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Debito pubblico e competitività Il debito pubblico è un problema risolubile?
Relazione di Giuseppe Guarino
Atti del Convegno, Debito pubblico e competitività, tenutosi a Roma, 26 ottobre 2005




1. Il sistema comunitario fa perno su Stati operanti in condizioni di reciproca concorrenza. Prevalgono gli Stati che vantano un maggior numero di fattori positivi ed hanno un minor numero di quelli negativi. L’entità del debito pubblico è, tra i fattori negativi, quello la cui incidenza è maggiore. Lo Stato con debito più elevato opera in una posizione deteriore nei confronti di quelli con bilancio sano. La inferiorità dello Stato si riflette sulle imprese e sui cittadini svantaggiandoli nel confronto concorrenziale con imprese, istituzioni e cittadini degli altri Stati membri. Il debito pubblico dello Stato italiano si collocava al termine del 2004 al livello del 106.6% nel rapporto con il PIL. La media debito/PIL, esclusa l’Italia, era pari per l’area euro a 63.6, per i 15 Paesi UE (ante allargamenti) a 58.3. Quella media di Francia, Germania, Regno Unito era del 58.4 (dati 2004). L’Italia corrisponde per interessi sul debito (dati 2004) il 5% del PIL, contro una media (esclusa l’Italia) del 2.9 per i Paesi euro, del 2.7 per 15 Paesi UE, del 2.7 per Francia, Germania, Regno Unito. Il debito, nella parte eccedentaria rispetto al 60% (limite ammesso dalla normativa UE), ascendeva a fine 2004 a 630 MD di euro. Per il servizio degli interessi in relazione a tale quota, l’Italia negli anni dal 1992 compreso a tutto il 2004, tenendo conto anche dei proventi delle privatizzazioni, ha speso la astronomica cifra di 800 miliardi di euro in moneta rivalutata. Nonostante l’immane sforzo, il debito pubblico italiano è salito dal 100.8% del 1991 al 106.6% del 2004. Le somme impiegate per il pagamento degli interessi in corrispondenza della parte del debito che eccede il livello fisiologico, hanno dovuto essere sottratte all’economia. Il che spiega come sotto ogni aspetto rilevante il ritmo di sviluppo del sistema Italia segni un ritardo nel confronto con i Paesi membri (Francia, Germania, Regno Unito, Spagna) che, per dimensione e PIL, sono i suoi più diretti competitori. I dottori Eduardo Reviglio e Livio Russo hanno concorso alla raccolta dei dati e contribuito all’esame critico del progetto. E’ con vivo piacere, oltre che in adempimento di un obbligo, che l’autore rivolge loro un ringraziamento per la preziosa collaborazione e per la prontezza e l’entusiasmo con i quali è stata accordata.

