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Debito pubblico e competitivit
Mario Sarcinelli
Atti del Convegno, Debito pubblico e competitivit, tenutosi a Roma, 26 ottobre 2005


Grazie, Presidente. sempre un male il debito pubblico? Certamente no: finanzia le opere pubbliche, assicura
una rendita abbastanza stabile ai piccoli risparmiatori, soprattutto permette il buon funzionamento di assicurazioni
e fondi pensione. Secondo Alexander Hamilton, A national debt, if it is not excessive, will be a
national blessing. Quando molto elevato, un grosso fardello e va ridotto. Come ci se ne libera? Nei modi
richiamati dal Prof. Mar.
Primo, con il disconoscimento (repudiation in inglese) attraverso moratorie e decisioni inappellabili del debitore
sovrano. Citare l'Argentina soltanto pour cause. Una volta queste erano decisioni contrastate dalle cannoniere
dei paesi creditori
Secondo, con l'inflazione. Di fatto, oggi questa non un'opzione ammessa per i membri dell'Unione monetaria
europea, ma essa fu utilizzata, secondo le memorie di Carli, da Luigi Einaudi nel secondo dopoguerra in Italia.
Terzo, come ovvio, con il rimborso; in effetti, quando si parla di alleviare il debito per un'istituzione in grado
di sopravvivere nel tempo (viable), sia essa privata o pubblica, il problema non la riduzione assoluta ma quella
relativa rispetto ad una qualche grandezza. Questo vero anche per le imprese private, per le quali vitale
che il debito si mantenga in limiti accettabili rispetto al flusso di cassa o ad altro parametro.
Quando diventa il debito un vincolo molto elevato? Allorch si supera un livello critico. Il Prof. Pedone ha spiegato
da par suo perch sia stato fissato il 60% nel Trattato di Maastricht. Come ha ricordato il dott. Franco, in
America Latina basta superare il 20-30% del Pil per cominciare a nutrire timori.
Quanto pi grande la distanza dalla soglia critica e quanto pi essa tende a crescere, tanto pi le autorit
nazionali e comunitarie si preoccupano. A loro volta, i mercati e le societ di rating assumono un atteggiamento
di pi occhiuta vigilanza e scontano una maggiore probabilit di inadempienza. Ci porta ad un aumento
del margine sul mercato rispetto al titolo dell'emittente di riferimento. I risparmiatori e i fondi di investimento,
vendendo sul secondario i titoli, rendono il ricorso al primario molto difficile, particolarmente oneroso e talvolta
impossibile da parte del Paese.
La sostenibilit del debito dipende, come ci ha ricordato il dott. Franco, da una molteplicit di variabili, certamente
modellabili ma di non facile generalizzazione. Bisogna prendere in esame, eventualmente, un singolo
paese. Invece, possibile definire in termini aritmetico-matematici quando il rapporto stabile.
Il debito pubblico aumenta soltanto per operazioni che passano attraverso il fabbisogno? Il dott. Franco nei
suoi lavori ha ben precisato che lo stock del debito pubblico legato al fabbisogno, flusso di cassa, mentre nella
contabilit europea ci si riferisce all'indebitamento netto, flusso di competenza. Oltre al fabbisogno, cos'altro fa
aumentare il debito? Ad esempio, gli scarti di emissione non passano attraverso il fabbisogno; poi ci sono gli
escamotage della pubblica contabilit, che si chiamano regolazione di debiti pregressi, in contanti o in titoli.
Come si pu ridurre il debito o, almeno, mantenerlo in un rapporto stabile rispetto al Pil? Prescindendo dalle
operazioni di debito pubblico senza effetti sul fabbisogno e concentrandoci sulla variabile controllata dai policy
maker, il rapporto debito/Pil migliora se vi un avanzo primario (o saldo primario positivo) e/o un qualche
volume di dismissioni patrimoniali, come stato ripetuto ad nauseam da quanti mi hanno preceduto.
