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Inaugurato il primo importante riallestimento delle collezioni permanenti: La Tate ora è più Modern
di Chiara Somajni
28-MAG-2006, Il Sole 24ore




Un movimento «classico» in ciascuna delle quattro sezioni. Ma accanto ai cubisti troviamo le «Guerrìlla Girls»

Sei anni fa la neonata Tate Modern di Londra apriva al pubblico la propria collezione storica ordinandola secondo un criterio che faceva pizzzà pulita dell'approccio storicistico, fatto di successione d'avanguardie, di quel canovaccio per "-ismi" su cui si erano via via modellati i musei grandi e piccoli di mezzo mondo. Un gioco diventato stucchevole, un "ce l'ho, non ce l'ho" (da pronunciarsi "celo, non celo": come nella borsa infantile delle figurine adesive) replicato troppe volte, come se ogni città di medie dimensioni dovesse offrire la stessa rilettura del Novecento riempiendo con opere di importanza decrescente le caselline di una storia rigidamente codificata.
Tale canone è stato soggetto negli anni a numerose spallate, dalle riletture al femminile della storia dell'arte, al recupero della dimensione figurativa, centrata sul corpo promossa da Jean Clair nella mostra che il critico francese curò per il centenario della Biennale di Venezia nel 1995, in polemica con una consuetudine curatoriale dominata per il secondo dopoguerra dal «formalismo sterile» (le parole sono di Jean Clair) di matrice statunitense. Ma siamo sempre nell'ambito delle esposizioni temporanee.
La Tate, sotto la guida di Nicholas Serota, compiva un passo ben più radicale nel 2000, facendo proprie le
esperienze maturate nell'ambito delle mostre per trasferirne l'approccio tematico alle proprie sale permanenti ospitate nell'imponente fabbrica di energia elettrica riconvertita a fabbrica di energia culturale. Un grimaldello concettuale che scompigliava quella che Serota chiama "la scala mobile" della rappresentazione del secolo passato, per ricomporne i frammenti in maniera non cronologica, ma interpretativa, secondo affinità — appunto — tematiche: ovvero "paesaggio/materia/ambiente", "nudo/azione/corpo", "natura morta/vita vera/oggetto" e "storia/memoria/società". Come considerare dunque il primo completo riallestimento della Tate Modern, tenuto a battesimo nei giorni scorsi dal direttore Vicente Todoli? Parrebbe un compromesso: si recupera — sia pure in estrema sintesi — un impianto storico, senza però tradire l'approccio tematico e il ricercato spiazzamento cronologico. Il nuovo allestimento, infatti, è diviso in quattro aree e poggia su altrettanti pilastri storici, per muovere a partire da qui verso i precursori e verso la contemporaneità: la sezione "Poesia e sogno" si basa sul surrealismo, "Gesti materiali" sull'espressionismo astratto, "Idea e oggetto" sul minima-lismo, e "Stati di flusso" su cubismo, futurismo e vorticismo.
Un colpo al cerchio, uno alla botte? Una strategia per continuare a garantire un impatto originale di una collezione meno importante rispetto a quelle di altre istituzioni di comparabile levatura, assicurandone al contempo una maggiore leggibilità (il primo allestimento aveva suscitato non poche polemiche)? Un modo per rassicurare un pubblico sempre più variegato e imponente (la Tate Modern è visitata ogni anno da 4 milioni di persone), per gratificare sia chi cerchi in una collezione storica il conforto di una rappresentazione familiare, sia chi invece sia abituato — Quanto me-
no per ragioni anagrafiche — a muoversi con disinvoltura tra frammenti eterogenei, legati da link al contempo significativi e precari come le molecole d'acqua sulla cresta di un'onda?
Il caso del museo londinese è esemplare per le domande che solleva e cui cerca di dare risposte, più o meno efficaci. È innanzitutto una reazione — sulla scorta di una tensione di lunga data, che ha avuto massima espressione nel Beaubourg di Parigi, e una coda fallimentare nel Palais de Tokyo — alla trasformazione notevolissima del pubblico che spende in cultura: il quale ha dimensioni senza precedenti, un peso economico e strategico crescente per le città contemporanee, e una composizione articolata, che spazia dalla figura colta e sofisticata del visitatore tradizionale, ai flussi sospinti dalle mode, al giovane curioso, la cui cultura onnivora si nutre di elementi eterodossi, fluidi, agerarchici, frammentali, e che non è però per questo meno esigente dei suoi "genitori" più strutturati.
Difficile "parlare" a tutte queste persone insieme. Difficile coniugare gli obiettivi di divulgazione e di conservazione con la competizione serrata che investe oggi le istituzioni culturali, in cui in gioco c'è ben più della sopravvivenza del singolo spazio d'arte, a cominciare dalla promozione di una propria identità territoriale e nazionale, e dei relativi valori. Il nuovo allestimento della Tate Modern, accompagnato da una dovizia di supporti didattici (dalle ottime schede per sala e per opera, alle guide su palmare che spesso integrano i contenuti della mostra; dalle visite guidate agli spazi per i bambini), è il riflesso di una cultura che si è fatta instabile e complessa quanto mai. Riafferma la necessità di non perdere la bussola della storia, e intanto prò-
voca in termini di associazione libera, trasformando le singole opere in tasselli di un ragionamento o di un'intuizione, sottolineandone implicitamente, più che il valore intrinseco (dato in qualche modo per scontato), le relazioni in un contesto allargato, per forze che si intrecciano e che investono la cultura tutta (il cinema, la grafica... anch'essi evocati in mostra). Un processo che lascia spazio a innumerevoli interpretazioni (Bonnard, Braque, Picasso, Warhol e le Guerrilla Girls sono ad esempio nella stessa sezione). Non sempre stringenti ma comunque stimolanti, specie quando circoscritte e più leggibili, come nelle sale introduttive, che propongono coppie di opere: di De Chirico e Kounellis, Kapoor e Bar-nett Newman, Cari Andre e Martin Creed, Boccioni e Lichtenstein.
E solo nelle sale monografiche, dedicate a un singolo autore (prima tra tutte, quella dedicata a Rothko, in sacrale penombra, ma da ricordare sono anche almeno quella di Beuys e di Juan Muiioz), che l'aura dell'artista torna a fare capolino, restituendo a noi osservatori il piacere di una contemplazione meno sollecitante, finalmente immersiva.
Intorno alla collezione (im)perma-nente, non dimentichiamocene, ci sono le innumerevoli e spesso notevoli iniziative della Tate Modern: è qui il vero laboratorio. Mostre, convegni, concerti, sempre accompagnati da una esemplare tensione didattica (anche on line). Un corollario di iniziative che in questi giorni di "bank holi-day" si infittisce per festeggiare il nuovo allestimento del terzo e quinto piano. Domani, a chiudere un fine settimana di fuoco (con il supporto di Ubs, partner della Tate Modern), ci saranno le performance della Trisha Brown Dance Company e di Ryokij Hceda, Alva Noto e Robert Henke.
Tate Modern Collection, Londra, www. tate.org.uk.



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