2. Gli interessi sul debito, ci si continua a riferire alla sola parte che eccede il 60% nel rapporto sul PIL, comportano ai livelli 2004 una spesa annua di 29.5 miliardi di euro. Poiché è una causa stabile che pregiudica il rispetto da parte dell’Italia del parametro relativo all’indebitamento, viene chiesto dalle Autorità comunitarie di far scendere il debito di almeno 2 punti percentuali ad anno. In favore di tale obiettivo si era già espresso il DPEF 2004: due punti percentuali sul PIL comportano un onere di 30 miliardi di euro ad anno. Aggiungendo i 29.5 miliardi di euro per interessi, si perviene alla dura conclusione che la quota del debito che supera il limite del 60% nel rapporto con il PIL, grava attualmente sulla economia italiana, sottraendo una eguale quantità di risorse ad impieghi produttivi, per 59.5 miliardi di euro. Ma già i dati 2005 dimostrano che la somma potrebbe crescere. Il peso del debito rallenta il ritmo di sviluppo della economia. Reciprocamente, meno l’economia cresce, minori sono le entrate dello Stato. Ne consegue che all’onere per interessi e per la diminuzione del debito non si riesce a far fronte a legislazione invariata. Occorre adottare misure o per accrescere le entrate o per diminuire le spese. Su entrambi i versanti si incontrano difficoltà. La percentuale della spesa al netto degli interessi, nonostante i propositi ogni anno rinnovati, è rimasta nei due passati decenni pressoché costante. Pari al 42.3 nel 1985 ha toccato il picco del 44.6 nel 1993; scesa al 41.2 nel 2000, è risultata nel 2004 pari al 43.4. La pressione fiscale, pari al 35.4 nel 1985 ed al 40.5 nel 1991, è salita al 41.9 nel 2004. Le condizioni del sistema produttivo non lasciano spazio per un suo incremento. Anche a voler considerare come stabilizzata (anche se pregiudizievole ai fini dello sviluppo) la quota degli interessi che vengono annualmente spesi per la parte eccedentaria del debito, e quindi lasciando da conto i 29.5 miliardi necessari, si pone il quesito sul come provvedere ai 30 MD di euro occorrenti per la diminuzione dei 2 punti percentuali. Per il passato un aiuto rilevante è venuto dai proventi delle privatizzazioni.
Oggi, quali beni agevolmente vendibili, restano le sole quote ancora in possesso dello Stato di ENI ed ENEL. Qualche altra risorsa viene ottenuta individuando quote di beni immobili, che si riesce a monetarizzare con l’impiego di tecniche appropriate. Ma i ricavi procurati per questa via sono minimi. A partire dal 1994 il rapporto debito/PIL diminuiva ogni anno in una percentuale maggiore rispetto all’anno antecedente. Rallentamenti nella discesa si sono manifestati una prima volta nel 1999, di nuovo nel 2001. Nel 2005 il rapporto per la prima volta dopo anni risaliva, dal 108.2 (DPEF, 2006-2009). Le cause sono quelle individuate: da un lato la stagnazione, o comunque la crescita lenta dell’economia; dall’altro il graduale esaurimento di risorse agevolmente alienabili. 6 Se ne deve trarre una riflessione inquietante: cosa accadrebbe qualora l’economia non riprendesse a crescere con ritmi soddisfacenti e non si rinvenissero ulteriori risorse la cui vendita sia atta a procurare i 30 miliardi di euro ad anno necessari per far diminuire il debito nella misura indicata dei due punti percentuali? La conseguenza inevitabile è che in tali condizioni il rapporto debito/PIL sarebbe destinato a risalire. Nella improbabilità, allo stato attuale, che si creino condizioni economiche che consentano di invertire la tendenza, si produrrebbe una spirale ascendente in seguito difficilmente bloccabile. Ogni effetto negativo ne genera altri. Peggiorerebbe il rating del debito italiano e l’ascesa del debito diverrebbe conseguentemente anche più veloce.

3. In presenza di segnali così preoccupanti non ci si può limitare a previsioni a breve. La spirale ascendente del debito è destinata a prodursi a partire da qualsiasi momento, indipendentemente dal livello del rapporto debito/PIL che sia stato raggiunto, quando concorrano le due condizioni, della crescita insufficiente della economia e della insussistenza di risorse ulteriori. La circostanza che lo Stato si dimostri incapace di arrestare l’ulteriore deterioramento del rapporto debito/PIL potrebbe costituire un preannuncio di bancarotta. La gravità della conseguenza deve indurre a molta prudenza quando si ipotizza che tra quattro o cinque anni, per effetto della ripresa dell’economia mondiale, o di quella comunitaria o di quella dell’Italia in particolare, il problema potrebbe risolversi da sé. Se queste attese andassero deluse e se nel frattempo si fossero bruciate le ultime risorse disponibili, lo stato di default sarebbe inevitabile. Il pericolo è troppo grave perché vi si possa andare incontro senza predisporre, sino a quando si sia ancora in tempo, adeguate linee di difesa di cui avvalersi ove le ottimistiche speranze andassero deluse. L’obiettivo massimo dovrebbe consistere nel portare il rapporto debito/PIL al livello del 60% fissato dai parametri comunitari. Bisognerebbe disporre da subito di almeno 630 miliardi di euro. Impresa quasi impossibile. A maggior ragione occorre avvicinarsi quam celerrime quanto più sia possibile al traguardo. Mentre ragioniamo il nemico è alle porte. Il PDEF per il 2005 accerta quanto si temeva e che già da mesi era prevedibile: il rapporto debito/PIL a fine 2005, anziché scendere, supererà quello del 2004 di quasi 2 punti percentuali. Bisogna spegnere l’incendio prima che si diffonda.

4. Vanno premessi alcuni punti fermi. Il risultato non può essere conseguito con mezzi autoritari. Si incorrerebbe nei divieti comunitari. Va realizzato a bocce ferme, senza stravolgere i rapporti esistenti. Se si toccassero gli inte- 7 ressi dei contribuenti, dei consumatori, dei dipendenti, delle imprese si provocherebbero conflitti sociali e dispendio di tempo. Bisogna invece provvedere con urgenza. Non vi è altra strada che ricercare una soluzione attuabile con i soli mezzi del diritto privato, ricorrendo ad alienazioni. L’approccio, per avere un carattere di pacata concretezza, deve partire da una analisi del patrimonio dello Stato, diretta a catalogare le varie categorie di beni e ad approfondire per ciascuna di esse se e a quali condizioni si tratti di beni alienabili. La prima impressione è sconfortante. Si sarebbe tentati di abbandonare subito qualsiasi buon proposito. La via è obbligata. Anche se non si può inventare quello che non c’è, si potrà valorizzare l’esistente con l’impiego di tecniche e meccanismi adeguati. I soli beni agevolmente monetizzabili sono i 40 MD circa di partecipazioni quotate in borsa.

