IL FUTURO HA GIÀ I SUOI MUSEI Francesca Pini Corriere della Sera Magazine 30-MAR-2006
II nuovo Pompidou? Ha il tetto come il cappello di un contadino cinese. Il MAXXI di Roma? Sembra un incrocio autostradale. Per progettare o realizzare gli edifìci che vedete sono stati stanziati 336 milioni di euro. E sono stati arruolati i più grandi architetti. Che da domani si mettono in mostra a Duesseldorf.
C'è un mondo islamico a due velocità, uno che guarda al passato e l'altro proiettato nel futuro e di cui l'architettura è un magnifico volano. E un segno dei tempi (non medioevali). E anche un fattore di pubbliche relazioni (il caso Frank Gehry-Guggenheim di Bilbao è emblematico). In Egitto, quattro anni fa la rinata Biblioteca di Alessandria e al Cairo il nuovo museo di antichità egizie (pronto, forse, entro il 2010). In Qatar, a Doha, il MIA, il museo di arte islamica, che accoglierà una delle più belle collezioni al mondo, con reperti che coprono 12 secoli, dall'VIII al XIX. A Parigi, ieri, in un colloquio al Louvre, lo sceicco Hassan bin Mohammed Ali Al-Thani ha illustrato un progetto ambizioso: far diventare Doha capitale della cultura nel mondo arabo. A partire dalla genialità di tre grandi architetti: Ieoh Ming Pei costruirà su un isolotto artificiale il MIA (museografia a cura di Jean-Michel Wilmotte), un edificio molto squadrato e minimalista che alternerà superfici opache ad altre lucide. Arata Isozaki la grande Biblioteca nazionale, «minareto della conoscenza», a forma di piattaforma petrolifera. Oltre ai due milioni di volumi previsti, anche le collezioni del museo di storia naturale con fossili preistorici, e poi quelle delle gemme. Doha avrà anche un museo della fotografia (15 mila pezzi, di cui 4.500 dagherrotipi e 1.600 apparecchi fotografici) firmato da un altro nume tutelare, lo spagnolo Santiago Calatrava. Alla risistemazione urbanistica della cornice della cittadina lavoreranno invece Jean Nouvel e Nicolas Michelin. Per avere un'anticipazione visiva della magnificenza degli oggetti esposti nel futuro MIA basta visitare la mostra Da Cordoba a Samarcanda che si apre oggi al Louvre. Museo che entro il 2009 ospiterà la sezione di arte islamica in una nuova costruzione (progetto di Rudy Ricciotti e Mario Bellini). Questi quattro progetti vanno ad aggiungersi idealmente agli altri ventisei presi in considerazione e analizzati nella mostra Musei del XXI secolo (dal 2000 al 2010) organizzata dall'Art Centre di Basilea che si apre oggi a Diisseldorf (alla Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen). E che in una lunga tournée (da qui al 2010) toccherà il prossimo settembre anche il MAXXI, a Roma, cantiere work in progress ma anche già luogo espositivo in progress, al quale sta lavorando Panglo-irachena Zana Hadid (apertura prevista nel 2007). Che, nella fase finale del concorso (273 i progetti pervenuti) ha dovuto fronteggiare Koolhaas, Holl e Souto de Moura. La sua è una spettacolare macchina urbana, un edificio scultura che sorgerà lungo una direttrice dove ci sono l'Auditorium di Piano, il villaggio olimpico di Libera e Moretti, il Palazzetto dello Sport di Nervi e Vitellozzi e il Foro Italico sorto negli anni Trenta. «Il museo si estende nella città e la città penetra nel museo», dice l'architetto. «Si potrebbe quasi affermare che questo è il progetto di una cima che si è fusa. Questa idea di una serie di strati è legata al mio interesse per la geologia». La mostra prende in esame i principali cantieri aperti nel mondo e lo fa presentando una grande ricchezza di documenti: studi preparatori, simulazioni al computer, maquettes, video, interviste, fotografie. Soffermandosi naturalmente anche sui musei già attivi come il Mart di Trento (Mario Botta), il Zentrum Paul Klee di Berna (Renzo Piano) o il Chichu Art Museum a Naoshima che Tadao Andò (progettista anche del nuovo Palazzo Grassi a Venezia su commissione di Pinault), «architetto del silenzio», ha voluto interrare per non sovrapporsi al contesto paesaggistico facendo entrare l'elemento naturale all'interno della costruzione, immersa in un raccoglimento vicino alle atmosfere dei templi buddhisti. Di prossima realizzazione, da qui a due anni, otto musei, tra cui l'estensione del Denver Art Museum per opera di Libeskind e il Musée des Arts premiers, a Parigi, al Quai Branly, non lontano dalla Tour Eiffel, che dovrebbe aprire i battenti questo giugno. Non solo un luogo espositivo (sorge su una superficie di 30 mila metri quadrati, dei quali 9 mila adibiti a spazi per accogliere 300 mila pezzi) ma anche «un luogo dei sentimenti», come sottolinea l'architetto Jean Nouvel, ideatore. Si profilano poi il museo della nuova acropoli di Atene (2007; qui verrà accolto il Fregio del Partenone) opera di Bernard Tschumi, che ha studiato un sistema di pareti di vetro per filtrare la luce naturale elemento principe di questo edificio; il Musée des Confluences a Lione (2008) affidato alla Coop Himmel(b)blau; l'altro Centre Pompidou, a Metz (2008), che coinvolge gli studi di Shigeru Ban e Jean de Gastines. La «filiale» del Pompidou non poteva essere esteticamente più diversa da quella di Piano: laddove la casa madre parigina nel cuore del Marais è simile a una grande nave, percorsa da tubi-serpenti, la forma di questa nuova struttura è debitrice invece al cappello, in bambù intrecciato, che i contadini portano nelle campagne cinesi o vietnamite. Un tetto-cappello, dall'ampia falda, che si estende su 12 mila metri quadrati. E poi c'è un museo non museo, all'aperto, Stonehenge, nella piana di Salisbury, nel Wiltshire. Quel cerchio inspiegabile, sacro (simbolo astronomico) di megaliti nel quale, entrando, si ha sopra di sé solo il cielo. Lo studio australiano di architettura Denton Corker Marshall è stato chiamato a realizzare il centro visitatori. «Invisibile», a scomparsa nel paesaggio, con una sequenza di muri arrotondati, quasi delle paratie, delle linee, che sembrano proseguire all'infinito. Evidentemente la magia del luogo ha fatto la sua parte.
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