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FUS: «Vogliamo lavorare meglio non solo ridurre i costi»
Sandro Cappelletto
LA STAMPA 23/12/2005

ROMA
Manifestazione nazionale di protesta, a gennaio, assieme ai sindaci delle rispettive città e ai presidenti delle regioni; blocco di ogni trattativa con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali; rinnovata richiesta di dimissioni rivolta al ministro Buttiglione per non aver saputo impedire i tagli al finanziamento dello spettacolo, ai quali aveva dichiarato di volersi opporre. E la denuncia, ripetuta con la chiara forza delle cifre, che «questo governo non esprime ormai alcuna politica culturale: lo stanziamento a favore delle attività di spettacolo e culturali è sceso allo 0,17 del bilancio statale, con un esatto dimezzamento rispetto al 2004 e questo mentre da altri paesi europei giungono, per questo aspetto, notizie contrastanti».
I sovrintendenti delle Fondazioni liriche italiane e il presidente dell'Associazione Generale dello Spettacolo denunciano, in una conferenza stampa indetta all'Opera di Roma, «il limite ormai oltrepassato, l'inevitabile ridimensionamento dell'offerta, l'impossibilità di presentare in pareggio i prossimi bilanci. La situazione è diventata liquidatori». Non si tratta della consueta levata di scudi, dell'allarme preventivo al quale siamo abituati da tempo. La dimensione della riduzione dei contributi ai teatri d'opera - in tre anni il 26% in valori assoluti, e assai di più in termini reali - e la difficoltà di trovare un interlocutore politico disposto a ragionare sul futuro possibile di questo settore, rendono incerta ogni prospettiva, come ha sintetizzato Francesco Emani, sovrintendente dell'Opera di Roma: «Non saremo più in grado di offrire il servizio per il quale esistiamo».
«È stato del tutto disatteso il patto siglato esattamente un anno fa tra fondazioni liriche, sindaca e sindacati, quando ancora era ministro Giuliano Urbani», racconta Walter Vergnano, sovrintendente del Regio di Torino e presidente dell'Associazione che riunisce tutte le fondazioni liriche. «Eravamo pronti a una radicale riforma, a rivedere la rigidità dei contratti nazionali, il tetto dei cachet per gli artisti. Solo la stabilità del posto di lavoro non era in discussione. Ma adesso, di fronte a questo passo indietro dello Stato, non ci sono margini per una discussione proficua».
Nel triennio 2002-2004 gli spettatori della lirica sono saliti da 2 milioni e mezzo a 2 milioni 750 mila, con un maggiore incasso di 9 milioni di euro; la partecipazione degli sponsor privati, pur in una congiuntura economia non brillante, è cresciuta da 38 a 43 milioni di euro; le recite passano da 1.400 a 1.490, mentre è cresciuta ancora l'incidenza delle spese fisse. Dal Ministero - in particolare per bocca di Salvo Nastasi, direttore generale dello spettacolo dal vivo e commissario straordinario del Comunale di Firenze - sembra giungere l'indicazione di lavorare ancora meno di oggi, nel tentativo di limitare le spese. «Proposta inaccettabile. La maggior parte dei teatri ha un'offerta inferiore alla richiesta del proprio pubblico. Perché ridurre l'offerta a causa del per disinteresse dello Stato?», ribatte Vergnano. «Così diventeremmo uno stipendifìcio. Se qualcuno vuole che i sovrintendenti siano i liquidatori fallimentari dei teatri, bene questo lavoro sporco lo faccia il governo, nomini i commissari che poi licenzieranno».
Siete uniti in questa resistenza? ((Assolutamente, da Trieste a Palermo, Scala compresa» (la Scala ha un passivo di 5,7 milioni di euro sul budget per il 2006, ieri la Provincia è entrata nel cda del teatro).
Quale responsabilità avvertite?
«Difendere i nostri teatri e i nostri lavoratori, che sono una risorsa straordinaria di tutto il paese. E chiedere quello che oggi non c'è: una politica culturale. È la rabbia che le somme a disposizione del governo grazie all'agenzia Arcus siano usate con la massima, spesso indifendìbile, discrezionalità». La crisi non coinvolge solo le grandi istituzioni ma l'intero tessuto musicale italiano.



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