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Così Guarino vuole abbattere il debito pubblico
di Vincenzo Visco Comandini
22/12/2005, Il Riformista

PROPOSTA 1. UNA RIFORMA RADICALE PER UNA SITUAZIONE DRAMMATICA ■
■ Nexus è un'associazione di cultura politica costituita ad opera di studiosi di diversa ispirazione ideale e culturale. L'intento dell'associazione è quello di creare un luogo di ricerca e dibattito con l'obiettivo prioritario di accrescere l'efficacia competitiva dell'Italia in un contesto di rapidissima e globale trasformazione economica, sociale e geo-politica, individuando percorsi di riflessione e proposta "condivisi" senza che la necessaria dialettica tra maggioranza e opposizione sia pretesto per anatemi e reciproca delegittimazione. Presidente di Nexus è il professor Vincenzo Zeno-Zenco-vich con un ristretto comitato di presidenza in cui figurano, tra gli altri, Franco Debenedetti, Enrico Manca e Angelo Maria Petroni. Nexus, nata nei mesi scorsi, ha dedicato la sua prima iniziativa al tema del debito pubblico presentando in ottobre, con un convegno a cui hanno partecipato economisti, studiosi, politici e sindacalisti, la proposta del professor Giuseppe Guarino su cui anche recentemente si è sviluppato un ampio dibattito. Qui di seguito pubblichiamo un'intervista al professor Guarino curata da Vincenzo Visco Comandini.
Dal seminario di Nexus di novembre vi sono state reazioni importanti alla sua proposta. Vogliamo fissarne i punti qualificanti?
«Dobbiamo tenere concettualmente distinti i presupposti dalla soluzione, la diagnosi dalla terapia. È necessario partire dalla constatazione del sostanziale fallimento della politica di riduzione del debito pubblico seguita sin qui. Ho calcolato, e finora non l'aveva ancora fatto nessuno, che tra il primo gennaio 1992 e il 31 dicembre 2004 lo Stato, per il servizio del debito nella parte eccedente il rapporto debito/Pil pari al 60%, ha tirato fuori (la cifra è comprensiva del ricavo delle pri-vatizzazioni per circa 160 miliardi) ben 800 miliardi di euro a valori attuali. A questo sforzo gigantesco non hanno corrisposto effetti positivi, se si considera che il rapporto debito/Pil era pari a 100,8% alla fine del 1991, poi salito al 124,8 % a fine 1994, sarà al 108% a fine 2005. Il metodo dell'avanzo primario non ha prodotto risultati apprezzabili, tan-tomeno quelli sperati. Se fino a 2-3 anni fa il rapporto poteva anco-
ra migliorare grazie ad un più favorevole andamento del Pil e alla disponibilità di beni facilmente alienabili, oggi queste possibilità sono venute meno. I ministri del Tesoro, in occasione delle ultime leggi finanziarie, hanno dovuto riconoscere che vi sono sempre meno risorse da distribuirsi. Se non si interviene subito, il rapporto debito/Pil è destinato a salire. La situazione è drammatica, è urgente trovare soluzioni praticabili non rinviabili, capaci di evitare il rischio di default.
Quanto alla proposta, bisogna in via preliminare stimare quanto serve per fare scendere al 75% il rapporto debito/Pil. Le stime indicano che occorrono circa 450 miliardi (mld) di euro di ricavo immediato. Da più parti si propone che la manovra potrebbe essere limitata alla metà, a circa 225 mld. Ritengo che l'ipotesi debba essere scartata per due ragioni. La prima è che i beni di cui si dispone presentano diversi gradi di alienabilità. Se ci si limitasse a 225 mld, verrebbero venduti i beni più facilmente appetibili. Rimarrebbero quelli che comportano maggiore alea e tempi lunghi. Si comprometterebbe la replicabilità della manovra. Una volta esaurita la prima vendita, ci si potrebbe trovare nelle condizioni di non riuscire ad impedire che il debito ricresca. La seconda ragione è che la manovra è pensata esplicitamente come fattore di shock, capace di modificare una tantum le scelte dei risparmiatori, ma anche di dare uno scossone alla nostra economia stagnante. Una soluzione più graduale non darebbe i frutti sperati».
Spieghi ora come si riescono a ricavare in un solo colpo 450 mld.
«È un obiettivo difficile. Bisogna provarci. Se non facessimo nulla sarebbe peggio. Dei 450 mld necessari, 300 mld consistono in partecipazioni in imprese quotate e non quotate agevolmente cedibili, in crediti fiscali e
non fiscali, compresi quelli degli istituti previdenziali. Gli immobili di proprietà statale vengono stimati in circa 150 mld. L'Agenzia del demanio ha in corso un censimento di beni di proprietà statale, che sarà completato solo tra qualche tempo. Il lavoro effettuato dovrebbe essere tuttavia sufficiente per avere elementi utili per coprire i 150 mld.
Accantonando questa incognita, la difficoltà da superare è un'altra. I beni dello Stato, nella quasi totalità, non hanno nell'immediato un valore di mercato. Lo si deve creare e lo si può fare procurando un reddito. I beni dello Stato vanno distinti in tre categorie. Quelli il cui uso diretto è necessario, quelli attualmente usati in modo diretto ma al cui uso si può rinunciare, gli altri. Lo Stato, quanto alle prime due categorie, nel momento in cui aliena il bene, lo prende in locazione con contratto a tempo, rinnovabile, assumendosi tutte le spese di gestione, sia ordinarie che straordinarie. Per i beni di uso necessario, deve prevedersi un diritto di riscatto esercitabile in qual-siasi momento. Per quello del secondo gruppo è sufficiente un diritto di prelazione esercitabile nel caso in cui il compratore trovi a vendere il bene, in tal caso liberato dallo Stato, a condizioni più convenienti. Per i beni della terza categoria potrà prevedersi un prezzo da stabilirsi a forfait sulla base dei valori catastali».
