Come rinasce una periferia. A proposito dei progetti di Renzo Piano Vittorio Gregotti la Repubblica, 30/5/2006
Le dichiarazioni di Renzo Piano (La Repubblica, sabato 27 maggio) a proposito delle sue intenzioni progettuali intorno alla ristrutturazione delle ex aree Falck di Sesto San Giovanni, cominciano a dar ragione alle tesi che sostengo da più diventi anni sulla trasformazione delle periferie in fatto urbano, alla necessità della loro multifunzionalità, stratificazione sociale, presenza di attività e di servizi rari che rendono necessari gli interscambi con le altre parti della città. E ciò che stiamo realizzando da più di quindici anni nelle ex aree Pirelli alla Bicocca di Milano, ciò che rappresenta il nostro progetto per la nuova centralità di Acilia-Madonnetta a Roma un terreno di 1.300.000 mq. È anche importante che in questa occasione venga abbandonata l'ideologia della centralità della tecnica come fine dell'architettura (e della società) ricollocata nel suo giusto luogo di mezzo storicamente significativo ed è pure importante che il potere mediatico di Piano venga messo a servizio di questi diversi obiettivi. Se poi una parte delle aree e delle costruzioni industriali sono diventate storia, questa è un'occasione per fare di esse il terreno ideale su cui costruire strutturalmente il nuovo, piuttosto che fare delle sue rovine un ornamento urbano. Si sa che è difficile far convergere su questi temi la cultura degli architetti di oggi ma anche quella delle amministrazioni pubbliche e quella dell' etica della responsabilità degli imprenditori. Ciascuna di queste categorie cerca di sfuggire alla centralità della questione preferendo, nel caso degli architetti, affrontare l'autonomia formale dei singoli edifici come oggetti ingranditi secondo le procedure del design di consumo, oppure, nel caso delle istituzioni, ottenere risultati immediati secondo una gestione amministrativa della politica allontanando le scelte ideali troppo impegnative; infine, nel caso degli imprenditori, la tentazione è di abbandonarsi ad una sorta di neofunzionalismo immobiliare che seleziona e localizza ceti sociali e tipi edilizi in relazione alle rendite possibili. Lo sforzo degli architetti che operano su aree vaste con prospettive molto complesse come quelle multipolari è quindi assai arduo e deve essere capace di affrontare con coerenza, al di là di ogni slogan, il lungo periodo delle realizzazioni, gli insulti dei cambiamenti delle mode e gli umori variabili e divoratori dei mezzi di comunicazione di massa che possono giocare un ruolo importante a sostegno o dimenticando quegli sforzi ideali. L'Italia è piena di periferie anche al centro delle città, anche nei luoghi di isolamento di lusso come nella privatizzazione e nella negazione degli spazi pubblici. Ma soprattutto "civis" e "urbs" sembrano non amarsi più; l'amore è diventato l'altro ve e questo non è un buon fondamento per il riscatto delle periferie. Oppure è proprio questo un buon punto di partenza?
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