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Alla Borsa del prestigio culturale
DI MAURO CALAMANDREI
18-DIC-2005 Il Sole 24 Ore




Nessuno prendeva sul serio Gore Vidal quando diceva che negli Stati Uniti c'erano pi premi letterali che scrittori, ma le pagine del saggio di James F. English Economia del Prestgio sono troppo affollate di nomi, dati, statistiche e aneddoti per ignorare le sue conclusioni: viviamo in un pelago montante di premi, festival, medaglie, diplomi, lauree onorarie e altre onorificenze.
Negli Stati Uniti i premi letterali sono passati da 21 nel 1927 a 232 nel 1959 e da 367 nel 1976 a 700 nel 1996 e a 1.100 nel 2000. Nell'industria cinematografica ci sono tassi di crescita ancora pi strabilianti. I festival cinematografici sono arrivati a 700 all'anno e i premi sono saliti a 9.000: due premi, cio, per ogni film prodotto. Il professore English fornisce ampia documentazione di come gli eccessi della cultura del prestigio trascendono la letteratura, l'editoria e il cinema e non sono geograficamente limitati agli Stati Uniti e ai Paesi europei, ma dilagano con altrettanta veemenza in tante altre nazioni, grandi e piccole. I premi di arte e cultura non sono certo una novit dice l'autore; la pratica di dare trofei ad artisti e atleti per ricompensarli per gli sforzi fatti e per riconoscere i loro successi esiste da almeno 2.500 anni; eppure ignorando l'esistenza e l'impatto di quelli attuali ci si condanna a non capire aspetti fondamentali della societ contemporanea.
L'evento che segna l'inizio della cultura moderna della celebrit e dell'economia del prestigio la decisione di Alfred Nobel, nell'inverno del 1895, di creare i premi che portano il suo nome.

Donando all'umanit la sua immensa fortuna sotto forma di premi culturali perpetui, l'inventore svedese aveva cambiato per sempre non solo i modi di fare filantropia, ma anche il corso della vita culturale.

In pochissimo tempo la sua iniziativa funzion da catalizzatore in Paesi diversi come la Francia e gli Stati Uniti: in Francia furono creati i premi letterari Goncourt e Femina e in America Joseph Pulitzer cerc di ripetere e sorpassare il magnate svedese con la creazione dei suoi premi dedicati alla letteratura, storia, poesia e a molte forme di giornalismo.


D centro pulsante della sua teoria dell'economia culturale o pi precisamente di economia del prestigio culturale il premio perch questo lo strumento pi adatto a raggiungere tanto obiettivi di carattere economico, psicologico e sociale, quanto quelli di carattere istituzionale e ideologico. English d ampio spazio al premio come strumento economico non tanto perch il suo valore monetario sia determinante quanto perch estremamente flessibile.
Poco importa che il premio sia di milioni o di pochi dollari: i suoi effetti trascendono la contingenza di tempo e luogo e aprono speranze e creano aspettative estremamente varie. Dal punto di vista sociale un premio pu servire come punto di raccolta e come strumento intorno a cui si possono organizzare convegni e altre attivit intellettuali, feste, spettacoli e altre iniziative di massa che le arti da sole di solito non creerebbero. E nella misura in cui riunisce un numero insolitamente vasto di players, che vanno dagli artisti, ai critici e ai burocrati fino agli sponsor, ai pubblicitari e ai consumatori, il premio svolge una funzione creativa perch convince ognuno di loro a diventare protagonista. Dal punto di vista istituzionale, invece, il premio funziona come un'asserzione di quella autorit che produce valore culturale. Nell'epoca moderna questo controllo sull'economia culturale era esercitato dallo Stato, ma ormai, attraverso i premi e concorsi, il controllo e l'autorit sono passati dalle accademie nazionali e da altri enti governativi ai funzionali culturali e alle varie burocrazie comprese quelle nate dalle contro-istituzioni antiburocratiche che possono avere e non avere legami con lo Stato.

Infine, dal punto di vista ideologico un premio offre ampie possibilit alle arti o alla cultura in genere di affermare la propria autonomia e sovranit e mettere alla prova quanto all'atto pratico questo sia vero o non vero.
Eppure va notato che non sempre il prestigio culturale coincide con il successo nel mercato. English dimostra, per esempio, che tra gli anni 20 e gli anni 60, i vincitori del Pulitzer erano molto presenti nella top ten dei bestseller (con punte del 60%). Una percentuale che crolla dagli anni 70. Oggi ci sono meno del 5% di possibilit che gli autori vincitori del Pulitzer finiscano anche nella classifica dei pi venduti.

Un concerto, un'opera, un libro o una performance di qualsiasi tipo non sufficiente per farci appropriare valori estetici o culturali. Il premio serve invece a questo fine in modo molto pi convincente soprattutto quando arriva da lontane sponde e ha il collaudo di decenni e decenni com' il caso dei Premi Nobel. English usa spesso vari termini presi dall'economia, ma il suo libro si pu leggere con piacere come un saggio di storia sociale, un capitolo medito della sociologia del fattore ludico o addirittura come una fenomenologia delle pi recenti forme di competizioni estetiche e sportive. Nei suoi scritti (e nella conversazione che ho avuto con lui) l'autore tiene ad associare le sue teorie con quelle sulla funzione sociale della letteratura nella produzione del capitale culturale di studiosi e teorici come Pierre Bourdieu e John Guillory e con le ricerche degli economisti dell'Universit di Chicago che hanno scritto su discriminazione razziale, educazione, matrimonio, divorzio e altri temi di solito considerati di pertinenza esclusiva di sociologi, antropologi, critici o psicologi. In uno degli incontri pubblici in programma durante il viaggio per la presentazione del libro anche prevista la partecipazione di Gary Becker, che nel 1992 ha vinto il premio Nobel per l'economia (appunto!), proprio per essere stato il primo economista ad allargare le ricerche a aree considerate monopolio degli specialisti di altre discipline.



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