Ma in questo modo non si va incontro al pericolo che il patrimonio storico artistico dello Stato venga compresso?
«È vero il contrario. Riservando a sé la gestione sia ordinaria che straordinaria, nonché il diritto di riscatto esercitabile in qualsiasi momento, si impedisce nel modo più assoluto che qualsiasi terzo possa nemmeno mettere piede nel bene storico-artistico alienato. Anche lo Stato in tal caso è obbligato, per l'impegno assunto con il contratto di lo-
cazione, a rispettare la piena integrità del bene e a provvedere con cura alla sua gestione».
Esiste la probabilità che si trovino compratori in grado di acquistare in tempi brevissimi beni dello Stato per un così enorme valore, pagando per di più in contanti?
«No. Ma si crea il valore commerciale dei beni immobili, così si deve creare il compratore. Va costituita una new com-pany alla quale il patrimonio stimato in 450 mld viene conferito quale capitale iniziale. In tal modo si perfeziona una operazione che potrebbe sembrare miracolosa: il patrimonio mobile ed immobile dello Stato, in parte non agevolmente vendibile, viene trasformato, grazie al diritto, in un patrimonio interamente mobiliare di pari valore».
Non c'è il pericolo che ciò che lo Stato guadagnerà con la vendita delle azioni venga perduto a causa dei canoni di locazione che dovrà versare per gli immobili trattenuti in uso?
«Direi di no. Nella parte in cui il canone è versato in servizi, in concreto con le spese di gestione che lo Stato assume a suo carico, il rapporto è neutro. Sono oneri che lo Stato già sostiene e che continuerà a sostenere. Per la parte del canone da versarsi in contanti, è stimabile che, pur volendo determinare il canone in una misura elevata, non supererà il rapporto di 1 a 10 in rapporto al beneficio rappresentato dall'abbattimento del debito. Se nessuna azione della new company venisse venduta il rapporto risulterebbe neutro e così resterebbe per la quota delle azioni, che anche in seguito non fosse alienata».
Tutto il meccanismo è basato sulla probabilità di vendere le azioni. Si riuscirà a renderle affidabili?
«Sin quando la società non svolga attività, i suoi costi sono quasi nulli e le entrate pari a cir-
ca 6.5 mld. Si può distribuire un dividendo di circa 1.4%. Poco per rendere le azioni appetibili, ma un reddito già abbastanza prossimo a quello dei Bot. Ma la società non deve restare inerte. Va affidata ad un amministratore che corrisponda alla figura di un buon gestore di attività finanziarie. Con un patrimonio di così elevato valore, possiamo escludere che non si riesca a produrre utili per almeno un altro 2-3%? È una ipotesi assolutamente minimale. Già sufficiente però per collocare le azioni della new company a un livello superiore a quello dei Bot».
In questo modo si assegna un grande potere alla società...
«È vero. In astratto per ri-durlo, si potrebbe suddividere il patrimonio tra due o tre società. Ma poiché i beni sono eterogenei, di alcuni potrebbe farsi crescere la redditività da subito, per altri si richiedono tempi lunghi. Se la gestione non fosse unitaria la probabilità di far crescere il valore delle azioni e di alienarle in buona percentuale rapidamente, diminuirebbe di molto. L'Econo-mist nella recente indagine sull'economia italiana ha puntato il dito sulla grave carenza strutturale rappresentata dalla totale assenza di imprese di dimensioni adatte al mercato globale. La new company colmerebbe, sia pure in un unico caso, questa carenza».
Pensa che l'azionariato debba essere solo nazionale?
«Tutt'altro, la società va quotata sulle principali borse internazionali. Con prospettive finanziarie positive non è da escludere un pronto e largo consenso sui mercati finanziari internazionali».
La proposta è compatibile con le regole Ue?
«Sì, perché l'intera manovra è attuata con strumenti di diritto privato. Non è da confondersi con le tecniche sin qui utilizzate avvalendosi della Cassa depositi e prestiti, dove il compratore era all'interno dello Stato: qui gli ac-
quirenti delle azioni sono normali soggetti privati, nazionali o internazionali».
Non vede altre difficoltà?
«No, solo vantaggi. L'esecuzione del progetto non grava sui contribuenti, né sui consumatori, né sulle imprese, né sull'efficienza della Pa perché non costringe a tagli irrazionali nella spesa».
Altri Stati possono replicare il metodo?
«Certo, si potrebbe vendere il know-how».
Secondo lei, per attuare la proposta serve un accordo bipartisan?
«Contrariamente a quanto si potrebbe credere, il progetto, se si curano i dettagli giuri-
dici, è attuabile in tempi brevissimi. Il pericolo è quello opposto, cioè che poiché i vantaggi sono immediati, nessuna delle due coalizioni potrebbe volere che sia l'altra a realizzarlo. Credo tuttavia che si potrà arrivare ad un generale consenso. Riscontro una larga consapevolezza della drammaticità della situazione. Se così fosse, l'attuabilità diverrebbe più semplice. Si pensi che in Italia su circa 22 milioni di famiglie ben 10 milioni dispongono ancora mediamente di 20 mila euro di risparmio. Se le famiglie si inducessero ad investire il risparmio nella nuova società, considerato che i rendimenti risulterebbero superiori a quelli dei Bot e che esiste una elevata probabilità che il valore delle azioni aumenti, avremmo già risolto al 50% circa il problema».



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