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VERONA: Addio al padre dell’archeologia . Riordinò il lapidario e utilizzò la scienza nelle ricerche sull’antico
(g.a.)
ARENA, Venerdì 9 Dicembre 2005




Oggi in piazza Vittorio Veneto i funerali di Lanfranco Franzoni, storico dell’arte e direttore dei musei civici



Si celebrano oggi alle 15 nella chiesa di San Pietro Apostolo, in piazza Vittorio Veneto, i funerali di Lanfranco Franzoni, morto a 79 anni, archeologo, storico dell’arte e già direttore dei civici musei d’arte e monumenti.
Franzoni fu il padre dell’archeologia moderna a Verona; aveva ereditato al Teatro Romano il posto che fu di Antonio Avena, geniale ideatore della Casa di Giulietta e archeologo «fantastico»: Franzoni portò come conservatore del museo il metodo scientifico nelle ricerche sull’antichità. Si studiano ancora il suo libro sull’Arena, lo splendido volume sulla Valpolicella in età romana e il monumentale commento alla carta archeologica d’Italia. La sua relazione sugli studi archeologici all’Accademia di agricoltura, scienze e lettere, di cui era socio dal 1972, faceva ogni anno il punto sullo stato dell’arte. Era anche socio dell’Istituto archeologico germanico.
Alla morte di Licisco Magagnato, Franzoni diventò nel 1987 direttore dei civici musei veronesi. Portò a Castelvecchio la sua competenza e affabilità, come ricorda Pier Paolo Brugnoli, che con Franzoni collaborò nel 1998, curando proprio a Castelvecchio la grande mostra sugli Scaligeri. Esposizioni memorabili della gestione Franzoni anche quelle su Paolo Veronese e sulle campane, altro tema a cui aveva riservato i suoi studi.
Franzoni seguì per il Comune il riordino del museo lapidario maffeiano e, a metà degli anni Ottanta, partecipò con altri esperti a una missione a Saint Étienne, per studiare l’organizzazione-modello delle istituzioni culturali nella città francese: una buona idea rimasta senza seguito.
Figlio del pittore Aldo Franzoni, che contribuì a rivalutare criticamente, l’archeologo e amministratore di beni culturali si dedicò con passione anche alla riscoperta della cosiddette arti minori: è del 1958 il suo primo studio sulle colonnette cimbre della Lessinia, seguito dal catalogo delle sculture sull’altipiano edito da Vita Veronese nel 1964, che fa ancora testo. È grazie a Franzoni che molti capitelli e pitture devozionali sono stati salvati. La sua attività di divulgatore lo portò anche a collaborare con Nino Cenni ai Quaderni della Cassa di Risparmio, pubblicazione storica annuale nata per le scuole e ormai tesoro di tante biblioteche.
Competente come pochi, Franzoni univa al prestigio scientifico l’affabilità e una non comune disponibilità. «Servizievole, nella migliore accezione del termine», lo ricorda Giuseppe Franco Viviani, segretario dell’accademia di agricoltura, scienze e lettere. Franzoni non esitava a dedicare ore a un laureando, o a calzare gli stivaloni di gomma per scortare un giornalista nei cunicoli sotterranei dell’Arena. In quel fango non esitava a calarsi, per amore di scienza; era meno disposto a sporcarsi in altro modo, preferendo la pace della coscienza a lusinghiere prebende. Verona gli deve molto.



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