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Arte: critici e storici all' Unione
Simona Maggiorelli
Europa 25/3/2006

Ormai fatta. La legislatura finita. E i danni lasciati sul campo sono palesi. Quello che una volta, sciaguratamente, Gianni De Michelis indicava come il petrolio d'Italia, ovvero i beni culturali, sono stati abbondantemente saccheggiati e svenduti. Grazie a invenzioni di "finanza creativa" come la Patrimonio spa, ai condoni, ma anche grazie al famigerato Codice dei beni culturali varato dal ministro Urbani. Senza dimenticare i danni prodotti dai tagli dei finanziamenti pubblici. Tagli drastici perfino del settanta per cento dei trasferimenti nell'ultima finanziaria di Tremonti che hanno colpito gli anelli pi deboli del sistema dell'arte: gli archivi, le soprintendenze territoriali, i centri d'arte contemporanea. Portando molti enti sull'orlo della chiusura, mentre il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione minacciava le dimissioni, guardandosi bene dall'attuarle. Di fronte al sacco, poche le voci limoide che si siano levate contro.
Pochissime fra i politici. Molte fra gli intellettuali e storici dell'arte, voci competenti, ma rimaste a lungo inascoltate e che, ora - chiamate a dare consigli al centrosinistra in vista delle elezioni - si levano qualche sassolino dalle scarpe. Le politiche per i beni culturali del centrosinistra, un disastro, denuncia Lea Vergine, firma di spicco della critica d'arte pi engag. La "sinistra" - dice - continua a preferire politici e burocrati a studiosi e intellettuali alla guida delle istituzioni pubbliche. Con il risultato che tutto il sistema dell'arte italiano andato ingessandosi, perdendo di vitalit di slancio. Basta mostre (in testa Monet e la Senna, la Biennale di Venezia e I capolavori del Guggenheim) con pi di 100mila visitatori. In questo proliferare di mostre locali, piccole e di scarsa rilevanza culturale - commenta Achille Bonito Oliva la tecnica quella di utilizzare un grosso nome, ad esempio Caravaggio per squadernare poi solo opere molto minori. Ma la colpa non rutta dei politici, secondo il pi eccentrico, ma anche il pi prolifico dei critici italiani, da sempre riottoso a chiudersi nella torre d'avorio di studi separati dalla realt. Accanto a enti che praticano una politica culturale miope e appiattita sul gi esistente - dice - ci sono anche amministrazioni sensibili che investono in progetti produttivi di arte pubblica. Qualche esempio? Tanti, Gibellina, Napoli, citt con molti problemi, ma che svolgono un'importante ruolo di committenza pubblica chiamando critici e artisti a intervenire in zone degradate, in quartieri anonimi. Come quello di Napoli dove sorto "Il museo necessario", un grande museo nella metropolitana che con un centinaio di opere di artisti emergenti da una nuova identit a un "non luogo" di passaggio. Ma di esempi di strutture per l'arte contemporanea nate con molto coraggio e che potrebbero funzionare da esempio, rilancia, Achille Bonito Oliva ce ne sono sempre di pi in Italia. Dal Castello di Rivoli, al Mart di Rovereto, al Macro di Roma - dice -, senza dimenticare una rete di gallerie e di Kunsthalle giovani che vanno dalla GameC di Bergamo a Quarter di Firenze, al Man di Nuoro e che, in assenza di politiche statali a supporto delle nuove generazioni svolgono un lavoro culturale importantissimo nel lanciare e sostenere i giovani artisti.
La politica dovrebbe tornare a riflettere sul valore civile e sociale che ha l'arte e la ricerca in genere - rilancia Sergio Risaliti, direttore del Quarter di Firenze -, Settori strategici per la formazione, per lo sviluppo del paese. Anche per costruire una nuova e pi aperta cittadinanza. Perch i progetti d'arte oggi sono sempre pi internazionali e studiare l'arte da una grande lezione di tolleranza, aiutando ad abbattere barriere culturali e pregiudizi. Per questo - conclude il curatore del pi importante centro d'arte contemporanea fiorentino - la missione di chi lavora in questo settore sempre eminentemente pubblica. E una seria politica di centrosinistra non pu e non deve dimenticarlo.



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