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Debito pubblico e competitività
Savino Pezzotta
Atti del Convegno, Debito pubblico e competitività, tenutosi a Roma, 26 ottobre 2005


Condivido pienamente il messaggio del Presidente della Repubblica sulla necessità di un'azione efficace che
sostenga un virtuoso percorso di contenimento e di graduale rientro del debito pubblico, condizione essenziale
per liberare risorse necessarie per una vera ed organica politica economica, davvero in grado di arginare il
processo di impoverimento dei nostri assetti produttivi e di riavviare il motore per la crescita del nostro sistema
Paese, lungo le direttrici della ricerca e dell'innovazione, di processo e di prodotto, perché le nostre imprese
siano in grado di competere, per efficienza e qualità, nel più vasto scenario del mercato globale.
Contrasta con questa strategia il recente provvedimento del Governo sul fisco che, al di là degli effetti perversi
sotto il profilo dell'equità sociale, ha appesantito le partite relative alla spesa pubblica, con un restringimento
ragguardevole delle entrate, senza determinare alcun effetto positivo sugli investimenti e sui consumi.
Credo, quindi, che una delle prime operazioni da fare sia di revocare quella decisione, perché altrimenti la
“quadra” è più complessa; perfino quasi impossibile.
Solo quando le cose andranno meglio, sarà possibile operare sul terreno di una riduzione della pressione fiscale.
Sono convinto, peraltro, che occorra assumere coraggiose iniziative sul piano fiscale. Mi chiedo: la tassazione
delle rendite finanziarie si fa o non si fa? La si porta a livello europeo o no? Anche questo è un elemento.
Ed inoltre: qual è l'incisiva azione che si vuole assumere per combattere l'evasione fiscale? Come si intende intervenire,
inoltre, sull'area del lavoro nero, del sommerso, dell'elusione contributiva. Siamo, insomma, agli annunci
oppure il Governo ha un chiaro progetto, in proposito, con ben definite declinazioni di intervento ed in tempi
ben definiti?
Mi pare, francamente, che questa griglia di argomenti abbia una oggettiva priorità, rispetto alle stesse proposte
che sono state qui elencate.
Vorrei sviluppare sulle stesse alcune osservazioni, anche per capire meglio il loro senso, con un contorno di
fascino innegabile.
Osservo, in premessa, che per la mia organizzazione esistono complesse perplessità e criticità. Le richiamerò
sinteticamente, con spirito costruttivo, che è quello di scavare, di andare al fondo delle questioni.
La prima cosa che vorrei rilevare è che questa proposta comporta una estrema centralizzazione delle risorse
e, quindi, l'espoliazione delle leve di comando del patrimonio pubblico, che oggi - sicuramente di fatto ma spesso
anche di diritto - si trovano nella disponibilità di più soggetti della Pubblica Amministrazione, che ne fanno una
gestione forse non ottimale ma che comunque sta dentro il processo produttivo di quegli enti, di quelle situazioni.
Il conferimento ad un unico soggetto di queste risorse, peraltro molto ingenti, appare in contrasto anche con i
processi di decentramento, di autonomia e di federalismo fiscale che, tutti, riteniamo desiderabili ed auspicabili
per l'economia italiana.
Seconda questione: la rilevante concentrazione del potere economico in una Spa che dispone di un largo patrimonio
molto consistente, con un assetto che non chiarisce, mi pare, i rapporti con la politica. Niente esclude la
possibilità che si passi da una proprietà di fatto, distribuita tra poteri diversi, ad un monopolio centralizzato,
che può essere pubblico o privato. Vorrei capire, tuttavia, un po' meglio il rapporto tra questo e la dimensione
politica, che è una concentrazione di poteri molto ampia, molto alta e che può essere perfino eccessiva. Inoltre
la proposta, che non esclude la possibilità che lo Stato rimanga azionista o che la Spa sia controllata da altri
soggetti - italiani o no - può essere una soluzione.
Si pone, a mio parere, un problema rilevantissimo di democrazia economica, che necessita di ulteriori
approfondimenti. Ho ascoltato, in proposito, con attenzione quanto diceva il Prof. Guarino rispetto all'azionariato
diffuso. È un tema da approfondire con grande attenzione anche perché è necessario che alle affermazioni
di principio seguano poi comportamenti coerenti. Altrimenti si rischia di sostenere che si va in una determinata
direzione mentre se ne vuole percorrere un'altra, diametralmente opposta.
Guardiamo, ad esempio, come si sta sviluppando la questione dei fondi pensione, che è di titolarità di due
soggetti: l'impresa ed i lavoratori. L'impresa ed i lavoratori trovano un accordo, che viene messo in discussione
dalla politica perché, a suo parere, bisognerebbe fare altre cose. È un approccio che, anche da un punto di
vista della democrazia economica, fa emergere che qualcosa che non funziona.
Non vorrei, di conseguenza, che la costituzione della Spa, di cui oggi discutiamo, riproponesse una questione
di questo genere. Inoltre, le precedenti e più limitate esperienze di privatizzazione hanno mostrato che gli
DEBITO PUBBLICO E COMPETITIVITA’
Atti del convegno