Costituiscono la prima (a) delle categoria da considerare. Sono i cespiti ai quali ogni volta si è fatto ricorso per fronteggiare le occorrenze degli anni immediatamente successivi. Se si proseguisse con lo stesso metodo, si commetterebbe un errore non perdonabile.
Le ragioni ne diverranno evidenti nel seguito della esposizione.
Le altre categorie di beni sono:
b) partecipazioni non quotate;
c) beni immobili che lo Stato impiega direttamente quali sedi di uffici o per altri scopi di pubblica utilità.
Questi beni sono attualmente sottratti al commercio. Acquistano un valore di mercato se li si fornisce di un reddito;
d) beni immobili di interesse storico, archeologico e artistico che fanno parte del demanio pubblico e che sono giuridicamente inalienabili. Per immettere sul mercato tali beni bisogna fornirli di un reddito, ed insieme abrogare, con atto avente forza di legge, il vincolo della inalienabilità;
e) beni immobili di varia natura, che non sono utilizzati o di cui sin da ora si può rinunciare ad ogni utilizzazione diretta a fini pubblici, che tuttavia per le loro intrinseche caratteristiche difficilmente troverebbero un compratore, specie se si dovesse procurarlo in tempi ristretti, ove si provvedesse con contrattazioni individuali; f) beni immobili, produttivi di redditi bassissimi o addirittura privi di reddito, od alienabili solo con una dote, suscettibili tuttavia di valorizzazione. Ci si riferisce in particolare alle case ex IACP, distribuite variamente nel territorio dello Stato;
g) vi sono infine i crediti, sia fiscali che di altra natura. Per i beni immobili sub c) e sub d) la commercializzazione sarebbe fattibile avvalendosi della tecnica seguente: trasferimento della proprietà del bene; 8 presa in locazione dello stesso da parte dello Stato con contratti di lunga durata (decennale o pluridecennale), con clausola contrattuale che ponga a carico dello Stato locatario tutti gli oneri di ordinaria e straordinaria amministrazione, compresi quelli fiscali; canone di locazione fissato nel 3% rivalutabile. Il canone di locazione effettivo, ai fini della determinazione del valore capitale, sarà pari alla somma del 3% e degli oneri di gestione ordinari e straordinari, calcolati nella percentuale mediamente applicata dalle principali società immobiliari. Il valore capitale del bene sarà ricavato basandosi su tali presupposti in conformità ai normali criteri di mercato. Regole integrative distinte dovranno poi applicarsi per i beni sub c) e sub d). Per quelli sub c) dovrà prevedersi a favore del proprietario il diritto di acquistarli per farne libero uso al prezzo convenuto rivalutato, con possibilità per lo Stato di chiedere una proroga della locazione per ragione di pubblico interesse per un periodo non superiore a cinque anni, ovvero di esercitarne il riscatto.
Per i beni sub d), l’acquirente è impegnato a conservarne la proprietà. Lo Stato alla scadenza del contratto potrà rinnovarlo, ma potrà anche esercitare il riscatto, versando un prezzo pari a quello originario rivalutato. I beni sub e), non essendo utilizzabili a fini pubblici, non godono di alcun reddito fornito dallo Stato. Né generalmente producono reddito. Va perciò stabilito che l’acquirente ne versi il prezzo solo al momento in cui ne chieda l’effettivo possesso. Il prezzo sarà pari all’estimo catastale moltiplicato per X volte (3 o 4?) rivalutato. Alle stesse condizioni anche lo Stato potrà riacquistare il bene.


5. Per ogni categoria di beni le stime ipotizzabili sono le seguenti: - al complesso delle partecipazioni (a e b) viene attribuito un valore di 100 MD di èuro; - per gli immobili sub c) la stima è di circa 100 MD di èuro; - il valore degli immobili sub d) può calcolarsi intorno ai 50 MD di èuro; - circa 40 MD è la stima per gli immobili sub e); - la stima degli immobili IACP, basandosi sui dati catastali, può oscillare tra i 60 ed i 120 MD. 90 MD sembra un valore accettabile. Sono beni che presentano buone prospettive di valorizzazione. Una aliquota, seppure non elevata, è composta da immobili di discreto pregio, agevolmente cedibili; - i crediti (g) ammontano a 100 MD circa, di cui più di 50 fiscali. Una percentuale di non più del 10-20% si presta ad essere liquidata in tempi brevi; il 30-40 richiederebbe tempi medio-lunghi. Del 50% il recupero è problematico, anche se non del tutto impossibile. 9 Si perviene ad un totale di 430 MD.
Siamo parecchio lontani dall’obiettivo del 60%. Si perverrebbe, ove l’intero complesso venisse alienato in tempi brevi, e sempre che medio tempore non si produca un ulteriore deterioramento della situazione, ad un rapporto debito/PIL di poco superiore al 70%.