Faccio presente, per, che dal 1995 al 2004 la somma delle due componenti (disavanzo primario e dismissioni
patrimoniali) pi il differenziale tra il tasso di crescita del Pil e il costo medio del debito hanno contribuito
al miglioramento del rapporto con un massimo di 4,22 punti percentuali nel 2000 e un minimo di 0,20 nel
2004. La componente avanzo primario stata sempre superiore a quella delle dismissioni patrimoniali, il che
rafforza la raccomandazione di tutti coloro che mi hanno preceduto in favore di una ricostituzione significativa
di un saldo primario positivo. Nel 2005 si avr un peggioramento del rapporto di 1,60 punti percentuali, da
106,6 a 108,2, con sostanziale azzeramento dell'avanzo primario (+0,6 nella previsione ufficiale).
Alla relazione del dott. Franco vorrei fare soltanto una piccolissima chiosa: prima o poi bisogner fare un'analisi
delle ragioni che indussero a fare emissioni a tasso fisso trentennali con cedola elevatissima
Vengo alle tesi del Prof. Guarino; l'antica amicizia, l'istintiva simpatia e la grandissima stima che ho per lui
non potevano non spingermi a raccogliere la sua provocazione. Le finalit della sua proposta sono pienamente
condivisibili: abbattere il debito auspicabilmente di 600 miliardi, ridurre il rapporto debito/Pil al limite
ammesso da Maastricht del 60%, tagliare la spesa per interessi dal 5,3% del Pil nel 2003 al 2,7 per riportarci
in linea con Francia, Germania e Regno Unito, guadagnare infine gradi di libert nella finanza pubblica.
DEBITO PUBBLICO E COMPETITIVITA
Atti del convegno
Egli stesso, nonostante che abbia sciabolato dei numeri, arriva a dire che le dimensioni delle dismissioni possibili
sono inferiori a quelle auspicabili; invece di 600 miliardi, si arriva a 430, per insufficienza dei cespiti da
alienare. Sulla fondatezza della stima, dir qualcosa pi tardi.
Quali reazioni la proposta Guarino ha suscitato in me? Certamente problematiche economiche. Primo, il rendimento
del 3% netto sugli immobili ceduti e riaffittati dallo Stato. Nel fissare rendimenti o cedole che perdurano
a lungo nel tempo bisogna essere cauti; ad esempio, il 3% oggi una cifra superiore, di 0,7-0,8 punti percentuali,
al tasso marginale al quale si indebita il Tesoro, derivante dalla media degli strumenti cui ricorre.
Ci sono soprattutto problematiche finanziarie. La concentrazione in un'unica societ d luogo ad un megaconglomerato,
di difficile apprezzamento da parte del mercato, con forte sottovalutazione nel caso di quotazione
della societ rispetto ai valori intrinseci o a quelli di libro, con possibilit di migliorare l'apprezzamento del mercato
se si creano partecipate specializzate per comparto, per categorie di immobili, ecc. Non significa ricreare
l'Iri, post-1933? Inoltre, sostituendo nei portafogli di privati investitori, di fondi comuni e di altri intermediari
finanziari attivit altamente liquide, come i titoli del debito pubblico, il processo pu avvenire solo lentamente e
con opportuni premi al rischio. Per poter effettuare la sostituzione di titoli pubblici nei patrimoni con azioni del
megaconglomerato e di sue partecipate, con asset-backed securities o con immobili dal rendimento non necessariamente
certo, bisogna cederli a prezzi fortemente scontati.