obiettivi che realizza il patrimonio pubblico sono risultati prevalenti rispetto alla definizione di altri obiettivi di
politica economica, in particolare industriale e settoriale. Ma non solo di questi. La necessità di fare cassa porta
a non considerare attentamente il fatto che quelle risorse potrebbero anche essere impiegate meglio, se il loro
utilizzo venisse finalizzato alla crescita ed alla valorizzazione dell'economia italiana.
Tanto più se si tratta di una vendita in blocco. Lo stesso si può dire degli effetti sugli assetti di mercato. La necessità
di spuntare un prezzo migliore consiglia di fare un riferimento a ciò che è avvenuto, per evitare che il passaggio
da un monopolio pubblico ad un monopolio privato avvenga senza determinare le regole del mercato
relativo, come è avvenuto per la Autostrade Spa. Nei processi di privatizzazione non si tratta, infatti, semplicemente
di vendere delle attività perché la sfida è quella di ricercare un assetto istituzionale, cioè regole del gioco
adeguate alla necessità di favorire mercati più innovativi e più ampi; di rafforzare l'efficienza di imprese in
grado di muoversi sulla frontiera tecnologica; di tutelare utenti e consumatori dando reali opportunità di scelta,
con un adeguato rapporto tra qualità e prezzo, di liberalizzazioni; di perseguire obiettivi di buona occupazione.
Obiettivi, quindi, di lungo periodo, sicuramente meglio preservati in un mercato dinamico, piuttosto che in
una situazione opaca, in qualche modo protetta, sempre esposta al pericolo di rottura della nicchia.
Inoltre, il processo di alienazione del patrimonio pubblico più recente, per esempio il fondo immobiliare, è
stato carente anche nella stessa trasparenza della valutazione del valore dell'immobile. Durante le audizioni in
Parlamento si è potuto rilevare che gli immobili ad uso ufficio degli enti previdenziali, siti nelle aree centrali e
semicentrali nei capoluoghi di Regione, sono stati alienati ad un valore medio di 1.400 euro al metro quadrato.
Un affare per chi ha comprato, non certo per chi ha venduto.
È lecito domandarsi se le procedure di valutazione delle attività che riguarderebbero un ordine di grandezza
quale quello previsto di 430 miliardi di euro, possa essere svolto secondo una riconoscibile e condivisa trasparenza
e non ci si esponga, invece, a pericoli di ruolo prevalente dell'acquirente e non porti a uno strascico infinito
di contenzioso. Altrimenti si corre il rischio, molto serio, di generare effetti da “Monte di Pietà”, lasciando
spazio troppo ampio per quella particolare categoria di operatori economici, che popolarmente è identificata
con “i furbetti del quartiere”.
Inoltre, l'enorme operazione di cartolarizzazione ha anche oneri di intermediazione, a breve e lungo termine,
per consulenti e finanziatori, e costi aggiuntivi per la locazione degli immobili che resterebbero nella disponibilità
della Pubblica Amministrazione per le proprie esigenze istituzionali.
Vi è dunque, un rischio concreto che l'enorme operazione giovi soprattutto ai settori della rendita immobiliare
e finanziaria che meno di tutti hanno bisogno di essere sostenuti nell'economia italiana. La riflessione, quindi,
va probabilmente ricondotta ad una strategia di attacco al debito pubblico, attraverso il ritorno ad un avanzo
primario più consistente e a una politica di alienazione del patrimonio pubblico più graduale rispetto a quello
che è immaginato.
Quello che noi pensiamo sarebbe necessario in questa fase di trasformazione, di evoluzione, di cambiamento,
di metamorfosi, è un patto per il governo della finanza pubblica, perché altrimenti non funziona. Del resto,
anche l'indebitamento netto delle nostre amministrazioni pubbliche, per il primo semestre del 2005, non ci fa
essere ottimisti. In un contesto di bassa crescita economica, di fronte anche alla genericità delle strategie del
documento di programmazione economica e della finanziaria stessa ci fanno capire che le nostre quotazioni a
livello internazionale non sono alte. Vorremmo capire se c'è oggi, ed è una domanda che rivolgiamo agli schieramenti
che entrano in campo nella competizione elettorale, la disponibilità a fare nella prossima legislatura,
tenendo conto anche delle osservazioni che escono qui questa mattina, un patto per la qualità dell'azione, della
competitività delle pubbliche amministrazioni per coniugare davvero sviluppo e rigore.
Penso che, se vogliamo governare le dinamiche del debito pubblico, se vogliamo abbassarlo, se vogliamo
ricavare più risorse, bisogna ritornare dentro una logica di concertazione.
Se vogliamo governare un elemento complesso come questo, anche tenendo conto delle proposte che qui venivano
fatte questa mattina, sulle quali ho avanzato alcuni dubbi, credo che il tema che bisogna rilanciare dentro
il dibattito politico, dentro il dibattito economico e sociale di questo Paese, è che le politiche di concertazione
sono oggi una necessità.
Se vogliamo governare questo mercato, senza elementi di coesione, la vedo complicata e difficile. Anzi,
impossibile.

http://www.associazionenexus.com/attopezzotta1.pdf


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