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Quando i prosciutti entreranno agli Uffizi
il manifesto 23-DIC-2005



BENI CULTURALI Un saggio a cura di Giovanni Pinna e Roberto Cassanelli critica il Codice del 2004


MARIA CARRANO
L'identit di uno Stato legata al suo patrimonio culturale: di conseguenza svilirlo, cederlo o disperderlo significa attentare alle basi della comunit stessa. Il legislatore deve aver sentito particolarmente il problema, se ben due volte tra il 1999 e il 2004 (senza contare le riforme interne al Ministero per i beni e le attivit culturali) ha ritenuto necessario riordinare la disciplina dei beni culturali, intatta nella sostanza da circa sessant'anni.
Verrebbe da credere, data la solerzia legislativa, che i beni culturali e paesaggistici italiani siano ben tutelati, ma questo cozza fatalmente contro ogni evidenza, stando almeno alla recente chiusura della Domus aurea per infiltrazioni, alle dichiarazioni dell'attuale ministro per i Beni e delle attivit culturali Buttiglione sul rischio di crolli esteso al centro storico capitolino, per non parlare degli scheletri e degli obbrobri urbanistici disseminati sul territorio nazionale. Ed proprio dalla preoccupazione per la mancanza di una tutela adeguata del patrimonio pubblico che nasce Lo Stato aculturale, il volume edito da Jaca Book a cura del museologo Giovanni Pinna e di Roberto Cassanelli (pp. 192, euro 15). Gli autori, avvalendosi delle esperienze degli addetti ai lavori, criticano il Codice dei beni culturali e del paesaggio voluto nel 2004 dall'allora ministro Giuliano Urbani e giungono alla conclusione che esso non sia solo inadeguato, ma che svilisca il concetto stesso di bene culturale e la professionalit di coloro che se ne occupano.
Fino agli anni Novanta la tutela del patrimonio artistico faceva capo alla legge 1089 del 1939, che riconosceva allo Stato un ruolo preminente nell'identificazione, nella tutela e nella gestione dei beni, facendo prevalere l'interesse pubblico su quello privato. Volont dei curatori del volume far emergere e valutare le due principali tendenze che si sono affermate negli ultimi quindici anni. Una la privatizzazione introdotta timidamente dalla legge Ronchey del 1993, che contempla il ruolo del privato nella gestione dei beni culturali, affidandogli i servizi aggiuntivi a pagamento (servizi editoriali di riproduzione delle opere d'arte, ristorazione, guardaroba, ecc). Si tratta apparentemente di un cambiamento da poco, che per introduce un principio potenzialmente molto pericoloso: quello secondo cui il bene culturale pu essere considerato fonte di parziale autofinanziamento del patrimonio storico-artistico, quindi risorsa economica da sfruttare. L'altra trasformazione recente consiste nel principio di sussidiariet verticale che, nel quadro di un pi ampio progetto di regionalismo amministrativo, con la cosiddetta legge Bassanini 2 del 1997, permette al governo di delegare a regioni, province e comuni la gestione dei musei statali, creando quindi un evidente conflitto di competenze tra Stato ed enti locali.
Il Codice, che accoglie e rafforza le tendenze descritte, muove dal concetto fondamentale di mancanza di risorse economiche sufficienti per la tutela dei beni, e dalla conseguente necessit di trovare nuove forme di finanziamento con il concorso, la partecipazione e la cooperazione dei privati, in un'ottica chiaramente pi volta alla valorizzazione (se non sfruttamento) che alla tutela (quindi conservazione) del bene stesso.
Detto in altri termini, i beni culturali sono risorse da far fruttare e quindi vanno affidate a chi pu gestirli nella prospettiva del guadagno, come una societ per azioni, la Patrimonio SpA, che proprio Urbani e Tremonti hanno voluto, e che si occupa della vendita di immobili dello Stato anche con valore culturale e artistico. I limiti di tale sfruttamento economico sono stati emblematicamente definiti dallo stesso Urbani che ha dichiarato: Se qualcuno vorr organizzare un'esposizione di prosciutti, con tutto il rispetto dei prosciutti,
gli diremo di no, che non si pu, che i prosciutti agli Uffizi non possono entrare.
Ma senza ricorrere ai paradossi, sufficiente fare alcune considerazioni di opportunit per porre qualche dubbio sensato sui principi affermati dal Codice: infatti, se da un lato l'autofinanziamento pu garantire entrate a un settore che vive con uno scarso 0,17 per cento del pil mentre la media europea dello 0,5 per cento, dall'altro si sollevano forti dubbi nel credere che un privato agisca non tanto per il guadagno immediato quanto in una logica dis-economica (o quantomeno di un guadagno non immediato) ma conservativa. Giovanni Pinna, evidenzia quindi una insostenibilit etica alla privatizzazione, che rischia di ridurre i musei a imprese pro-duttrici non di cultura ma di servizi aggiuntivi, o peggio ancora di fame strumenti di manipolazione politica dell'identit statuale sfruttandone la loro intrinseca autorevolezza sulla comunit.
Se vero che uno Stato basato solo sul successo economico non destinato a durare, lo strumento dell'economia della cultura sembra sempre pi inappropriato se applicato al patrimonio artistico e culturale nazionale, e rischia ancor pi di depredare la comunit di una sua ricchezza che al contrario dovrebbe essere inalienabile.



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