6. Difficoltà analoghe a quelle incontrate per rendere commerciabili i beni appartenenti alla maggior parte delle categorie si presentano se si ha riguardo al versante dei compratori. Chi sono o chi potrebbero essere i compratori? La monetarizzazione dei beni immobili di cui si dispone, in dipendenza della natura degli stessi, richiede del tempo e presuppone che il proprietario abbia adeguate disponibilità finanziarie. Se il coacervo venisse messo sul mercato nel suo insieme o per tipi di beni, fatta eccezione per le partecipazioni quotate, compratori non se ne troverebbero. Lo Stato deve quindi creare esso stesso il compratore. Un compratore o più compratori?
Sarebbe auspicabile, anche per introdurre un principio di concorrenza competitiva, ripartire il compito tra più soggetti. Ma c’è una difficoltà, ed è che le categorie di beni non sono equivalenti né per i valori, né per l’impegno richiesto per addivenire alla monetarizzazione. Per una piena compensazione dei vantaggi offerti da una categoria con le difficoltà frapposte dalle altre, sembra inevitabile che si debba concentrare l’intero coacervo in un unico soggetto. I problemi che l’acquirente dovrà affrontare non sono né semplici, né pochi. Fin dove è possibile, bisogna agevolargli il compito. Per raggiungere lo scopo sono immaginabili diverse tipologie. Quella qui di seguito descritta corrisponde ad una ipotesi plausibile che non esclude integrazioni o perfezionamenti. Sono auspicabili soluzioni diverse purché in grado di raggiungere l’obiettivo primario ed urgente della riduzione del debito nella misura necessaria.

7. Si propone dunque di costituire una società per azioni, di cui lo Stato detenga inizialmente tutte le azioni ed il cui capitale iniziale va determinato in 430 MD di èuro. Con il conferimento del compendio patrimoniale ad una s.p.a. si ha come primo risultato che lo Stato si è spogliato della proprietà originaria ed ha trasformato l’intero compendio in proprietà mobiliare. La destinataria del conferimento, nuova proprietaria dei beni, è una s.p.a.. Non è un fondo né immobiliare, né misto. E’ una impresa. Suo scopo è gestire il patrimonio per ricavarne un utile. La s.p.a. nasce con un capitale determinato in 430 miliardi di euro. Dispone di un reddito iniziale di 6 miliardi e 500 milioni di euro, di cui 2 quale ricavo medio delle partecipazioni a titolo di dividendi e 4.5 miliardi per canoni corrisposti dallo Stato per la locazione dei beni trattenuti in uso (3% su 150 miliardi di beni alienati). Più che il reddito iniziale sono rilevanti le possibilità di valorizzazione del patrimonio. E’ un patrimonio enorme, pari a due volte e mezzo circa quello di tutte le banche italiane messe assieme. La s.p.a. può avvalersi di tecniche operative che sarebbero inimmaginabili per lo Stato. Individuati singoli comparti immobiliari, li può conferire a distinte società, (e questa società) può alienare in toto o collocare le azioni sul mercato. Può avvalersi di soggetti specializzati, scegliendo le forme contrattuali o societarie più opportune, facendo sconti generali o parziali, ai fini della valorizzazione dei beni in singoli settori, ad esempio in quello immobiliare o del recupero dei crediti. Può raggruppare le partecipazioni sotto un capo-gruppo di cui può cedere quote sino a quasi il 50% senza perdere il controllo né della controllata, né della controllante. Può costituire il patrimonio in garanzia per emettere obbligazioni a condizioni di mercato, procurandosi liquidità da impiegare alle migliori condizioni, lucrando la differenza tra il tasso passivo e quello attivo. Può procedere ad aumenti di capitale delle migliori tra le sue imprese controllate, creando le condizioni per un loro rafforzamento mediante acquisizioni. Può acquistare singoli beni alle condizioni prefissate nelle clausole contrattuali con lo Stato, quando si presenti l’occasione di una rivendita a prezzo superiore. Intrattiene con i terzi (inquilini) rapporti non amministrativi, ma regolati dal diritto privato. Per gli immobili che lo Stato detiene in locazione ed impiega in usi diretti, non vi sono in pratica oneri di gestione da sostenere. La s.p.a. può sceverare tra i crediti quali siano più agevolmente liquidabili, con quali tecniche ed a quali condizioni. Ci si deve fermare ovviamente a tali indicazioni di larga massima. Solo gli amministratori della s.p.a., tenuto conto delle circostanze, potranno stabilire cosa occorra fare per massimizzare i risultati. In ciò consiste la loro responsabilità.


