Il nostro gioiello che va a pezzi in Turchia Marco Ansaldo Il Venerdì di Repubblica, 31/03/2006
ISTANBUL. Si può lasciar andare in rovina un gioiello dell'architettura italiana all'estero? É quello che sta accadendo in Turchia con Villa Tarabya, realizzata nel 1906 dal grande architetto Raimondo D'Aronco (nato a Gemona del Friuli nel 1857 e morto a Sanremo nel 1932). La villa è l'ex residenza dell'Ambasciata d'Italia, a una trentina di chilometri dal centro di Istanbul, affacciata sul Bosforo, oggi ridotta a un rudere, mangiato dai topi e aggredito dai ladri. Con Villa Tarabya, donata dal Sultano al Re d'Italia, si rischia una figuraccia internazionale. Anche perché, poco lontano, c'è Casa Huber, altra costruzione di D'Aronco, restaurata in modo esemplare e sede di rappresentanza del presidente della Repubblica di Turchia. Per non parlare della vicina residenza estiva del consolato tedesco, in stato di conservazione perfetto. I quattro piani di Villa Tarabya si visitano a fatica, fra rischi di crolli e colate di acqua. Servirebbero centinaia di migliaia di euro per riparare una grondaia che da due anni scarica all'interno. La trave maestra del secondo piano è compromessa. E il pavimento rischia di ripiegarsi su se stesso. Entrare, superato il debole ostacolo del cancello, è un gioco da ragazzi. «Ogni settimana cambiamo catena e lucchetto» dice uno sconsolato diplomatico «ma il giorno dopo i ladri rompono le balaustre». Così, all'interno, lo «shopping» di elementi decorativi continua. Mentre nell'ampio parco pensile, coperto di rovi, calcinacci e siringhe sono ovunque. Il caso della villa è stato portato all'attenzione del presidente Carlo Azeglio Ciampi, durante la sua visita dello scorso novembre in Turchia. E sotto il suo patrocinio ora qualcosa si muove. L'appello, lanciato dalla sezione di Udine di Italia Nostra e dal locale Ordine degli architetti, affiancati dal Comitato per la salvaguardia delle opere di Raimondo D'Aronco e da quello per il recupero di Villa Tarabya, è stato raccolto. E sia l'ambasciata italiana ad Ankara sia la Protezione civile a Roma si sono attivate con altri enti, come la Simest, Società italiana per le imprese all'estero, l'Università di Pavia e la Camera di commercio in Turchia. Diverse riunioni sono state dedicate al recupero della struttura e all'individuazione di un pool di finanziatori del restauro. Gli imprenditori non sembrano insensibili, e la costosa proposta di intervento (cinque milioni di euro) potrà forse presto essere affrontata. Tutti concordano sul fatto che Villa Tarabya è un gioiello da salvare. «L'immagine dell'Italia verrebbe rafforzata da un intervento di recupero» dice Andrea Canepari, già consigliere d'Ambasciata ad Ankara e ora a Washington, vero coordinatore del pool di finanziatori. «Per me che ho lavorato a questa iniziativa è stato bello mettere assieme tutte le forze, in quello spirito di collaborazione che è una delle caratteristiche migliori del nostro paese». Il restauro potrebbe inoltre diventare un momento di dibattito con architetti e storici dell'arte turchi, impegnati in una colossale operazione di salvaguardia del patrimonio locale, anche in vista dell'ingresso nella Ue. «L'amarezza per lo scempio di Villa Tarabya è ancora maggiore se si considera l'eccezionaiità dell'edificio, un capolavoro dell'architettura Art Nouveau» dice la storica dell'architettura Diana Barillari, docente di Ingegneria a Trieste, da anni impegnata per il recupero della struttura. Quanto alla destinazione dell'edificio, c'è la proposta di far diventare Villa Tarabya una vetrina delle imprese italiane. O la residenza di un comitato internazionale di protezione antisismica. O ancora, la sede di mostre. «Per un edificio così importante mi sembrerebbero più congeniali funzioni culturali, tipo corsi e seminari dedicati al restauro o all'archeologia. Penso in particolare alla grande competenza italiana in materia di scavi, e in Turchia ce ne sono tanti», dice Diana Barillari. I progetti attendono. E Villa Tarabya aspetta solo di rivìvere. |