Reggio Emilia. L'ecomostro distrutto dai ragazzini Andrea Bonzi L’Unità, 29 maggio 2006
Vicino Reggio Emilia va giù l'«albergo dei polli». Una tombola decide chi spinge il tasto del botto
Va giù in un sol colpo l'ecomostro dell'Appennino reggiano. Un boato assordante lo fa collassare su se stesso, e rimane solo una grande nuvola di fumo e polvere: l'ultimo respiro del drago di cemento. Il rito è compiuto. Un funerale spettacolare, quello celebratosi ieri a Felina di Castelnovo Monti. Il municipio locale e la Provincia di Reggio Emilia hanno fatto dell'abbattimento della struttura di 5 piani -un ciclopico allevamento di polli, mai completato e fatiscente, che deturpa quel suggestivo scorcio appenninico da metà degli anni '60 - il culmine dell'edizione d'esordio della Biennale del paesaggio, trasformando l'evento in una grande festa popolare. Centinaia di persone, con cavalletti e telecamere digitali al seguito, si sono così ritrovate nel pomeriggio di ieri nel prato che sovrasta il maxipollaio, per ascoltare musica, mangiare crescentine e salume (un mix ribattezzato inevitabilmente «il piatto del mostro») e soprattutto per partecipare a una tombola davvero unica. Primo premio: l'onore di premere il pulsante fatale e attivare le 300 microcariche che hanno decretato la fine del mostro. Un'esecuzione festosa, con un officiante d'eccezione: il «turista per caso» Patrizio Roversi, che ha animato, insieme ai sei artisti di Kinkaleri, ideatori della kermesse, l'estrazione dell'originale tombolata. I momenti musicali si sono alternati a performance sui trampoli, sketch e interviste, tra cui quella a un «filosofo-psicologo» che ha aiutato ironicamente i cittadini a «elaborare il lutto» per una struttura che, nel bene e nel male, fa parte del paesaggio da quattro decadi. La fortunata vincitrice del bingo è stata Annalisa, impiegata comunale di Reggio Emilia, che ha condiviso il compito con i suoi due bambini, Armando e Mirko, ben felici di girare la manopola del detonatore. 11 senso della iniziativa è questo: si sacrifica l'unico pollaio a cinque piani del mondo (con tanto di terrazze per le galline) per «esorcizzare il vero mostro che aleggia sull'Italia - osserva Roversi -, ovvero i brutti edifici che rovinano parte del paesaggio». E sì che il «Minogallo» - la definizione pseudo mitologica è sempre del comico bolognese - quaranta anni fa rappresentava una speranza di lavoro per gli abitanti della zona. Ma la struttura, nella quale avrebbero dovuto trovare alloggio 86 mila polli, non è mai stata completata e non ha trovato neppure una destinazione alternativa. Ci si è provato: nel 2003 si è formata anche l'associazione «Gli amici del mostro», un gruppo di architetti che aveva in mente di trasformarlo in un punto d'accoglienza per gli amanti delle gite a cavallo, ciclisti e bikers. Ma l'idea non è stata ritenuta economicamente vantaggiosa. Il Comune di Castelnovo e la Provincia di Reggio Emilia, allora, l'hanno acquistato per demolirlo definitivamente. Facendo piazza pulita di 30mila metri cubi di cemento, che costituiscono uno dei peggiori obbrobri urbanistici italiani anche per Legambiente. L'operazione, costata 160 mila euro, non solo restituisce bellezza a una zona particolarmente verde dell'Appennino, ma segna anche la volontà di premere l'acceleratore sulla vocazione agri-turistica dell'area e restituisce, anche da un punto di vista simbolo, un tesoro paesaggistico alla comunità. La demolizione del mostro è stata portata avanti con tutte le sicurezze: a occuparsene sono stati gli specialisti di Tecnomine, gli stessi che hanno giustiziato i grattacieli di Punta Perotti, a Bari. E non hanno nascosto che, nonostante le dimensione fossero più ristrette (l'ecomostro di Felina è alto «solo» 20 metri e lungo 60), anche l'operazione emiliana non è da sottovalutare, in quanto si tratta di un prefabbricato ed è stato necessario piazzare le cariche in tutti e cinque i piani. Infine, una curiosità: proprio poco prima dello scoppio - anticipato da tre squilli di sirena - ci si accorti che, in uno dei muri interni, visibili solo da una parte della montagna, qualcuno aveva scritto «Casa delle libertà». Un vero e proprio «transfert» post-elettorale.
|