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Debito pubblico e competitività
Paolo Signorini
Atti del Convegno, Debito pubblico e competitività, tenutosi a Roma, 26 ottobre 2005


La relazione del Prof. Guarino, si è capito dalla lettura ma anche dalla passione con cui l'ha esposta, si
muove su due piani.
Un livello strategico dove si affrontano le questioni di fondo del nostro debito pubblico e sulle quali si chiede
una risposta. Un livello relativo alla fattibilità tecnica delle soluzioni che vengono indicate. Siccome il tema
del debito pubblico è molto complesso, il rischio è che il tecnicismo cannibalizzi il piano strategico.
Tre considerazioni di fondo sul debito. La prima considerazione è che paghiamo due punti percentuale di Pil di
maggiori interessi sul debito rispetto ai paesi europei simili al nostro, circa 30 miliardi di euro; “sono risorse che
vengono sottratte all'economia, rendendoci meno competitivi”.
In realtà, la spesa per il servizio del debito non è automaticamente sottratta all'economia, dal momento che in
buona parte torna nelle tasche di investitori italiani. Inoltre, non è di immediata evidenza l'effetto negativo sulla
competitività ascrivibile alla minore disponibilità di risorse pubbliche per rilanciare la crescita.
La spesa pubblica italiana, se escludiamo la prima metà degli anni '90, è in percentuale al Pil e in termini di composizione
settoriale simile a quella degli altri paesi europei. La bassa competitività non sembra derivare quindi da
significativi problemi di razionamento delle risorse pubbliche ma dalla modesta qualità della spesa.
Una seconda considerazione riguarda il fatto che “il rapporto debito/Pil ha ripreso a salire” come conferma il
lieve recente peggioramento del rating di una delle due agenzie internazionali. Dobbiamo abbattere più velocemente
la quota eccedente del debito il 60 per cento del Pil.
Il pericolo di rilevanti ripercussioni sulla stabilità della nostra economia in assenza di interventi sul debito è reale;
forse non imminente, ma esiste. La recente riforma del Patto di stabilità e crescita rende un po' più flessibile l'attivazione
della procedura per disavanzo eccessivo, con possibili segnali di benevolenza verso futuri disavanzi; ciò
in concomitanza con l'invecchiamento della popolazione potrebbe rallentare ulteriormente il rientro verso il rapporto
debito/Pil desiderato.
Una terza considerazione “mette in discussione il metodo terapeutico finora seguito basato su interventi volti a
perseguire un graduale rientro verso la soglia del 60 per cento”. È difficile criticare questa terapia perché è tradizionalmente
considerata l'unica sostenibile dalle autorità monetarie nazionali ed europee. Ma i motivi per essere
scettici ci sono.
La rigidità della struttura della spesa e delle entrate, la persistente bassa crescita economica, gli esigui proventi
delle dismissioni rendono difficile e poco verosimile l'utilizzo di tali canali per l'abbattimento del debito.
- La riforma del Patto di stabilità e crescita
Considerazioni simili a quelle sopra indicate sono state formulate dalle autorità monetarie nell'ambito del dibattito
che ha portato alla riforma del Patto di stabilità.
Dal 2000 l'area dell'euro cresce poco, intorno al 2 per cento (l'Italia l'1,4%). La riforma ne prende atto e, diversamente
dalla prima stagione di Maastricht focalizzata unicamente sul deficit, pone enfasi anche sul debito. Nel
Bollettino di agosto della Bce si ammonisce che anche per i paesi che rispetteranno scrupolosamente gli obiettivi di
medio termine di rientro del disavanzo, con riduzioni dello 0,5 per cento annuo, i tempi per un consistente abbattimento
del debito saranno molto lunghi con inevitabili rischi di ricadute.
Rischi non imputabili solo al nostro Paese dal momento che lo sconfinamento della soglia del 3 per cento ha negli
ultimi anni interessato anche altri paesi. I nostri problemi di finanza pubblica non sono poi così idiosincratici ed è
per questo che dobbiamo avere paura di ricette basate su comportamenti virtuosi protratti per periodi molto lunghi.
Come detto sopra, le richieste di Francia, Germania e poi anche Italia, hanno portato a un allentamento delle
procedure del rigore, attraverso cui scatta la procedura che poi arriva alla sanzione, quando i paesi sono in deficit
superiore al 3% del Pil. È successo ora e potrà succedere in futuro.
La riforma del Patto non ha invece accolto la proposta di detrarre gli investimenti pubblici dal calcolo del deficit,
anche se ne tiene conto nel ritardare l'attivazione della sanzione.
Perché non è stata accettata la deroga sugli investimenti pubblici? Perché le autorità monetarie, garanti ultime
della stabilità, vedono che, a fronte di livelli di spesa pubblica più o meno simili nei vari stati membri, i risultati sono
divergenti. Lo scetticismo sulla deroga per gli investimenti resterà fino a quando non si troverà un meccanismo che
garantisca la qualità della spesa.
DEBITO PUBBLICO E COMPETITIVITA’
Atti del convegno
- La competitività
Da queste brevi considerazioni si potrebbe concludere che l'Italia non ha un problema di scarse risorse per il rilancio
dell'economia - anche se il servizio del debito va a remunerare una rendita - bensì un problema di qualità della