8. Il primo compito degli amministratori della s.p.a. è di far stimare da società esperte, internazionali ed italiane, il suo patrimonio. Le medesime società, eventualmente insieme ad altre, dovrebbero collaborare alla ammissione alle principali borse-valori ed alla collocazione delle azioni nei mercati finanziari nazionale e internazionali. Sarebbero chiamate a cooperare per l’eventuale emissione di obbligazioni e per qualsiasi altro tipo di operazione finanziaria.

9. Lo Stato italiano al momento della costituzione è l’azionista totalitario della s.p.a..
Lo specifico interesse dello Stato è che la s.p.a. persegua con efficacia il suo disegno industriale e realizzi utili, creando condizioni favorevoli per la collocazione delle azioni sui mercati. Sono rilevanti tanto le quantità vendute, quanto i valori di borsa. L’obiettivo del progetto è quello di abbattere il debito pubblico. Quanto più elevata sia la percentuale delle azioni che viene alienata e maggiore il prezzo di vendita, tanto più l’obiettivo risulta a portata di mano. La cessione rapida della totalità della partecipazione rappresenta l’optimum. A questi effetti è indifferente che il controllo della società permanga in mani nazionali o venga acquisito da soggetti esteri, o che la partecipazione sia frazionata a tal punto da realizzare in modo pieno il modello della “public company”. L’importante è che il traguardo sia centrato. Se ci si colloca nell’ottica del mercato bisogna anche accettare che nel disegno, che viene configurato come del tutto aperto, si inseriscano secondo le regole del mercato rigidità, dalle quali conseguano configurazioni particolari. Le azioni, nel momento in cui si dimostrano appetibili, potrebbero essere giudicate convenienti da soggetti istituzionali o paraistituzionali, che potrebbero acquistarle non per venderle ma per tenerle in portafoglio. Le maggiori banche ed imprese industriali nazionali potrebbero essere interessate ad essere presenti nella gestione della società in considerazione del volume di liquidità di cui la stessa potrebbe disporre. Per effetto di operazioni plurime potrebbe concentrarsi nella s.p.a., sia in applicazione di indirizzi consapevoli sia anche quali conseguenze non previste di operazioni dirette ad altro scopo, il controllo di altri gruppi con conseguenti effetti sull’azionariato. Potrebbero crearsi condizioni per la stipulazione di patti di sindacato. Se la s.p.a. possa assumere un ruolo di struttura portante del sistema produttivo è questione che non può né essere posta e tanto meno risolta a priori. E’ una soluzione che di per sé è compatibile con la più ampia apertura della società all’azionariato internazionale. Occorre tuttavia rigorosamente evitare che altri fini, aggiungendosi all’obiettivo primario della alienazione della partecipazione, la più rapida che sia possibile, finisca per offuscarlo.

10. Se i valori determinati originariamente venissero confermati dalla stima successiva e l’intera partecipazione venisse alienata in tempi brevi lo Stato incasserebbe 430 miliardi di euro. Le somme, assumendo come dato di partenza il debito/PIL del 2004, farebbero discendere d’un colpo dal 106.6 al 70% il rapporto debito/PIL. Permarrebbe un divario rispetto all’obiettivo del 60%. Ma se si tiene conto di quanto annualmente viene speso per interessi sulla quota eccedentaria del debito (29.5 MD di interessi su un capitale di 600 MD), l’equilibrio finanziario sarebbe sostanzialmente raggiunto. Per il 10% (o poco più) del debito residuo l’onere per gli interessi, ai tassi attuali, sarebbe approssimativamente di 6,5 miliardi circa. Lo Stato, per effetto del minor carico degli interessi, realizzerebbe un risparmio di poco inferiore ai 23 miliardi, sufficienti per riportare in modo definitivo il debito a regime in non più di sei anni. Anche se una parte della somma venisse destinata al rilancio della economia e venisse rallentato il raggiungimento dell’obiettivo finale, si verterebbe in una situazione non più drammatica, ma quasi normale.

