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SICILIA : È morto a 89 anni Benedikt Isserlin. Nel 1955 riportò alla luce il Cothon. L'archeologo che scoprì Mozia
TANO GULLO
MERCOLEDÌ 30 NOVEMBRE 2005 LA REPUBBLICA PALERMO




Negli anni della vecchiaia era voluto tornare sui luoghi della sua giovinezza, nell'isola in-antata le cui viscere gli avevano rivelato la potenza dei Fenici. A Mozia quel giorno lo sguardo di Benedikt Sigmund johannes Isserlin, archeologo di fama internazionale, non era mai sazio. Cercava le tracce dei suoi scavi condotti tra il 1955 e il 1972 che riportarono alla luce il Cothon, il porto-bacino.


Isserlin ormai ultra ottantenne, malfermo sulle gambe, aiutandosi con un bastone procedeva lentamente, cercava di cogliere a vista d'occhio tutti i cambiamenti sopraggiunti in questi 33 anni. L'isola del giorno prima in gran parte era ancora lì, con le sue antiche vegetazioni e con quell'atmosfera fuori dal tempo, ma nello Stagnone di fronte i cambiamenti erano vistosi. Ora Isserlin è morto a89 anni, dopo decenni trascorsi nelle aule delle università di Edimburgo, Oxford e Leeds e inseguito il tempo millenario in Sicilia, Libia, Libano, Tunisia, Giordania e Israele. Avrebbe dovuto partecipare il prossimo anno alle celebrazioni per il centesimo anniversario degli scavi effettuati nella piccola isola da Joseph Whitaker. E fino all'ultimo ha continuato a progettare futuro. Proprio quel giorno a Mozia annunciò che sarebbe presto partito per l'Asia dove pensava di riportare alla luce il canale costruito da Serse che intorno al 480 avanti Cristo collegava la Persia al mare aperto.
Non era certo un Indiana Jones, però avventure non se ne era fatte mancare. Nato a Monaco di Baviera nel 1916, autore di decine di pubblicazioni sull'ebraismo, era nel tempo diventato inglese a tutto tondo. La sua notorietà nel mondo scientifico è in gran parte legata alle sue scoperte in quel fazzoletto di terra siciliana, appena 45 ettari, un tempo chiamata isola di San Pantaleo, che fino al 397 avanti Cristo, quando fu distrutta da Dionigi tiranno di Siracusa, era la capitale fenicia nel Mediterraneo. In diciassette anni di scavi, oltre al Cothon (che in tempi recenti altri archeologi hanno accertato che era una struttura di supporto al tempio, dove venivano ormeggiate le navi utilizzate per riti propiziatori o sacrificali) ha rinvenuto migliaia di reperti dell'epoca punica.
Nel giorno della rimembranza Isserlin ci parlò a lungo della sua esperienza a Mozia, dei tempi eroici, senza acqua corrente e senza luce. «Quando scesi nell'isoletta da un barca a vela, allora unico mezzo di collegamento, mi sembrò di essere fuori dal tempo — ci disse — Non c' erano barche, né motori. Sull'isola il silenzio era assoluto, solo ogni tanto si sentiva come una eco lontana lo sbuffare del treno per Trapani. Gli unici rumori erano lo sciabordio delle onde, il vento, le cicale e all'alba il canto del gallo sull'isolotto di Santa Maria a cui rispondeva il gallo di Mozia. Quando ci recavamo sulla terra ferma, per rientrare bisognava appostarsi sulla balza vicino al molo di contrada Spagnola e sventolare un fazzoletto. Aspettando poi che gli isolani se ne accorgessero e mandassero un barcaiolo a prenderci».
Ci raccontò dell'amministratore di Mozia, colonnello Lipari, che camminava sempre con la sua pistola nella fondina, di Joseph Whitaker che si fece archeologo per amore della sua isola e di come cercava di liberare dal fango il Choton utilizzando un rozzo marchingegno tirato da un cavallo sui binari di una ferrovia decauville. Ci parlò di Delia, figlia di Joseph, che trascorreva lunghi periodi a Mozia in compagnia di due cani e di una gatta di nome Susa. Ci ricordò anche il pastore Simone Figuccia, detto "Scimuni", che in primavera e in autunno sbarcava sull'isola con le sue capre trasportate su piccole barche mosse con la pertica. E dei carretti che percorrevano la strada semi sommersa, un tracciato che solo occhi esperti riuscivano a seguire senza finire a mare, con le zampe dei cavalli e dei muli a mollo. E ancora, delle oche ubriache dopo avere mangiato i gelsi neri caduti per terra e fermentati, dei fantasmi in contrada Cappiddazzu, delle malattie a cui gli studenti americani aggregati, abituati a condizioni di igiene migliori, erano più esposti.
«Non c'era corrente elettrica, quindi non avevamo il frigorifero e per illuminare la casa utilizzavamo lumi a petrolio — ci disse — Le zanzare ci massacravano. Per conservare gli alimenti utilizzavamo un blocco di ghiaccio che quotidianamente compravamo a Marsala. Poi arrivò la luce e con essa radio e televisione. Appena in tempo per vedere con studenti e operai lo sbarco del primo uomo sulla luna».
Più che nostalgia nelle sue parole si coglieva il rimpianto per un mondo che era scomparso senza lasciare tracce. Proponeva di ripristinare quel contesto per conservare la memoria di quel che siamo stati e non siamo più. D'altra parte cosa fa un archeologo se non inseguire la memoria tangibile del passato?
Lui a Mozia era giunto terzo, dopo Heinrich Schliemann e Whitaker. Schliemann era sbarcato nel 1875 ed era stato il primo a i potizzare il ruolo centrale che Mozia ha avuto nell'epoca punico-fenicia. L'archeologo era nel pieno della sua fama; cinque anni prima, infatti, seguendo alla letterale descrizioni dell'Iliade, aveva localizzato Troia in uno dei tanti strati del villaggio turco di Hissarlick. Poi il suo lavoro fu continuato dal proprietario dell'isoletta, uno dei tanti facoltosi commercianti inglesi che hanno fatto grande la Sicilia dell'Ottocento, ma era stato successivamente lo studioso inglese a mettere completamente a fuoco la storia dei fenici in Sicilia. Le sue ricerche sono pubblicate in tre monumentali volumi e in decine di articoli per riviste scientifiche.
Tra i personaggi di spicco che hanno scavato con lui a Mozia, Pierre Cintas che aveva lavorato a Cartagine, Sabino Moscati e Vincenzo Tusa, noto nei circuiti archeologici per i suoi studi sui punici e per avere salvato Selinunte dalle grinfie della speculazione edilizia. Tusa ricorda gli anni pionieristici vissuti con Isserlin: «L'archeologia siciliana gli deve tanto — dice — È stato un importante punto di riferimento per tutti noi. Io ho avuto il piacere di collaborare e di stimarlo, prima da semplice funzionario della sovrintendenza, poi da sovrintendente. Abbiamo lavorato tanto insieme e vissuto ore in piacevole compagnia. Era un inglese dotato di grande stile, di humour e di passione autentica. Come del resto la sua collaboratrice Duplet Taylor».
«Lo avevamo conosciuto in occasione della sua ultima visita in Sicilia — dice Aldo Scimè, presidente della Fondazione Whitaker — e speravamo di averlo ancora con noi il prossimo anno per il centenario degli scavi. Purtroppo non c'è più. Ma ci restano la memoria della sua competenza e il frutto del suo lavoro a Mozia. Ci ha insegnato che il tempo è eterno finché si è in vita. Lui, fino all'ultimo progettava iniziative per il futuro. Una grande lezione umana».



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