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Unesco-list, caro assessore Granata ecco perché non ci convince
Piero Niceto
Centonove 20/1/2006

MESSINA. Non ce ne voglia, Fabio Granata, assessore al turismo della Regione Siciliana; non se l'abbia a male, se, scriviamo che questa storia della Unesco-list ci pare una solenne "cazzata". Non si addolori e soprattutto non pensi in alcun modo che potrà correggere le nostre valutazioni. Nonostante, a suo merito, ci dica che per l'ultima targa Unesco affissa nelle piazze di Sicilia, è stato presente il miglior capo di stato che abbiamo avuto, Carlo Azelio Ciampi. Un presidente che in occasione della visita al teatro greco di Siracusa si è messo a recitare poesie di Teocrito sbalordendo molte delle persone che lo accompagnavano perché non sapevano che tra lo staff ci fosse un autore di poesie chiamato appunto Teocrito...
Questa storia della Unesco-list, ci convince poco, e appare "clientelare".
Tutto ha avuto inizio con le Eolie. Nessuno di noi, e meno che mai chi scrive, ha messo in dubbio il valore naturalistico, storico, paesaggistico delle sette isole. Me a nessuno di noi sfuggono le tante ferite che sono state inferte alle isole, dalla stupidità e dalla avidità degli uomini.
Il riconoscimento della commissione Unesco opportunamente sensibilizzata dall'ottimo diplomatico, Paolo Fulci, non è in alcun modo legata alla vicenda degli uomini, più o meno sensibili, quanto piuttosto al "sistema dei vulcani" che ne fanno un unicum nel Mediterraneo. Senza questa specificità, sarebbe stato oltre modo difficile giustificare il riconoscimento dell'Une-sco, atteso che nel Mediterraneo pullulano centinaia di altre piccole isole che conservano e tutelano meglio i valori paesaggistici, rispetto a quello che è avvenuto alle Eolie. Il riconoscimento o l'inserimento nella Unesco - list avrebbe già da tempo comportato la nascita di un sistema "parco dei vulcani"; invece è venuta fuori una diatriba tra poveri, da condizionare le scelte urbanistiche locali ad un super parere di un comitato Unesco che avrebbe potuto addirittura ritirare il riconoscimento, bollando le Eolie di ulteriori infamità. La Unesco - list è diventata per taluni una bandiera da sventolare contro le scelte degli amministratori locali, laddove non condivise.
Ora le acque si sono calmate. La clava dell'Unesco- list pare che non ci sia più, forse perché i gladiatori al momento riposano. Questa complessa storia del riconoscimento alle Eolie, riportato su tutte le carte ufficiali del comune di Lipari, Eolie: patrimonio dell'umanità, ha finito per affascinare Fabio Granata al tempo in cui era assessore regionale ai beni culturali.
I comitati Unesco (non sempre identificati negli uomini e nelle cose) trovarono nell'assessore un interlocutore privilegiato, tanto che nel breve tempo, importanti siti siciliani entrano a far parte del patrimonio dell'umanità: da piazza Armerina con la Villa del Casale, ai luoghi del barocco siciliano, nella vai di Noto e a Ragusa, per finire appunto ad Ortigia e a Pantalica territorio di Siracusa.
Questi a giudizio dei commissari dell'Unesco, i luoghi di Sicilia, patrimonio dell'umanità.
Tutto il resto, è in ombra.
Già è sufficiente questa diversità, per dubitare sul serio sulla validità cultura le, e non solo, dell'operazione, che può servire solo alla instaurazione di una classifica che giustifichi consistenti finanziamenti escludendo altri siti pure essi importanti che verrebbero di fatto tagliati fuori da ogni beneficio.
II fatto che Fabio Granata e l'onorevole Bono, sottosegretario ai beni culturali, siano da quelle parti, la dice lunga sugli interessi culturali, in sintonia con quelli di collegio e di area politica.
Ma non è di questo che vogliamo scrivere, anche perché si è vaccinati abbastanza da comprendere e giustificare tutto, ma soprattutto comprendere che spesso su iniziative del genere si assommano tante complicità che rischieremmo di apparire bastian contrario.
E, per una volta, non ci piace apparire tali.
Però alcune cose vanno scritte e riguardano la specificità scientifica dei provvedimenti in quanto tali.
Fino agli anni 70 la regione siciliana pur avendo competenze esclusive in materia
affidava le sorti del suo territorio a vecchi apparati dello Stato che pur operando in aree immense, riescono a svolgere in qualche modo azioni di tutelare, di conservazione e di restauro. Un compito vasto e complesso che trova sul territorio uomini di cultura come Vincenzo Tusa, Luigi Bernabò Brea ed altri di pari livello, che in qualche modo consegnano nel passaggio dei ruoli, alla regione un patrimonio scientifico di ottimo livello e un patrimonio monumentale di tutto rispetto. Se si confronta quel patrimonio con quello attuale c'è da inorridire. Da parte della regione siciliana, dei suoi "competenti" assessorati c'è stata una politica insufficiente che ha fatti SI che se oggi c'è chi grida allo scandalo per la situazione nazionale, da tempo non ha più voce per tutto quello che si è consumato in Sicilia.
E a dire che sulla carta oltre agli apparati regionali c'erano pure comitati scientifici universitari, e pure il danno è avvenuto. Oggi siamo in presenza del peggio e la lista dell'Unesco aggrava la situazione perché esalta un'idea, ma malcela tutte le responsabilità. Dietro l'Unesco-list siciliana c'è il fallimento di una politica dei beni culturali ormai affidati al clientelismo più spietato a professionisti di comodo che mal si conciliano con le quelle richieste dalla tipicità degli interventi. Questi siti Unisco-list se da un lato sono destinati ad ottenere risorse dall'altro, trovano sul campo apparati non sufficientemente attrezzati e solo sperimentati a cambiare connotati estorta ai monumenti e alle aree in cui sono intervenuti.
Avere privilegiato carriere burocratiche senza aprire alle competenze altrui con bande europee credibili ha finito per adeguare il modello dei beni culturali ai guasti della sanità. Le storie di molti sovrintendenti, di dirigenti, sono analoghe a quelle dei manager della sanità. Stesse storie, stessi reclutamenti, pari risultati.
Affidare a questi apparati, la Unesco-list è un'operazione già vista che trova assente come sempre le nostre popolazioni. Oggi, c'è sempre qualcuno che dice "se tutto questo che ci circonda è patrimonio dell'umanità chi ninni tutti, di come va a finire"?



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