11. Sarà possibile ricavare effettivamente dall’esecuzione del progetto i 430 miliardi di euro auspicati? Un primo ostacolo potrà essere frapposto dalla stima, da effettuarsi da soggetti professionali terzi, prima che la s.p.a. compia operazioni sul mercato. Il valore delle partecipazioni è tranquillo, potrebbe anzi crescere. 150 miliardi di immobili hanno un introito certo, pari al 3% rivalutabile corrispondente al canone di locazione che lo Stato si è obbligato a pagare. Va avvertito che tutte le percentuali devono intendersi come indicative. Tutte le cifre possono infatti essere modificate: vanno ponderate le une con le altre adottando le determinazioni che garantiscano il miglior risultato complessivo. Vi sono categorie di incerto realizzo, ma è anche possibile che qualcuna riservi qualche favorevole sorpresa: tanto potrebbe accadere per i crediti, per vendita degli immobili ex case popolari ed anche per quelli non appartenenti al demanio storico artistico per i quali è previsto che la s.p.a. possa formulare una proposta di acquisto a prezzo prefissato con possibilità per lo Stato di opporvisi solo in presenza di un interesse pubblico mutevole di tutela. In tal caso lo Stato sarebbe obbligato ad acquistare alle stesse condizioni della vendita. Ovviamente la s.p.a. eserciterebbe il potere di acquisto solo per i beni il cui prezzo prefissato risulti inferiore a quello di mercato. La stima sicuramente in qualche misura divergerà dalla determinazione iniziale del prezzo. Ma il divario, in diminuzione o in aumento, potrebbe non essere grande.

12. Indipendentemente dalla stima potrebbe accadere che si incontrassero difficoltà nel collocare quote consistenti della partecipazione. Il che potrebbe accadere anche per effetto di eventuali tendenze al ribasso delle borse mondiali. Anziché speculare su tali eventualità, sembra più utile ragionare sulle conseguenze qualora, per un motivo o per l’altro, nel tempo di circa due anni non si riuscisse ad andare oltre i 300 MD nella collocazione delle azioni. In tal caso la discesa del rapporto debito/PIL si arresterebbe alla quota dell’83%, il carico degli interessi scenderebbe da 29.5 miliardi a circa la metà. Si conseguirebbe un risparmio tra i 14-15 miliardi. Non sarebbe stata raggiunta una condizione di tranquillità, ma i pericoli immediati risulterebbero scongiurati.

13. Assume rilevanza la condizione dello Stato nel periodo intermedio, a partire dal momento in cui l’operazione è lanciata sino a quello in cui siano state esplorate tutte le strade per conseguirne i massimi vantaggi. Costituita la s.p.a. sin dal primo anno lo Stato perderebbe 2 MD su 100 MD, corrispondenti al reddito medio delle partecipazioni, nonché 4.5. MD per oneri di locazione su 150 MD di immobili. Per quanto di entità minima va calcolata anche la perdita derivante dalla impossibilità di alienare, attraverso operazioni appropriate, singoli gruppi di immobili. All’attivo vi sarebbero i dividendi distribuiti dalla s.p.a.. Se fossero pari all’1.50% del capitale si avrebbe un risultato equivalente alla somma del minor guadagno (2%) e degli esborsi. E’ tuttavia irrealistico immaginare che lo Stato, nel primo anno, non sia riuscito a cedere nemmeno una minima parte della partecipazione nella s.p.a.. Se venisse collocata una quota anche solo del 10%, la stessa sarebbe sufficiente, unita al connesso calo dell’onere per interessi, per far scendere di 3 punti il rapporto debito/PIL. Sarebbe stato interamente soddisfatto per il primo anno l’onere della sua diminuzione di due punti percentuali ad anno. 14. Il ritmo di alienazione delle partecipazioni dello Stato nella s.p.a. non è indifferente. Ha un peso decisivo ai fini della evoluzione della economia italiana. Se la cessione fosse completata in tempi rapidi, si produrrebbero gli effetti benefici dell’abbattimento del debito al 70% sul PIL e del risparmio di circa 23 MD nell’onere per gli interessi, condizioni che consentirebbero un atterraggio morbido, in un tempo non lungo, sul solido terreno del 60% sul PIL. Ogni ritardo dovrebbe invece confrontarsi con la tendenza del rapporto debito/ PIL a risalire. Il pericolo obbligherebbe a bruciare, nel tentativo sia di bloccare la spirale ascendente, sia di solo rallentarla, le risorse derivanti dalle alienazioni che si produrrebbero mano a mano. Se il volume delle alienazioni e la velocità con cui fosse conseguito superasse, anche se in misura non elevata, le occorrenze necessarie per arrestare la tendenza del debito a crescere, si riuscirebbe probabilmente in questo specifico intento, forse si otterrebbe una riduzione graduale del debito, anche nella percentuale del 2% ad anno richiesta dagli organi dell’Unione. Ma per giungere al risultato di un rapporto debito/PIL pari al 70% si impiegherebbero, nella ipotesi più ottimale, 18 anni. In questi anni si dovrebbe spendere una somma pari a quella attualmente occorrente per diminuire del 2% sia il debito sia gli interessi. Operando in siffatto modo all’incirca in 11 anni tutte le azioni dovrebbero essere state cedute, ma il rapporto debito/PIL, anziché raggiungere il 70%, si sarebbe arrestato all’84%. In tali condizioni il pericolo che il rapporto debito/PIL manifesti di nuovo la tendenza a crescere diverrebbe altamente probabile. Ma non si disporrebbe di alcuna altra risorsa per fronteggiarlo. Non si saprebbe come evitare il disastro. A tale danno, negli 11 anni considerati, ne sarebbe correlato un secondo, di rilevanza non minore. Destinando tutte le risorse ricavate dalle cessioni delle azioni all’obiettivo della riduzione del debito con i connessi oneri per interessi, si sarebbe protratta a tempo indefinito l’attuale situazione della impossibilità di creare stimoli per l’economia, impossibilità determinata per l’appunto dalla mancanza di risorse. Il peso del debito gravando sull’economia ne ostacolerebbe la crescita. La stagnazione economica costituirebbe un ulteriore ostacolo alla soluzione del problema del debito.

