dell'epoca di Lucrezia. Le sue caratteristiche riconducono alla fase matura della gloriosa ingegneria stradale romana, tradizionale cavallo di battaglia degli esaltatori dell'antica Roma: con le loro strade si ripete i romani hanno portato ovunque la civilt, favorito i traffici e i contatti tra le genti, domato le distanze, addolcito le asperit della natura; le strade sarebbero l'esempio concreto e lampante della loro mente razionale, del loro talento nell'organizzazione e nella pianificazione, della loro paziente e rigorosa metodicit; le strade romane, si aggiunge, sfidano l'eternit (inevitabile corollario: le nostre, invece, cadono a pezzi dopo pochi anni).
Quello che non va, in questi giudizi, l'eccesso di enfasi e l'implicito, stucchevole paragone tra i greci ricchi di fantasia e i romani ricchi di spirito pratico. Bisogna inoltre evitare l'impressione che i territori dell'impero brulicassero di uomini in movimento, di cavalli, di carri, quasi si trattasse di un mondo moderno in tutto tranne che per i motori. Cicerone afferma che gli abitanti delle civilissime campagne calabresi o salentine ricevevano notizie dalla capitale al massimo un paio di volte l'anno. Possiamo dedurne che la maggior parte degli esseri umani trascorreva la vita senza oltrepassare il proprio orizzonte visivo: i monti che delimitavano una vallata, il mare, i dintorni della citt o del villaggio. A viaggiare erano soprattutto i mercanti, i soldati e i messaggeri, mentre la gente comune si spostava raramente o percorreva solo piccoli segmenti delle grandi arterie.
Bisogna comunque ammettere che la potenza e la coesione dell'impero romano sarebbero state impossibili senza una rete stradale efficiente e immensa, le cui vie principali si estendevano, in et imperiale, per circa centomila chilometri.
Tuttavia, l'impressione suscitata dalle antiche vie romane in gran parte estetica. Agisce evidentemente il fascino della rovina, soprattutto quando i manufatti traspaiono dai rovi, dalla macchia, dai dirupi e da altre espressioni della natura selvatica. Ma quei monumenti hanno anche un carattere specifico, che Goethe colse perfettamente quando parl del paesaggio romano come di una seconda natura che opera a fini civili: l'inserimento delle opere umane nel paesaggio appare talmente spontaneo e duttile da dare l'impressione di uno straordinario amalgama tra tecnica e ambiente, di un felice connubio tra la sacralit della natura e le esigenze degli uomini. Questa percezione emotiva e attualizzante rende trascurabile il fatto che i romani non avessero il concetto di ecologia e che le loro opere esprimessero il massimo di violenza allora tecnicamente possibile sull'ambiente.
Malgrado le dissonanze o gli orrori delle opere moderne, il fascino di un parco archeologico che comprende una rete di strade antiche (come il progettato parco della Tiburtina e della Collatina) potrebbe dunque avere il valore aggiunto offerto da una prospettiva prolungata su questo dialogo tra artificio e natura.




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