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POTENZA: Inchiesta monumenti. Bella, sul castello 25 anni di oblio
Antonella Inciso
30/01/2006, La Gazzetta del Mezzogiorno

Continua il viaggio tra le strutture colpite dal sisma del 1980 e ancora in stato di abbandono



Nonostante i miliardi spesi per il restauro, l'edificio è ancora chiuso

POTENZA: Non l'ha «piegato» l'incuria, non l'ha «colpito» il degrado, non l'ha «distrutto» il terremoto. Anzi, le sue mura restaurate svettano dall'alto, imperiose, dominando l'intera vallata, come nei secoli di massimo splendore. Eppure, può vantare un posto di riguardo nella classifica dei beni monumentali abbandonati a sè stessi. Il castello di Bella è, infatti, un tipico esempio di intervento post- terremoto. Una struttura consolidata, risistemata secondo i crismi di quelli che sono i restauri post-moderni, e mai finita completamente. Tanto che, oggi, a distanza di venticinque anni dal terremoto il maniero continua ad essere chiuso. O meglio «sigillato» se si valuta che le finestre, per un certo periodo, sono state sbarrate con i mattoni per evitare che estranei entrino all'interno. Una situazione assurda, anomala, anche perché per risistemarlo a metà degli anni Ottanta si spendono oltre sei miliardi delle vecchie lire. L'amministrazione dell'epoca chiama per il progetto uno dei più importanti architetti in campo nazionale, il professor Nicola Pagliara, ordinario di progettazione architettonica all'Università di Napoli, e la Soprintendenza lo vincola come «bene monumentale» (il provvedimento con declaratoria viene fatto il 7 gennaio 1984). Sulla carta l'edificio storico sembra destinato a diventare un punto di riferimento nel panorama archittetonico-culturale del paese e non solo. Nei fatti non è così. Perché il castello, dopo i primi importanti interventi, è rimasto in balia di sé stesso. Chiuso e senza destinazione d'uso. Perché i fondi del terremoto sono finiti, perché la prima destinazione come sede del Comune è stata scartata, perché utilizzare un castello non è proprio una cosa semplice. Destino infausto, dunque, per una struttura che ha attirato l'attenzione di studiosi e amanti della cultura. Costruito nel 1008 in origine era un grande maschio di difesa quadrangolare, realizzato su due piani. Con gli anni vengono aggiunte quattro torri di difesa circolari e nel 1567, il nuovo signore di Bella, Agostino Rondone di Melfi, ne amplia le volumetria realizzando un nuovo corpo. I lavori, però, servono a poco, perché nel 1694 crolla quasi del tutto a causa di un sisma. Riedificato del basso, solo raramente è abitato. Nei secoli, è utilizzato prevalentemente come deposito di grano e qualche volta come abitazione per l'agente del principe. Dal Settecento al 1923 rimane di proprietà dei principi Ruffo, poi, acquistato dal Comune sede della scuola elementare e media. Sino al 1980 quando subisce l'ennesimo terremoto. Un colpo che gli infligge ferite pesantissime. Come al resto del paese. Bella, infatti, viene distrutta nel suo patrimonio abitativo quasi per l'ottanta per cento. La gente si rimbocca le maniche e - con gli aiuti che piovano da tutt'Italia - il paese viene ricostruito. Come il castello. Per il suo recupero vengono stanziati, in varie tranche, 6 miliardi ed i lavori diretti dal professor Pagliara, durano 7 anni. L'architetto, infatti, non si limita a restaurare: lo ripensa, lo rilegge nel segno dell'architettura fortificata. Il risultato, però, non soddisfa tutti. Non solo perché a molti la struttura appare un «ibrido», ma anche perché nonostante la mole di soldi erogati l'intervento rimane incompleto. All'interno mancano i pavimenti, gli infissi, gli impianti elettrici. E lo stesso comune che, in primo momento, voleva farlo diventare sede comunale, ci ripensa. «Costa troppo» decidono. Così al maniero non rimane che un destino: rimanere chiuso. Senza che nessuno in questi 15 anni abbia cercato soluzioni concrete. «Noi vorremmo trasformarlo in un museo della cinematografia dei documentari della Basilicata. Per completare i lavori servono due miliardi» commentano gli amministratori di oggi, tra cui il sindaco Salvatore Santorsa. L'intenzione c'è, ma mancano i soldi, così il castello continua a rimanere chiuso. Anzi sigillato.






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