15. La s.p.a., lo si è ripetuto più volte, deve essere aperta al mercato. La soluzione nel suo complesso deve essere realizzata in conformità alle regole del mercato, facendo affidamento sui comportamenti assunti spontaneamente dai soggetti. Gli operatori economici non sono però soltanto le borse, nazionale ed internazionali, le centrali finanziarie, la clientela delle banche e degli intermediari finanziari. A monte della s.p.a., v’è la questione dell’incidenza del debito sull’andamento della economia. A tale questione sono interessati tutti i cittadini, in quanto tali e nelle specifiche qualità di contribuenti, di dipendenti pubblici e privati, di lavoratori indipendenti, di consumatori, nonché di detentori di risparmio, nonché i commercianti, gli imprenditori, gli organismi senza fini di lucro, i sindacati, i politici. I partecipi al sistema Italia non si sottraggono alle leggi dell’economia. Ma alla ponderazione dell’utile compartivo dell’investimento in azioni della s.p.a. rispetto ad impieghi alternativi, potrebbero aggiungere la valutazione del vantaggio dell’eliminare il peso del debito che grava sull’economia e che provoca effetti che sono pregiudizievoli per tutti e per ciascuno. Posta la questione in questi termini, i singoli cittadini, contribuenti, dipendenti, professionisti, commercianti, imprenditori e così di seguito, potrebbero considerare che l’acquisto delle azioni, quand’anche non costituisse tra tutti l’investimento più remunerativo, sarebbe tuttavia un investimento sicuro che, unitamente al vantaggio per l’investitore, concorrerebbe a far ripartire l’economia, a rendere possibile l’aumento e la maggiore competitività delle produzioni, la creazione di posti di lavoro, la diminuzione del carico fiscale. Vantaggi che potrebbero essere ritenuti ben più importanti di quelli del “capital gain” o di un dividendo leggermente superiore. Se questo punto di vista venisse opportunamente stimolato da governanti, sindacati, imprenditori, associazioni di categoria e simili, la cessione rapida, persino quasi immediata, della partecipazione azionaria dello Stato nella s.p.a. diverrebbe concretamente fattibile. Come effetto finale si avrebbe, in una con la valorizzazione dell’abbattimento del debito, una elevata diffusione dell’azionariato. Probabilmente anche la prevalenza dell’azionariato nazionale su quello estero. La presenza dell’uno non esclude l’altro: sono compatibili, anzi si fertilizzano reciprocamente. La costituzione di un imponente gruppo finanziario-industriale, quale sarebbe la s.p.a. ad operazione conclusa, integrato con l’economia mondiale, non mancherebbe di produrre favorevoli riflessi sul rafforzamento istituzionale del sistema Italia.

