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SICILIA, PALERMO: I finanziamenti ai privati. Centro storico un risanamento incompiuto
ENRICO BELLAVIA
MERCOLEDÌ 30 NOVEMBRE 2005 LA REPUBBLICA PALERMO




Le balate, si sa, non asciugano mai. Ma quella non è acqua: è melma. Resta così, fetida e puzzolente, davanti a un laboratorio artigiano, l'unico sopravvissuto di via del Garraffello. Esce da qui, da questo pozzo nero, appena all'ingresso di un quattro piani sbilenco. Dentro convivono palermitani e Rom. Vivono e talvolta litigano. Pagano affitti da 150 euro mensili. E aspettano un camion per lo spurgo del pozzo nero. Vista da questa prospettiva, la Vucciria se n'è andata. È morta senza lamentarsi poi troppo. Uccisa dai crolli, dall'incuria, in attesa di un risanamento difficile per chi non ha quattrini. Più in là, in via Terra delle mosche, c'è una stecca di case linde e nuove.

SONO andate ad abitarle con entusiasmo single e giovani coppie. Ma poi hanno fatto i conti con i cumuli di immondizia che appestano l'aria. Ed ecco che in via Terra delle mosche c'è già un "vendesi" per un bivani che stenta a piazzarsi su un mercato drogato. Poco più In là c'è la casa di una signora che riceve a tutte le ore.
Nessuno ha pensato ancora di impiantare bottega nei magazzini del palazzo rimesso a nuovo. «Chi mai ci verrebbe qui?», chiede per rispondere uno dei vecchi residenti. A conti fatti, per la Vucciria l'agonia si è già conclusa. «Ma attenti a considerarla già morta», avverte l'urbanista Teresa Cannarozzo, presidente siciliano dell'Associazione centri storici, che all'Università guida un gruppo di ricerca del dipartimento Città e Territorio composto da Marilena Orlando, Maria Rosaria Fallone, Giuseppe Abbate. «Altrimenti — spiega Cannarozzo — restano solo la speculazione e il deserto commerciale».
Il gioco è eterno: comprare a poco e rivendere a molto, moltissimo. Ci sono immobiliari ormai specializzate solo in questo, ma alla Vucciria comunque i cantieri stentano ad aprirsi, e quelli avviati faticano a rispet-
tare le date apposte su cartelli che suonano come moniti beffardi quanto datati.
All'alba del risanamento, quando ancora i primi quattro bandi di contributi pubblici sbarravano il passo alle immobiliari, si viaggiava sui 750 euro al metro quadro, adesso si è schizzati a 5.000. E molti dei contributi in conto interessi sono apparsi assai poco appetibili. Si calcola che su 70 milioni di euro per i contributi ne siano stati effettivamente utilizzati non più di 30. Tuttavia le concessioni di quest'anno sono 118, e 60 i cantieri avviati. Quindici quelli pubblici, quattro dei quali conclusi.
Come all'epoca dei Viceré, hanno ripulito in fretta l'atrio di Sant'Eulalia. Aspettavano il console spagnolo per una cerimonia. Un disguido, e l'appuntamento è saltato. Allora sono tornati a crescerei cumuli di sacchi e stracci. Dentro l'atrio e ovunque qui intorno. Il console tornerà. E allora, solo allora, questo pezzo di Vucciria vedrà un po' di pulizia. Ma la melma resterà comunque a bagnare le balate. Un giro d'orizzonte basta e avanza per capire che il cammino per il risanamento di uno dei mercati simbolo di Palermo è un percorso a ostacoli destinato a durare altri lustri. Con i nuovi residenti che sbuffano, in attesa di vedere coronato il sogno di vicoli vivibili e puliti. In attesa che tornino in centro normali famiglie borghesi con figli al seguito. Sogno, forse utopia, per un centro che tollera o espelle i vecchi abitanti, indifferenti a un sistema di contributi inarrivabile per chi fatica a mettere insieme pranzo e cena.
Così va in malora anche un'economia di quartiere. Il panificio poco sopra la piazza del Garraffello è un'insegna spenta. E così la macelleria e la drogheria. I proprietari hanno cercato i clienti spostandosi su corso Vittorio Emanuele. Che sconta il grigiore di facciate secolari ma almeno è trafficato. Uno dei commercianti racconta: «Ho ereditato l'attività da mio padre. Nostra la licenza, nostre le mura. Sono andato perla voltura. E lì mi sono reso conto che per mettermi in regola avrei dovuto mettere a norma il locale. Migliaia di euro, un azzardo. Si trattava di rimettere in sesto un magazzino, col rischio che tutto il palazzo mi cadesse in testa. Così ho deciso di spostarmi. Adesso sono in affitto: 900 euro al mese».
Difficile, del resto, mettere d'accordo i proprietari dell'intero stabile. Rintracciare e convincere padroni introvabili di case cadenti. E provare dopo ad accedere a mutui e contributi a fondo perduto. Prima o poi anche quel palazzo andrà giù o sarà venduto appena in tempo a immobiliari che avranno tempo, voglia e risorse
per mettersi alla caccia dei pro-prietari, riunirli da un notaio e concludere i compromessi. Perché se il centro va in malora, un po' dipende da una proprietà frazionata e spesso fantasma e dal tempo bruciato per provare a evitare che sul mega-affare del risanamento saltassero vecchi e nuovi boss. Però rintracciare chi ha le chiavi di un mezzanino pericolante può richiedere anni. Si tratta di ricostruire quaranta, cinquant'anni di allontanamenti, trasferimenti, se non fughe. Di tasse di successione non pagate, di testamenti ballerini, di conflitti insanabili tra eredi, di diaspore per mezzo mondo.
Duecentocinquanta ettari e un fiume di milioni fra contributi ai privati e interventi pubblici non hanno ancora restituito un centro vivibile. Nel quale il saldo tra espulsioni e ingressi è ancora negativo. Nelle intenzioni, il piano di risanamento avrebbe dovuto portare 50 mila nuovi residenti, da sommare ai 21 mila superstiti in un centro storico che nell'immediato Dopoguerra contava ancora 136milaabitan-ti e quel che era rimasto in piedi dei 285 mila vani annoverati nel 1940. Le bombe avevano spazzato via 180 edifici pubblici e 46 opifici. L'ultimo censimen-to sul degrado conta 282 immobili cadenti, 90 dei quali abitati.
Per il resto, la storia del centro è la storia di una deportazione, di un esodo di massa, pilotato dai nuovi padroni di Palermo, quando nei ruggenti anni Sessanta provarono, riuscendoci, a scagliare lontano i casermoni di edilizia popolare per far crescere e impennare il mercato delle aree intermedie. Crebbe così la città, estendendosi innaturalmente rispetto allo schema di un viaggio d'espansione che prevedeva la crescita dal mare alla montagna. Lungo quel Cassaro che oggi vorrebbero rinverdire, magari con un trucco. Magari con una maquillage alla facciata di palazzi che resistono solo nella facciata e hanno cumuli di macerie e tuguri alle spalle. E allora si va a scoprire cosa rimane in piedi e cosa resta da fare, nuotando in un mare di progetti e proposte, di cantieri e dirupi. Dentro il ventre di un risanamento che procede a sprazzi. Accendendo la luce in vicoli bui, come in via Montevergini, ma che consegna all'abisso di miseria e rovine cento metri più avanti.



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