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Sinistra alla guerra contro il «beneculturalismo»
PIERLUIGI PANZA
Corriere della Sera, 29 maggio 2006

Storici dell'arte all'attacco: più finanziamenti e meno spettacolo per tutelare le opere
Settis: «Basta eventi e merchandising». Rutelli: «Ma i soldi sono pochi»


La battaglia degli intellettuali di area centro-sinistra contro la malattia del beneculturalismo è incominciata, e solo verifìcando gli stanziamenti che la prima Finanziaria del governo Prodi destinerà alla cultura si potrà vedere se sarà vinta o persa. Dopo gli strali alla politica che ha promosso il beneculturalismo e ucciso la storia dell'arte lanciati da quaranta specialisti in un libro (Gli storici dell'arte e la peste, Electa) e ripresi dal Corriere della Sera, ieri Salvatore Settis—insigne storico dell'arte e, si vociferava, papabile al ministero per i Beni culturali — si è scagliato contro il «Benculturalismo parolaio». La tesi è che mentre il «patrimonio boccheggia, il benculturalismo impera». Che tradotto vuoi dire troppe mostre-evento («il 90% dannose»), «merchandising che annienta il glorioso artigianato», metastasi politiche di derivazione bene-culturalistica «come il Partito della Bellezza» di Sgarbi, prevaricazione di scienza ed economia nella gestione delle arti, derive e rimpalli gestionali tra le istituzioni, nuovi corsi universitari che sfociano nel ridicolo («per ora Scienze del Turismo, ma sono in vista Teoria della Scampagnata, Epistemologia del Weekend...»). Se a ciò aggiungiamo il richiamo rivolto l'altra sera a Venezia dal sindaco Massimo Cacciari al ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli «a non far mancare investimenti pubblici per i nostri beni» l'urlo di dolore si fa corale: «Ministro Rutelli. cerchiamo un rimedio?» (Settis).
Ma i problemi, teorici e pratici per fornire la risposta non mancano e dividono storici e gestori della cultura.
Intanto è singolare che un termine sociologico come «Bene culturale» sia stato enfatizzato dalle politiche di destra (nel suo aspetto, sottolineano alcuni studiosi, soprattutto di bene economico) e combattuto ora dalla sinistra, che pare privilegiare un approccio romantico-conservativo dell'opera d'arte su un filone che vede come «padri estetici» John Ruskin, Alois Riegl, Georg Simmel. Passando alla battaglia nominalistica, Settis ed altri intendono cancellare dal dizionario dell'arte termini come fruizione, consumo e territorio, che certo possono essere sostituiti magari riscoprendo i termini del Purovisibilismo; resta, però, un problema per la tutela delle opere (ex beni): i soldi.
E qui il gioco si fa duro, e la risposta di Rutelli alla sua prima uscita veneziana da ministro (in occasione del restauro della torre dell'orologio sostenuto da almeno una decina di «sponsor») è stata lapalissiana: «A quattrini stiamo veramente male. Alle sovrintendenze mancano anche i soldi per pagare la benzina agli ispettori che vanno a fare i sopralluoghi. Ma sugli stanziamenti non mi sento ora di poter prendere impegni». Ha lasciato invece intuire un metodo di approccio che definisce «laico», ovvero l'intenzione di far sì che «la difesa del patrimonio culturale sia comune» tra i vari enti e, forse, le varie forze politiche. Tuttavia non è parso voler cancellare del tutto l'idea che l'arte sia anche un «bene»: «Mi sono già giunte richieste da venti Paesi che mi chiedono i nostri invidiati artigiani e tecnici che onerano nel campo dei beni culturali». Ma allora l'approccio tecnico-chimico va così male? Registriamo che, oltre alle richieste giunte a Rutelli. si è appena conclusa una due giorni a Gubbio intitolata «Mirabilia Urbis» (organizzata anche con il sostegno di sponsor e alla quale ha partecipato Settis), nella quale si è dato particolare rilievo ai risultati conseguiti per merito di ditte produttrici di nuovi «materiali naturali» applicati al restauro. «Certo, anch'io sono contrario al beneculturalismo, un'idea nata da Spadolini che per dar corpo al ministero dovette fondere elementi della Pubblica istruzione e del Tesoro», afferma Philippe Daverio. Ma «intanto c'è chi come i sovrintendenti Strinati, Paomcci e Bottini ha fatto un ottimo lavoro nel settore, mentre nell'università sono stati gli storici dell'arte ad autodelegittimarsi ritagliandosi il solo compito di fare schede d'archivio pseudo-oggettive e dimostrandosi incapaci di vincere una più complessa battaglia culturale». Da qui la chiusura pure di alcuni dipartimenti, come quello di Storia dell'architettura del Politecnico di Milano.
Quanto all'impegno dei privati, Roberto Colaninno, che fu con Renzo Zorzi il fondatore di Palazzo Te, invita a fare attenzione: «I privati finanziano solo eventi perché spinti dalle istituzioni e per partecipare a un mondo, quello della cultura, che ignorano. Ma non si pensi di poter chiedere loro di sostenere la cultura in maniera anonima e continua: non lo faranno». Allora tanto vale, suggerisce «un minimo prelievo per le aziende ad alto fatturato che lo Stato gestisce poi con probità». Del resto, la difficoltà di coinvolgere continuativamente i privati l'abbiamo visto con le fondazioni liriche (legge Veltroni): su 14 i privati sono entrati quasi solo alla Scala. E chiedere al vicepresidente Bruno Ermolli «con quanta fatica», come spesso ricorda.
Facile cancellare il ponte di Messina e «destinare più fondi alla cultura» come si suggerisce da più parti: ma il Mose per Venezia (opera di un consorzio beneculturalista) lo si concluderà oppure no? Cacciari appare riflessivo, Rutelli per ora è sul... vedremo.
Alla luce di tutto ciò, il parere di Vittorio Sgarbi, ex sottosegretario e «untore» beneculturalista con il partito della bellezza, appare quello di un moderato: «Forse l'universo dei Beni culturali non ha ancora fondato i propri statuti». Poi l'invettiva: «Quanto a Settis il vero beneculturalista è lui, capace solo di dire cose ovvie e di accreditarsi presso i ministri». Insomma, mentre si vuole cancellare o contenere il «benculturalismo che impera» si scopre che si procede ancora a vista, nonostante i decenni che ci separano dal ministero di Spadolini e dalla legge Ronchey. Meglio una rivoluzione o una riforma? Per ora le rivoluzioni senza soldi non sono mai finite bene. E la botte piena con la moglie ubriaca è spesso rimasta solo un sogno.



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