16. La soluzione indicata si presta a critiche. Alcune comprensibili. La commerciabilità dei beni viene costruita artificialmente. Le previsioni non sono del tutto sicure. Il risanamento dei conti pubblici viene fatto dipendere dall’accoglienza dei mercati o alternativamente dalla buona volontà dei cittadini, reazioni l’una e l’altra incerte. Siamo ai limiti della fattibilità. Questa osservazioni, ed ogni altra consimile, sarebbero assolutamente corrette. Dipendono da limiti oggettivi. Si deve provvedere con quanto lo Stato possiede. Purtroppo non c’è altro. Se il patrimonio dello Stato fosse più ricco e di migliore qualità tutto sarebbe più semplice. Lo sarebbe stato sino ad anni recenti. Oggi non lo è più. Ma è tempo di agire. Non v’è spazio per recriminazioni. Ci si trova in stato di necessità e di urgenza. Tuttavia, se si nega che il debito influisca sull’andamento dell’economia, se si ritiene che sia sufficiente procurare le risorse per i prossimi quattro o cinque anni e che non sia necessario preoccuparsi del periodo ulteriore, se si ha certezza che il rapporto debito/PIL non riprenderà a salire e che, quand’anche non si rinvenissero ulteriori risorse, non si correrebbe rischio di bancarotta, ogni preoccupazione verrebbe meno e lo stesso tema si annullerebbe. Purtroppo si teme che non sia così. I pericoli paventati sono gravi. Il disastro sarebbe ancora più rapido se i tassi mondiali prendessero a crescere. Fare come gli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia per non vedere, sarebbe irresponsabile. La soluzione suggerita è perfettibile. Altre ne potrebbero essere proposte in alternativa. Se più semplici e più sicure non v’è dubbio che dovrebbero essere preferite. Bisogna tuttavia guardarsi dall’abbandonarsi alle disquisizioni teoriche, tralasciando le soluzioni concrete. Il tempo stringe. Una proposta ottimale risulterebbe superflua se giungesse tardiva.


17. L’eliminazione rapida del rapporto patologico debito/PIL restituirebbe all’economia circa 59 miliardi di euro all’anno. Le risorse liberate sarebbero utilizzabili per il rilancio dell’economia. Sarebbe compito di governo stabilire di quali canali e di quali mezzi avvalersi. Nello Stato contemporaneo si pongono gravi problemi etici, di convivenza, sociali che prescindono dalla economia o che toccano l’economia solo indirettamente. Ma i temi economici sono altrettanto importanti e nella generalità sono affrontabili solo se vi sono risorse e nei limiti delle stesse. Fino a quando le risorse dovranno essere destinate in via prioritaria al servizio del debito non vi è spazio per una politica economica degli Stati. Quando ci si è illusi che non fosse così, si sono provocati danni ai quali si è dovuto porre in seguito rimedio. La eliminazione del debito eccedentario è condizione sine qua non per restituire allo Stato italiano la sovranità economica, nei passati tredici anni, come l’esperienza ha dimostrato, fortemente compromessa. Il beneficio, al di là del lato formale della riacquisizione del potere, sarà soprattutto sostanziale: il rilancio dell’economia si traduce nel miglioramento delle condizioni di vita delle collettività nel suo insieme e dei singoli cittadini. Questo è il vero obiettivo.

18. La proposta economica presenta una indubbia fragilità che dipende dalla scarsità e dalla qualità dei beni patrimoniali di cui si dispone. Ma non sembra esporre ad alcun pericolo. Non comporta sacrifici, né per singoli, né per categorie, non richiede nuove imposizioni, non compressione delle spese, non obbliga a revocare incentivi o investimenti già programmati. Se la manovra non riuscisse nella sua totalità, ma solo in parte, nessun danno vi sarebbe sotto il profilo patrimoniale, perché ai beni originari si sarebbe sostituita, per la quota non ceduta, la partecipazione della s.p.a., con un valore tendenzialmente pari, se non superiore. Si potrebbero apportare miglioramenti suggeriti dalla esperienza per accelerare la cessione delle azioni o per utilizzare la partecipazione in altri modi proficui. Se l’obiettivo della totale eliminazione del debito, nel caso della mancata vendita rapida dell’intera partecipazione, non venisse conseguito, si sarebbero tuttavia conseguiti benefici minori ma reali, in termini di risparmio sugli interessi e di allontanamento del pericolo che si produrrebbe qualora non si fosse in grado di fronteggiare la tendenza del debito al rialzo. Ad operazione avviata, a maggior ragione se conclusa con successo, si avrebbe un enorme recupero di immagine. L’Italia avrebbe autorità per esigere un approfondimento pacato, ma serio, su ciò che ha funzionato o non funzionato nel sistema comunitario, non per decidere se uscire o no dall’euro, ma per apportare, dopo dieci anni e più di applicazione, modifiche al Trattato di Maastricht suggerite dalla esperienza, che siano utili, per non dire necessarie, per garantire un successo definitivo ad una formula, quella della Unione Europea, che per il modo pacifico in cui si è realizzata, rappresenta forse la più alta conquista civile nella storia della umanità.

http://www.associazionenexus.com/Relazione%20Guarino.pdf


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