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Un pandemonio per il Patrimonio
Giorgio La Malfa
Il Sole 24 ore 1/12/2002

Il recente libro di Salvatore Settis denuncia i rischi che corre il patrimonio storico e artistico italiano per effetto di unattivit legislativa concettualmente confusa, dominata da slogan improvvisati e frettolosa nella stesura. Il tono aspro quello di una requisitoria, ma le questioni poste da Settis meritano una riflessione approfondita da parte del Governo e del Parlamento.
I rilievi di Settis investono in primo luogo alcune norme varate dallattuale maggioranza, fra cui due in particolare: larticolo 33 della legge finanziaria per il 2002, che prevede la possibilit di affidare la gestione dei servizi di fruizione pubblica dei beni culturali a soggetti diversi dallo Stato, fra cui i privati; la legge 15 giugno 2002, n. 112, che istituisce le societ Patrimonio Spa e Infrastrutture Spa alle quali possono essere trasferiti, per essere eventualmente alienati, dati in concessione e comunque utilizzati da un punto di vista economico, tutti i beni dello Stato, con il solo vincolo, per i beni di particolare valore artistico e storico, dellassenso del ministro per i Beni e le attivit culturali (dove - fra laltro - non si capisce che cosa renda particolare il valore artistico e storico di un bene culturale e chi sia chiamato ad attribuirgli questa caratteristica).
Settis osserva, tuttavia, che le norme varate dallattuale maggioranza si iscrivono in una linea di tendenza ben presente fin dallinizio degli anni 90 e cita, fra i vari provvedimenti: una legge del ministro Ronchey (n. 4 del 1993), la legge costituzionale n. 59 del 1997, un decreto legislativo del ministro Veltroni (n. 112 del 1998) che rendeva possibile il trasferimento a Regioni ed enti locali della gestione e valorizzazione dei beni culturali, e infine la legge costituzionale del 2001 che riscrive larticolo 118 della Costituzione e prevede forme di intesa e coordinamento [fra Stato e Regioni] nella materia della tutela dei beni culturali.
Lo Stato - scrive amaramente Settis - ha cominciato a cedere terreno, quasi contemporaneamente, su due fronti. Da un lato, predisponendo devoluzioni riluttanti e parziali alle Regioni e agli enti locali, e dallaltro aprendo le braccia ai privati (...). La tutela del patrimonio si avventura cos, destinata a sicuro naufragio, in una sorta di triangolo delle Bermude, fra Stato, Regioni e privati (pag. 108). Aggiunge che tutto questo riflette un profondo mutamento di cultura istituzionale e civile che ha coinvolto ministri di destra e di sinistra (...) senza sostanziali soluzioni di continuit (pag. 5) e conclude che i distruttori della propria memoria storica (...) siamo tutti noi, se non riusciremo a provocare una riflessione istituzionale, uninversione di tendenza (pag. 6).
Il punto di partenza per questa inversione di tendenza non pu che essere una riconsiderazione della distinzione - sulla quale poggiano le innovazioni legislative di questi anni- fra tutela, conservazione, valorizzazione e gestione dei beni culturali. Scrive Settis che nel caso dei beni culturali questa distinzione falsa e dannosa, perch tutela e gestione non si possono separare: sono due momenti intimamente connessi di un processo unico. Sia la tutela che la gestione germogliano infatti dalla conoscenza del patrimonio, hanno senso solo se alimentate e ispirate da un momento unificante strettamente indispensabile: la ricerca conoscitiva sui beni da tutelare e gestire. (...) Conoscenza tutela gestione - fruizione nel contesto culturale del territorio: questo, preziosa eredit del nostro secolare sistema museale e della nostra cultura istituzionale e civile, un circolo che sarebbe dannoso spezzare. (pag. 90).
Personalmente ritengo che questa considerazione sia esatta e che dunque si debbano ricondurre (anche a costo di correggere il nuovo testo dellarticolo 118 della Costituzione) tutti gli aspetti della conservazione dei beni culturali alla responsabilit dello Stato, valorizzando e rafforzando il corpo dei funzionari del ministero per i Beni e le attivit culturali e in particolare le sovrintendenze. Questo non vuol dire che tutte le attivit in questo campo debbano essere condotte da impiegati pubblici: vi sono attivit - e lo stesso Settis ne consapevole - nelle quali il privato pu integrare efficacemente lazione pubblica. Ma il punto di fondo che la responsabilit complessiva di tutti gli aspetti dei beni culturali una funzione rigorosamente pubblica.
Il libro di Settis contiene una denuncia e lancia un allarme. Per rimettere ordine in questa materia, anche alla luce della nuova articolazione dello Stato prevista dalle leggi costituzionali, penso che la strada migliore sarebbe quella che il Govemo affidasse a una commissione autorevole di studiosi - costituzionalisti, amministrativisti e storici dellarte - il compito di ripensare correttamente il problema del patrimonio storico e artistico italiano e del modo di tutelarlo efficacemente. Se il Govemo non fosse disponibile, dovrebbe allora, forse, entrare in campo il Parlamento istituendo una commissione dinchiesta su questi argomenti crociali per il nostro futuro.


Salvatore Settis, Italia spa, Einaudi,
Torino 2002 pagg. 102, E 8,80.



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