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Tra Beni culturali e Palazzo Chigi Scontro sull'uso dei monumenti
Antonello Cherchi
17-11-2005 IL SOLE 24 ORE



La Presidenza del Consiglio vuole che siano imprese per far reddito


ROMA - È braccio di ferro tra presidenza del Consiglio e ministero dei Beni culturali sul futuro di musei e siti archeologici. Palazzo Chigi spinge per una forte trasformazione dei luoghi d'arte in aziende: devono produrre reddito, dice in buona sostanza un documento predisposto dalla Presidenza. Il bene culturale deve diventare &la tutti gli effetti, fattore di produzione, quale una catena di montaggio o un tornio».
Più cauta la visione del ministero, che con la legge Ronchey ha aperto agli imprenditori, affidando loro, però, solo la gestione dei servizi aggiuntivi (librerie, caffetterie, ristoranti, biglietterie, guardaroba). Il Codice dei beni culturali, entrato in vigore il 1° maggio dello scorso anno, ha "pensionato" la Ronchey e ha previsto norme più flessibili per l'intervento privato. Norme che di recente sono state tradotte in pratica dai nuovi bandi di gara per l'affidamento delle concessioni dei servizi aggiuntivi: per gli imprenditori c'è più spazio.
La partita, però, è ancora tutta da giocare. Il Codice, infatti, lascia intravedere - con l'articolo 115 - possibilità ben più ampie di collaborazione tra pubblico e privato rispetto alla gestione dei soli servizi aggiuntivi. Si parla di affidamento o concessione del bene culturale, ma sempre in un'ottica di valorizzazione. La tutela, compito riservato espressamente dalla Costituzione allo Stato, non viene chiamata in causa.
Lo strappo tra Palazzo Chigi e ministero si è consumato proprio su questo aspetto. I Beni culturali hanno preparato un decreto di attuazione dell'articolo 115; un provvedimento che, tra l'altro, modifica alcune parti del Codice (articolo 115 compreso). Viene contemplata anche l'attività di valorizzazione (ma solo quella) da parte di privati, secondo procedure di evidenza pubblica.
Il decreto è stato presentato all'ultimo Consiglio dei ministri, ma ha subito uno stop. "Occorre un'ulteriore riflessione", è stato detto. In realtà Palazzo Chigi non condivide affatto l'impostazione ministeriale. Prova ne è il documento approntato dal responsabile del dipartimento degli affari giuridici di Palazzo Chigi, Claudio Zucchelli, che definisce la riforma del ministero un compromesso insufficiente, una riproposta delle vecchie partecipazioni statali, e la ascrive al partito dei puristi, quelli che provano «orrore alla sola idea che un museo o un sito archeologico possano essere utilizzati per "fare soldi"».
Al ministero si chiede, pertanto, una virata più decisa verso il museo-azienda. Da via del Collegio Romano, però, è arrivato un sostanziale "no". I fronti - nonostante ieri si sia cercato di gettare acqua sul fuoco - sono distanti e contrapposti. Tant'è che dall'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di venerdì prossimo è scomparso il decreto dei Beni culturali con le modifiche al Codice.




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