Le questioni pi serie, a mio avviso, sono di governamento societario; pare che siano state gi sollevate questa
mattina. Un megaconglomerato, con un patrimonio enorme, secondo il Prof. Guarino pari a 2,5 volte quello
di tutto il sistema bancario italiano, con una variet e complessit di problemi assolutamente inedita, con un
potere che nessuna amministrazione pubblica ha mai avuto in Italia, in grado di suscitare appetiti formidabili
in partiti politici, interessi costituiti, rappresentanti delle amministrazioni espropriate. Se riuscisse a sopravvivere,
una volta che il controllo fosse passato in mani private e le quotazioni fossero alte, difficile immaginare
tentativi di scalata, ma i problemi di governamento rimarrebbero inalterati, o quasi; ove le quotazioni fossero
basse, vi potrebbero essere scalate per conseguire profitti con l'asset stripping. In questo caso i profitti andrebbero
ai privati e non allo Stato, che ha venduto presumibilmente a prezzi molto scontati.
Dal punto di vista finanziario, l'operazione tale da far tremare le vene e i polsi. Siccome non bisogna mai
farsi scoraggiare dalla sola analisi, opportuno interrogare la storia e riesumare i possibili precedenti di megaoperazioni
di vendita del patrimonio.
Negli anni Sessanta dell'Ottocento, le pressanti esigenze del Tesoro spinsero ad incamerare le propriet degli
enti ecclesiastici e a venderle insieme con gli altri beni demaniali. Le dismissioni immobiliari si rivelarono operazioni
lente. I tentativi per accelerarle attraverso l'intermediazione finanziaria o non andarono in porto o furono
piuttosto costose. Lo sviluppo delle tecniche finanziarie d oggi qualche maggiore speranza.
Negli anni recenti stato piuttosto faticoso l'avvio del processo di alienazione/valorizzazione del patrimonio
immobiliare pubblico. Nel 1991 fu costituita la Immobiliare Italia con la partecipazione dell'Imi; questa societ
venne sciolta per l'impossibilit di raggiungere l'oggetto sociale, di fatto per l'opposizione della Direzione generale
del demanio. Un modello di cartolarizzazione degli immobili pubblici attraverso fondi immobiliari fu annunciato
nel 1996, ma non venne realizzato.
Nel 2001-2002 si ebbero le prime cartolarizzazioni di immobili pubblici, nonch la costituzione della
Patrimonio dello Stato Spa. A quest'ultima si deve, tra l'altro, il conto patrimoniale delle amministrazioni pubbliche
pubblicato per il 2001, il 2002 e il 2003. Per quest'ultimo anno si evince che l'attivo assommava, ai valori
di libro, a 1.247,4 miliardi di euro, a quelli di stima a 1.771,4. Nella stima, per, vi sono attivit che non
solo non sono alienabili, ma che anche discutibile abbiano un valore economico; non il caso di affrontare
il tema in questa sede. Il valore di stima viene poi corretto attraverso un indice di alienabilit che riduce, per le
amministrazioni centrali, gli attivi da 977,5 a 448,7 miliardi, cio del 54%. Per arrivare a questa cifra si includono,
tra i beni alienabili, il 70% degli immobili destinati a usi governativi e collettivi e il 30% dei beni di valore
culturale, bibliotecario ed archivistico Dal sacco di Roma al sacco d'Italia?
Nel passivo, per le amministrazioni pubbliche, i debiti ammontano a 1.381,4 miliardi di euro. Prescindendo dai
rischi ed oneri futuri per 2,8 miliardi, emerge un disavanzo patrimoniale ai valori di libro di 137,8 miliardi, che
diventa un avanzo di 387,2 ai valori stimati. Quindi, la cifra che d il Prof. Guarino di 430 non abissalmente
diversa da quella che viene fuori da un'indagine analitica.
C' un piano strategico delle privatizzazioni per il 2006-2009. Su un totale di attivit per le amministrazioni centrali
e per gli enti previdenziali, esclusi quindi gli enti territoriali, al 2004 di 1.063,9 miliardi, il piano prevede dismissioni
per 44,5 che riguardano fondi di rotazione (5,5 miliardi), partecipazioni (20 miliardi), immobilizzazioni materiali,
immobili, terreni e infrastrutture, nonch attivit atipiche (14 miliardi), crediti e altri averi degli enti previdenziali
(5 miliardi).

http://www.associazionenexus.com/attosarcinelli1.pdf


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