spesa ed è su questo punto che dovremmo agire.
In parte è così; a fronte delle cospicue risorse pubbliche spese negli ultimi 30 anni non si vedono infrastrutture
materiali e immateriali e servizi di qualità. Alcuni esempi. Nel 1980, la rete italiana autostradale era seconda in
Europa con 6 mila chilometri, dopo la Germania con 9500. Nel 2001 noi avevamo 6400 chilometri di strada,
anche per la legge del 1975 che ne vietava la costruzione, la Germania 11700, la Francia 9900, la Spagna
9900. Alla fine degli anni '70 l'Italia era l'unico paese che aveva una linea dedicata ad alta velocità per le ferrovie:
la direttissima Roma-Firenze. Nel 2001, pur avendo diverse tratte in cantiere, eravamo sempre fermi a 250
chilometri contro i 1500 della Francia, 800 della Germania, 500 della Spagna. Roma e Milano nel 2001 avevano
rispettivamente 34 e 70 chilometri di metropolitana: Londra 400, Madrid 227, Parigi 211.
Ci troviamo così con un grosso divario nella dotazione di capitale materiale e immateriale che - è questo il
nesso con la competitività - penalizza il nostro sistema produttivo. Con l'adesione all'euro il Paese ha anche
ritrovato la capacità di mettere gli investimenti pubblici al centro della programmazione strategica; con l'alta
velocità, la legge obiettivo per le grandi opere, l'e-government, ecc.
Quanto costa realizzare questi programmi e chiudere il gap accumulato?
Una sommaria prudenziale ricognizione delle sole risorse che sarebbe necessario recuperare per chiudere i
grandi investimenti - già dotati di progettazione e in parte già coperti da garanzia dello Stato - evidenzia un
fabbisogno di 100 miliardi di euro così ripartiti: 24 miliardi per l'alta velocità, di cui 21 già garantiti a Ispa;
26 miliardi per la legge obiettivo su 71 miliardi di progetti già approvati dal Cipe; 23 miliardi per le opere
del contratto Anas (esclusi quindi i progetti non a stima parametrica); 22 miliardi per Rfi. Lo ripeto: si tratta
della cifra necessaria per coprire interventi già dotati di progettazioni, cioè pronti ad essere cantierati, e già
in parte coperti da garanzia dello Stato. Le cifre riferite al totale dei costi programmati nei piani degli investimenti
di tutti questi enti sono enormemente superiori.
Qual'è dunque il nesso tra debito pubblico e competitività? Dobbiamo abbattere il debito per liberare risorse
da destinare al finanziamento di investimenti pubblici necessari e non procrastinabili per il rilancio dell'economia.
Per rimediare a un passato nel quale la spesa pubblica c'è stata, ma inefficiente. Se non chiariamo
questo punto e non diamo garanzie sulla futura qualità della spesa sarà difficile ottenere il consenso delle autorità
monetarie.
- Come ridurre significativamente il debito?
Si crea una Spa alla quale vengono conferiti i principali cespiti del patrimonio dello Stato (partecipazioni, immobili,
crediti, ecc.) con l'obiettivo di venderli alle migliori condizioni di mercato: i proventi delle dismissioni vanno
alla riduzione del debito pubblico.
La proposta - anche qui è giusto ricordarlo - non cade nel vuoto. In questi anni il Ministero dell'Economia e delle
Finanze ha avviato la ricognizione e la valutazione dei beni dello Stato con l'obiettivo di passare da una gestione
statica del patrimonio a un approccio più dinamico di asset and liability management.
Nel Conto Generale del patrimonio dello Stato 2001-2003 è contenuta una prima stima formulata tenendo conto,
tra l'altro, degli effettivi tempi di disponibilità dei beni e della loro redditività potenziale. Si arriva così a una cifra
intorno a 200-250 miliardi di euro; pari a circa la metà di quella indicata nella relazione del Prof. Guarino.
La differenza è forse attribuibile al fatto che la voce “immobili” del Conto include esclusivamente quelli delle amministrazioni
centrali e non quelli degli enti locali; stesso discorso potrebbe valere per la voce “infrastrutture”. Ovvero
alla prudenza con la quale si guarda alla cessione di cespiti non ancora adeguatamente valorizzati; si pensi al
canone irrisorio che ancora oggi pagano molti concessionari e che potrebbe essere elevato - con immediati effetti
positivi per la finanza pubblica - se lo Stato italiano smettesse di finanziare a fondo perduto le infrastrutture che
sono in grado di finanziarsi tramite tariffa.
Il successo dell'operazione dipenderà ovviamente dall'oggetto sociale della Spa (il più stretto possibile: vendere
alle migliori condizioni e ridurre automaticamente il debito); dalla trasparenza con la quale la Società si muoverà
sui mercati finanziari o dalla neutralità che saprà mantenere nei confronti delle scelte di politica industriale; dalla
competenza tecnica di cui sarà dotata. Sono molte e complicate questioni da trattare ovviamente in altra sede.
L'urgenza dei problemi posti è condivisibile e condivisa dalle autorità monetarie nazionali ed europee. La
ricetta per risolverli merita approfondimenti; molte cose andrebbero definite con legge dello Stato, soprattutto
per garantire l'obiettivo vero di abbattimento del debito e non il finanziamento di altre pur lodevoli iniziative
con i proventi delle cessioni.

http://www.associazionenexus.com/attosignorini1.pdf


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